Mentre Bruxelles rimette mano alle regole sugli appalti della difesa, il Pentagono boccia l’ipotesi di un Buy European vincolante e avverte sui rischi per il mercato transatlantico e per la Nato, evocando anche possibili contromisure
Il Pentagono dice la sua sulla riforma degli appalti per la difesa europea. Mentre la Commissione europea lavora all’aggiornamento della direttiva del 2009 — quella che disciplina regole e procedure per gli acquisti di materiale militare — l’amministrazione Trump ha fatto sapere, attraverso un contributo formale alla consultazione pubblica di Bruxelles, che qualsiasi clausola “Buy European” sarebbe, a suo giudizio, “sbagliata” e potenzialmente controproducente per l’intera architettura industriale transatlantica.
La posta in gioco
La revisione della direttiva sugli appalti per la difesa si inserisce in un progetto più ampio che Bruxelles persegue per costruire un mercato europeo della difesa più integrato e meno frammentato, capace di sostenere il riarmo continentale con risorse e tecnologie prodotte sul territorio dell’Unione o nell’Area economica europea associata. In questo contesto, le clausole di preferenza per i fornitori europei rappresentano uno degli strumenti più discussi sin dall’annuncio del piano Rearm/Readiness 2030.
Il mercato europeo della difesa vale centinaia di miliardi di euro e, nel quadro del riarmo in corso, è destinato a espandersi ulteriormente. Per i grandi contractor americani l’accesso a questo mercato è una questione di primo piano, così come lo è, specularmente, per le imprese europee la possibilità di partecipare agli appalti militari statunitensi. Un intreccio di interessi che rende il dossier particolarmente delicato su entrambe le sponde dell’Atlantico.
La posizione americana
Nel contributo formale consegnato alla Commissione, il Dipartimento della Difesa articola la propria contrarietà su più piani. Un “Buy European” vincolante, si legge, rischierebbe di danneggiare la base industriale transatlantica, di compromettere l’interoperabilità all’interno della Nato e di ridurre i benefici economici che entrambe le parti traggono dall’attuale struttura di cooperazione.
L’elemento più rilevante della posizione americana riguarda però le potenziali ritorsioni. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere che, in caso di adozione di clausole di preferenza da parte dell’Unione, potrebbero rivedere o ritirare le esenzioni al proprio “Buy American Act” che oggi consentono alle aziende europee di partecipare, a condizioni favorevoli, agli appalti militari statunitensi, a loro volta protetti da forme simili di preferenza nazionale. Una mossa che avrebbe ricadute significative per diversi produttori europei — italiani inclusi — già presenti nel mercato americano della difesa.
Un dietrofront rispetto a Monaco?
Eppure, la chiusura americana al Buy European (almeno in alcune declinazioni) non sarebbe totale. Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa Usa e tra le figure più influenti dell’attuale Pentagono, si era espresso a margine della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco con toni marcatamente più accomodanti. Se i Paesi europei spendono il 3,5 o il 5% del Pil in difesa, ha detto Colby, “capiamo che dovrete indigenizzare una larga parte di quella produzione. Altrimenti la gente in Germania o in Polonia dirà: perché stiamo solo mandando soldi dall’altra parte dell’Atlantico?”. Una posizione che lui stesso ha definito “pragmatica”, riconoscendo che l’atteggiamento americano sul tema è cambiato rispetto agli ultimi trent’anni.
Colby ha anche detto di comprendere che l’Unione europea abbia un ruolo nel sostenere la difesa continentale, e che Washington saprà “lavorarci”. “Se ci saranno grandi mosse fiscali, capiamo che alcune passeranno attraverso l’Unione europea”, ha aggiunto, senza entrare nel merito degli strumenti specifici.
Una tensione trasversale
Da un lato, gli Stati Uniti continuano a sollecitare un maggiore impegno europeo nella spesa per la difesa, e l’amministrazione Trump lo fa con toni particolarmente espliciti. Dall’altro, quando quel rafforzamento si traduce in politiche industriali che privilegiano i produttori del Vecchio continente, emergono inevitabilmente frizioni con gli interessi commerciali americani. Non è una dinamica nuova, ma l’attuale contesto — con il riarmo europeo che procede a ritmo accelerato — le conferisce un peso particolare. Va anche ricordato che la posizione americana non è isolata. Alcuni Stati membri dell’Unione stessa nutrono riserve su forme di protezionismo troppo rigide, temendo che possano rallentare l’accesso a tecnologie e capacità già disponibili presso alleati extra-europei, o complicare la cooperazione in ambito Nato.
















