I produttori del Dragone stanno vivendo sulla loro pelle un crollo dei prezzi dei moduli solari senza precedenti. Colpa di un mercato interno in difficoltà, ma anche della progressiva presa di coscienza dell’Occidente circa i rischi della tecnologia cinese applicata alle rinnovabili
Sì, qualcosa si è forse definitivamente rotto nelle rinnovabili cinesi. Il paradosso è noto, il Paese più inquinante al mondo è anche quello che vende un po’ a tutte le economie tecnologia e infrastrutture green. E anche quello con la maggiore potenza installata. Fino ad oggi solo pochi Paesi hanno potuto permettersi di non importare pannelli solari o pale eoliche prodotte in Cina o, nelle migliori delle ipotesi, realizzati in Occidente ma con componentistica proveniente dal Dragone. Certamente gli Stati Uniti, che i pannelli solari, almeno da quando Donald Trump ha rimesso piede alla Casa Bianca, hanno cominciato a fabbricarseli da soli, mettendo al bando a suon di dazi (arrivati al 3.500%) il fotovoltaico made in China.
E anche l’Europa ha finalmente battuto un colpo, dopo che l’Italia, la scorsa estate, ha suonato la sveglia, estromettendo dalle gare per gli incentivi al solare tutti quei produttori che ricorrono a componentistica proveniente dal Dragone. Tutto questo ha avuto un effetto tellurico sull’industria delle rinnovabili cinese, che evidentemente è stata colta di sorpresa. Il risultato più evidente è che il settore cinese della produzione di pannelli solari sta attraversando un forte rallentamento e questo nonostante l’energia solare stia diventando la forma di energia pulita più economica al mondo. In un certo senso un altro paradosso.
In soli 18 mesi, i prezzi dei moduli solari sono scesi di circa il 50%. Molte aziende cinesi ad oggi operano in perdita, soprattutto le piccole e medie imprese con perdite elevate (dal -15% al -10%), un basso utilizzo della capacità produttiva (40%) e un elevato rischio di fallimento. Di conseguenza, diverse fabbriche hanno ridotto la produzione, sospeso le attività o chiuso completamente. Certo, Pechino mira a impedire un crollo completo del settore, poiché i pannelli solari sono vitali per gli obiettivi nazionali di energia pulita e per le entrate derivanti dalle esportazioni. Ma sebbene le autorità non impongano direttamente chiusure, le banche sono diventate più caute nell’estendere il credito alle aziende in difficoltà.
Di fatto, l’industria cinese dei pannelli ha le armi spuntate. Con alcuni dei principali mercati di sbocco che non ne vogliono più sapere di importare prodotti dal Dragone, anche per i rischi connessi all’uso della tecnologia cinese, versante sicurezza in testa, per i produttori della Repubblica popolare non resta che il mercato domestico. Il quale però è saturo. Per questo i prezzi stanno crollando, non c’è abbastanza domanda. Un pantano che ha implicazioni economiche più ampie. Le regioni della Cina che dipendono fortemente dalla produzione di energia solare potrebbero subire perdite di posti di lavoro e tensioni economiche locali. Il commento di Sarah Kim, economista del settore energetico presso l’Università di Pechino, suona come una sentenza. “Nel breve termine, tutti amano l’energia solare a basso costo. Nel lungo termine, un settore che non riesce a generare profitti non può investire nella prossima generazione di tecnologie”.
















