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Gli antagonisti sono una nuova versione del terrorismo anni ’70? L’opinione di Cazzola

A tutte le forze politiche e sindacati di opposizione che hanno condannato quegli eventi va posta una domanda: ormai è assolutamente prevedibile che, in coda alle pacifiche manifestazioni, avranno luogo devastazioni, guerriglia urbana, assalti preordinati. Fino a che punto allora è consentito prendere le distanze, condannare le violenze a posteriori, come se ci fosse da stupirsi perché le cose sono andate esattamente come era previsto?

Le violenze di Torino sono l’ennesima prova dell’esistenza di un disegno che non è ancora andato in porto soltanto per l’efficienza delle forze dell’ordine: la ricerca del morto come avvenne durante il vertice del G8 di Genova nel 2001. Mario Placanica, carabiniere di leva di 21 anni, esplose un colpo dalla sua pistola di ordinanza che uccise Carlo Giuliani mentre gli stava lanciando addosso un estintore. Per tale vicenda Placanica fu indagato per omicidio e poi prosciolto per legittima difesa e uso legittimo delle armi. Ma da questa esperienza non si riprese, tanto che nel 2005 fu dichiarato inidoneo al proseguimento del servizio, mentre Carlo Giuliani divenne un’icona internazionale, la cui immagine fu spesso utilizzata per copertine e reportage sulla brutalità poliziesca e le proteste no-global.

La foto dell’uccisione, scattata da ElyseButler/Reuters, mostra il momento in cui Giuliani teneva un estintore prima di essere colpito. Ricordo che allora parlai con un giornalista amico (che negli anni è diventato uno dei più quotati conduttori televisivi) che era a Genova per conto della Rai, il quale mi obiettò che il carabiniere avrebbe potuto mirare ad una gamba, senza sparare per uccidere. Ma in quel momento, Placanica era isolato tra un gruppo di manifestanti, vedeva arrivarsi addosso un estintore e non aveva né la lucidità né l’esperienza di Tex Willer nell’usare l’arma da fuoco in dotazione.

Non sono sicuro che Alessandro Calista avesse con sé la pistola di ordinanza anche se le forze antisommossa l’hanno in dotazione quando sono operative, insieme agli apparati di difesa. Lo stesso dubbio riguarda anche il collega Lorenzo Virgulti andato in suo soccorso. Le forze antisommossa possono vantare una grande professionalità se riescono a gestire, praticamente ad ogni fine settimana, la guerriglia urbana degli estremisti di varie confessioni e persino degli ultras del calcio. Ma potrebbe succedere che un altro poliziotto, trovandosi in difficoltà, solo contro parecchi energumeni che non esitano a metterne in pericolo la sicurezza, l’immunità e forse anche la vita, finisca per mettere mano alla pistola e sparare. Fino ad ora non è mai accaduto, ma sarebbe potuto (e potrebbe) succedere in un’altra circostanza.

Mettiamo il caso che a Torino ci fosse scappato il morto, quale sarebbe oggi la reazione di tutti coloro che hanno esibito una solidarietà “pelosa” alla polizia come patrimonio comune? Calista è consapevole di aver fatto solo il suo dovere, accettando il rischio professionale che corre ogni volta che scende in piazza dalla parte giusta: un rischio che gli richiede una grande capacità di autocontrollo.

Però a tutte le forze politiche e sindacati di opposizione che hanno condannato quegli eventi va posta una domanda: ormai è assolutamente prevedibile (anzi viene persino annunciato) che, in coda alle pacifiche manifestazioni, avranno luogo devastazioni, guerriglia urbana, assalti preordinati alle forze dell’ordine. A Torino si sapeva (anzi era stato persino annunciato), come peraltro in quasi tutte le occasioni. Fino a che punto allora è consentito prendere le distanze, condannare le violenze a posteriori, come se ci fosse da stupirsi perché le cose sono andate esattamente come era previsto. Del resto che cosa possiamo aspettarci quando un ex presidente della Camera come Fausto Bertinotti dichiara: “La politica è svanita, le forze che si prefiggevano un cambiamento sono state sconfitte. E così resta la piazza”, che cosa possiamo aspettarci? E quando Bertinotti ha aggiunto l’immancabile riferimento agli Stati Uniti di Donald Trump, diventati “il laboratorio della repressione e della disumanità”, col conseguente “bisogno di tornare a scendere in piazza, per esempio, con i fischietti anti-Ice”. Alla faccia dei fischietti! A Torino c’era ben altro, al punto di ritenere che sabato scorso sia stato violato da (si dice, ma forse si esagera) 1.500 attivisti del Ku Klux Klan antagonista, quell’articolo 17 Cost. che viene invocato, giustamente, come un caposaldo delle libertà democratiche e che recita al primo comma: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi”.

Eppure, una giornalista di un quotidiano “militante” ha pubblicato, in qualità di testimone, un’altra versione dei fatti, da cui risultano responsabilità della Polizia: “Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo (si riferisce ad Alessandro Calista, ndr) eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, ‘basta, basta, lasciamolo stare’. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno. Cosa capiamo – aggiunge chiamando in causa altri colleghi – quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo ‘il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato’. Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dai lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce’’.

Un altro giornalista di un quotidiano di opposizione non mette in discussione le responsabilità dei teppisti: “I criminali abietti – scrive in un post – che hanno devastato la città e picchiato selvaggiamente agenti di polizia, oltre a commettere atti infami meritevoli di pene esemplari, hanno fatto il solito regalo idiota a un governo illiberale e ipocrita, che se ne sbatte le pa*le quando vengono ammazzati gli Alex Pretti e le Renee Good, e che quasi pare felice quando qualche manifestante pacifico le prende di santa ragione, ma che non vede l’ora di fare di tutta l’erba un fascio (letteralmente) e usare il pugno durissimo solo quando gli fa comodo”.

Che il governo italiano potesse fare di più di quello che hanno detto la premier e i ministri sulle vicende del Minnesota è molto discutibile. Magari, Matteo Piantedosi potrebbe chiedere in prestito alla prossima occasione un reparto di agenti Ice. Ma a parte le battute gli antagonisti hanno dichiarato guerra allo Stato. Sono una nuova versione del terrorismo degli anni ’70?


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