Leonardo ha presentato oggi il piano industriale più ambizioso della sua storia. Cingolani promette ricavi quasi raddoppiati, sinergie con i gruppi europei, un portafoglio che abbraccia ogni dominio operativo e una trasversalità pressoché totale delle tecnologie dipendenti. Su tutto, la scommessa del Michelangelo Dome, che verrà testato direttamente in Ucraina
È con non poca ambizione che Leonardo guarda ai prossimi cinque anni. La presentazione del piano industriale per il quinquennio 2026-2030, tenutasi oggi a Roma, ha fornito un’ampia panoramica sulla strategia globale di Monte Grappa. Roberto Cingolani, amministratore delegato e direttore generale del gruppo, ha esposto una strategia che si inserisce in un momento storico di grande discontinuità. L’Europa si trova a fare i conti con un contesto di sicurezza radicalmente mutato, con la spesa per la difesa in rapida crescita su entrambe le sponde dell’Atlantico e una domanda di sistemi integrati che non accenna a rallentare. In questo scenario, Leonardo ha puntato sulle tecnologie proprietarie, sull’espansione del portafoglio per abbracciare tutti i domini operativi e sulla sua più recente scommessa: il Michelangelo Dome. Anni di trasformazioni, ma il lavoro, garantisce Cingolani, è appena all’inizio.
Tre anni di trasformazioni
Il punto di partenza è il 2023, anno dell’insediamento di Cingolani, quando Leonardo contava poco più di 51mila dipendenti e muoveva i primi passi verso una struttura più integrata. Oggi il gruppo ne conta quasi 63mila e punta a oltre 75mila nel 2030, prevalentemente giovani, profili tecnico-scientifici e donne.
Per capire la portata di questa trasformazione, vale la pena partire dalla fotografia che Cingolani stesso ha tracciato davanti agli investitori, descrivendo l’azienda che aveva trovato. Divisioni che operavano “quasi come entità autonome, ciascuna come un’azienda a sé stante”, un portafoglio prodotti frammentato, una digitalizzazione quasi assente e un ritmo di innovazione lento. La capitalizzazione di mercato era modesta rispetto alle dimensioni del gruppo, e la conversione di cassa si fermava intorno al 54%. Tre anni dopo quel dato ha raggiunto circa il 70%, e per la prima volta nella storia del gruppo il flusso di cassa operativo ha superato il miliardo di euro — “una sorta di barriera psicologica che volevamo superare il prima possibile”, ha detto l’Ad.
In questi tre anni, Leonardo ha razionalizzato il suo portafoglio, avviato partnership e joint venture strategiche, investito massicciamente sul digitale, sull’intelligenza artificiale e sulla cybersicurezza. In particolare, Cingolani ha sottolineato l’importanza delle nuove collaborazioni nel settore terrestre con Rheinmetall e nel campo della dronica con Baykar, mentre nel settore spaziale l’istituzione di una Divisione dedicata ha permesso di mettere a sistema un panorama di iniziative fino ad allora frammentate. Oggi il gruppo conta oltre 2mila ingegneri e più di 100 sviluppatori. La trasversalità dell’elettronica e della tecnologia innovativa, spiega l’Ad, è ormai un principio cardine, tanto nei prodotti dell’azienda quanto nella sua struttura gestionale. “Possiamo controllare l’intera catena, dalla piattaforma al sistema fino ai sistemi di sistemi”, ha detto. “Possiamo offrire soluzioni completamente software o completamente hardware. E penso che questa sia la nostra forza per il futuro.”
Il risultato è un gruppo che si presenta oggi sui mercati internazionali con una struttura più solida e con credenziali industriali che pochi competitor possono vantare. I ricavi attesi al 2030 sono quasi il doppio di quelli del 2025, con la redditività operativa destinata anch’essa a più che raddoppiarsi, secondo le stime, nello stesso arco temporale. Significativo anche il dato sulla proiezione internazionale, con la crescita sui mercati esteri che ha già superato quella domestica e un’impronta geografica globale cresciuta del 28% contro il 18-19% del mercato domestico. La crescita è interamente sostenuta da un portafoglio ordini robusto e da investimenti già avviati sull’espansione della capacità produttiva.
I nuovi segmenti e programmi
L’elettronica per la difesa resta il motore centrale, con una presenza significativa negli Stati Uniti tramite Leonardo Drs e partecipazioni con player europei di primo piano. Gli elicotteri confermano la leadership globale nel civile e rafforzano il profilo militare con sistemi sia con pilota che autonomi. I velivoli puntano sui grandi programmi di cooperazione internazionale, a partire dal Gcap — il programma di caccia di sesta generazione sviluppato con Regno Unito e Giappone — e sui droni. I due segmenti con le prospettive di crescita più marcate sono però il cyber e lo spazio. La divisione cyber, che nel piano precedente era ancora in fase di consolidamento, si candida ora a diventare un polo di riferimento europeo nella sicurezza informatica, con tassi di crescita attesi superiori al 20% annuo in termini di redditività. Nello spazio, invece, si gioca una partita ancora più grande, con l’iniziativa Bromo che mira a creare, con Airbus e Thales, una joint venture che diventerebbe il principale player europeo del settore.
Il Michelangelo Dome
Sin dalla sua presentazione, lo scorso ottobre, il Michelangelo Dome ha destato interesse in Italia e all’estero per la sua promessa di riuscire a integrare sistemi d’arma diversi tra loro in un unico sistema difensivo interconnesso. Il sistema, ha annunciato Cingolani, verrà testato nel corso di quest’anno direttamente in Ucraina e verrà ulteriormente aggiornato tramite l’integrazione con la costellazione satellitare Space Guardian, che sarà operativa dal 2028. Fiore all’occhiello del programma è l’architettura aperta del Michelangelo Dome, pensata per permettere a sistemi diversi, costruiti da produttori diversi, di cooperare e di essere orchestrati in un unico sistema difensivo. D’altronde, come fa notare Cingolani, una simile integrazione è l’unica via percorribile in tempi ragionevoli per integrare le difese europee. Al cuore del sistema c’è un modulo — denominato MC5 — che, senza intaccare l’elettronica dei singoli sistemi, interconnette tutti i domini, abbatte i tempi decisionali e garantisce l’interoperabilità con le piattaforme già esistenti. È questa architettura aperta a rendere il Michelangelo Dome un’infrastruttura pensata per la cooperazione tra alleati, per costruire capacità sovrane condivise in un’Europa che deve adeguarsi rapidamente agli odierni mutamenti geopolitici. Le stime economiche relative al progetto sono rilevanti: il sistema potrebbe sbloccare fino a 15 miliardi di euro di nuove opportunità di business nel prossimo decennio, con ricadute su quasi tutti i segmenti del gruppo, dall’elettronica agli elicotteri, dal cyber ai nuovi sistemi spaziali. Una parte significativa di questo potenziale è già inclusa nei target del piano fino al 2030 e il resto è proiettato nel quinquennio successivo. In sostanza, la più grande scommessa che Leonardo abbia mai fatto su se stessa.
















