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Farmaceutica, la competitività oggi si misura sulla velocità. Il monito di Ricks (Lilly)

L’Italia resta un pilastro della manifattura farmaceutica globale, ma oggi la vera partita si gioca sulla velocità. Tra stratificazione decisionale, duplicazioni regolatorie e ritardi nell’accesso al mercato, il tempo diventa un fattore competitivo decisivo. Le parole di Dave Ricks, ceo di Eli Lilly, indicano un nodo sistemico che riguarda l’Europa nel suo complesso: senza accelerare i processi autorizzativi e di accesso, qualità industriale e attrattività degli investimenti rischiano di non procedere più insieme

L’Italia resta un pilastro industriale per la Farmaceutica, ma il tema, oggi è il tempo. Investire in Italia è più complesso che altrove per una stratificazione decisionale che rallenta autorizzazioni, sviluppo e accesso al mercato. Il caso di Sesto Fiorentino lo rende evidente, hub europeo di Eli Lilly, è uno dei siti più performanti del gruppo, con quasi tutta la produzione destinata all’export globale. Un’eccellenza industriale che opera dentro un contesto decisionale articolato. Come ha osservato l’amministratore delegato Dave Ricks in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore, efficienza industriale e qualità regolatoria convivono, ma non procedono alla stessa velocità. È qui che il ragionamento di Ricks supera il caso italiano e assume una portata sistemica: il vero collo di bottiglia dell’Europa è il time-to-market.

Il tempo come fattore competitivo

Il caso dell’obesità è emblematico, l’Italia è stata apripista qualificandosi come il primo Paese al mondo a riconoscerla come patologia attraverso la legge approvata solo qualche mese fa, ma rientra tra gli ultimi Paesi ad autorizzare e rimborsare le terapie. Una distanza che non è ideologica, ma procedurale. Duplicazioni tra livello europeo e nazionale, passaggi successivi anziché paralleli, responsabilità distribuite su troppi centri decisionali. Tutto questo traduce il tempo in costo, e il costo in minore attrattività. Ricks non mette in discussione il ruolo dell’Europa né dell’Ema, anzi. Il problema, semmai, è che l’architettura regolatoria nata per semplificare ha finito per moltiplicare i passaggi. Ed è qui che il richiamo al Rapporto Draghi – “illuminante, ma rimasto lettera morta” – assume un significato concreto, se l’industria farmaceutica è davvero un asset strategico europeo, come “accolto a favore unanime”, allora la coerenza tra strategia industriale e regolazione diventa decisiva.

Velocità regolatoria

Nel frattempo, il mondo non aspetta. Stati Uniti e Asia non solo stanno rafforzando la manifattura, ma puntano a trasformare la velocità regolatoria in leva geopolitica, comprimendo tempi di sviluppo e approvazione e integrando sempre più intelligenza artificiale nei processi di ricerca, manifattura e controllo qualità. Lilly lo sta già facendo, anche in Italia, utilizzando l’AI per migliorare l’efficienza degli stabilimenti e accelerare la scoperta di nuovi farmaci. Il messaggio che emerge dall’intervista non è un atto d’accusa contro l’Italia, ma un avvertimento pragmatico; nella competizione globale del farmaco, il fattore decisivo non è solo quanto si investe, ma quanto rapidamente un’innovazione passa dal laboratorio al paziente. E affinché Europa e Italia possano restare centrali nelle strategie delle big pharma, il terreno su cui intervenire è la capacità del sistema di governare il tempo.

Quando. Non quanto

Un nodo, quello del tempo, che non riguarda solo autorizzazioni e investimenti, ma anche la logica stessa della spesa sanitaria. A livello globale, i sistemi sanitari continuino a concentrare la maggior parte delle risorse sulle patologie acute, mentre prevenzione e gestione delle malattie croniche restano marginali. Una distorsione che, nel medio-lungo periodo, finisce per amplificare i costi invece di contenerli. L’esempio citato è quello britannico, dove è in corso uno studio sull’obesità che mostra come il mancato intervento tempestivo si traduca, nel tempo, in un onere crescente per il servizio sanitario. Il messaggio, anche qui, è operativo, poiché ritardare l’accesso alle terapie significa spostare il costo in avanti, quando diventa più elevato e difficile da gestire. Una dinamica che riguarda la sostenibilità dei sistemi pubblici prima ancora che i bilanci delle imprese.

Un nuovo baricentro per la competitività

Nel dicembre scorso, su Formiche.net, Luca Pani, professore di Psichiatria clinica presso l’Università di Miami e professore di Farmacologia e Tossicologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, già direttore di Aifa, aveva messo in guardia dal rischio di una riforma farmaceutica europea concentrata soprattutto sugli equilibri formali – data protection, market protection, nuovi obblighi procedurali – senza incidere sulla frammentazione reale che produce ritardi strutturali nell’accesso, di fronte a una crescente competizione globale sullo stesso fronte. Le parole di Ricks arrivano oggi a confermare quel quadro dal punto di vista di chi deve decidere dove allocare capitale, ricerca e nuove linee produttive.


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