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Libano e Turchia, il doppio fronte di allarme tra guerra e migranti

Il Libano va tenuto fuori: il richiamo di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito è fondamentale, anche perché condiviso dai Paesi arabi. Intanto già 3 milioni di sfollati iraniani si stanno dirigendo verso la Turchia che è in allarme: numeri che fanno tornare alla mente il post guerra in Siria, con l’esodo sempre verso il suolo turco, poi mediato dall’accordo Merkel-Erdogan

Attenzione al Libano e all’esodo migratorio verso la Turchia. I Leader di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito premono perché il confitto in Iran si restringa e non contempli il coinvolgimento (già in atto) del Libano, dal momento che è la roccaforte di Hezbollah. La diplomazia, seppur soggetto in questo momento quasi scomparso dai radar della guerra, resta il centro di una strategia pragmatica che mira all’allentamento della tensione. Mossa che viene condivisa anche dai Paesi arabi, come Eau e Giordania, che dichiarano come fatto dall’Ue ieri di non voler entrare nel conflitto israelo-americano contro l’Iran. Ma sullo sfondo oltre alle conseguenze energetiche del conflitto, ecco stagliarsi l’esodo migratorio che richiama alla mente quello siriano.

La dichiarazione congiunta

I Leader di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito si dicono gravemente preoccupati per l’escalation di violenza in Libano e chiedono un impegno concreto da parte dei rappresentanti israeliani e libanesi per negoziare una soluzione politica sostenibile. Da un lato sostengono fermamente le iniziative dirette alla facilitazione del dialogo e sollecitano un immediato allentamento delle tensioni. Dall’altro chiedono che cessino gli attacchi di Hezbollah contro Israele e gli attacchi mirati contro i civili, dopo di che il gruppo dovrebbe deporre le armi. “Condanniamo la decisione di Hezbollah di unirsi all’Iran nelle ostilità, il che mette ulteriormente a repentaglio la pace e la sicurezza nella regione”. Inoltre esprimono ferma condanna contro gli attacchi diretti contro i civili, le infrastrutture, gli operatori e le strutture sanitarie, nonché contro Unifil. “Questi atti sono inaccettabili e invitiamo tutte le parti ad agire nel rispetto del diritto internazionale umanitario”.

Criticano l’offensiva di terra israeliana, perché “avrebbe conseguenze umanitarie devastanti e potrebbe portare a un conflitto prolungato”, sottolineando che la situazione umanitaria in Libano, compresi i continui sfollamenti di massa, “è già estremamente preoccupante”. Infine cerchiano in rosso un appello rivolto a tutte le parti affinché applichino integralmente la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: “Esprimiamo la nostra solidarietà al governo e al popolo libanese, coinvolti loro malgrado nel conflitto”.

I Paesi arabi seguono l’Unione Europea

Il re di Giordania e il presidente degli Emirati Arabi Uniti affermano che i Paesi arabi non fanno parte della guerra israelo-americana contro l’Iran. Di fatto camminano nel solco tracciato, non da ieri, dai Paesi membri dell’Ue secondo cui non sarebbe saggio aumentare il rischio di incidenti e tensioni dal momento che già la situazione a Hormuz e nei territori confinanti con l’Iran è particolarmente delicata. Durante un incontro ad Abu Dhabi, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al-Nahyan e il re Abdullah hanno condannato i recenti attacchi iraniani contro i loro paesi, ribadendo che non hanno iniziato il conflitto in corso, su cui si sforzeranno di concentrare azioni volte alla pace e ad evitare un’escalation regionale (che nei fatti purtroppo si sta già verificando).

Della questione hanno discusso al telefono anche il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il presidente egiziano Abdel Fattah El-Sisi. Quest’ultimo ha ribadito la condanna da parte dell’Egitto dei ripetuti attacchi iraniani contro il Regno e il suo sostegno contro qualsiasi minaccia alla sovranità e alla sicurezza saudita.

Scenari

Che qualcosa si stia muovendo in chiave diplomatica lo conferma il possibile incontro tra l’ex ministro degli affari strategici di Israele e stretto collaboratore del premier Benjamin Netanyahu, Ron Dermer (ritiratosi dalla vita pubblica lo scorso novembre) e il governo libanese. “Mi ha chiesto di intervenire”, ha dichiarato l’ex ministro, confermando di aver iniziato a “fare progressi” verso un accordo politico con Beirut: “È possibile parlare di un potenziale accordo di pace, ma affinché un accordo possa essere attuato, Hezbollah dovrà essere disarmato. Non sacrificheremo la nostra sicurezza”.

Al momento è massima l’allerta sul fatto che i Paesi confinanti con l’Iran stanno osservando le conseguenze (non possibili ma già in corso) della guerra, che minaccia di scatenare una nuova crisi di rifugiati, pronti ad ammassarsi su confini strutturalmente fragili. Ad esempio circa 3 milioni di sfollati iraniani si stanno dirigendo verso la Turchia dopo aver attraversato il confine al valico di Kapikoy: numeri che fanno tornare alla mente il post-guerra in Siria, con l’esodo sempre verso suolo turco, poi mediato dall’accordo Merkel-Erdogan. La Turchia condivide un confine di 530 km con l’Iran e consente l’ingresso senza visto ai cittadini iraniani. Ma a breve potrebbe cambiare idea.


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