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Lo shock della crisi iraniana e i dieci errori degli investitori

Di Francesco De Leo Kaufmann

Il capitale globale tende a spostarsi verso le industrie e le infrastrutture che definiscono la nuova fase della crescita economica. Ed è questo processo – lento ma inevitabile – che potrebbe essere già iniziato. La crisi iraniana potrebbe quindi essere ricordata non soltanto come un episodio di tensione geopolitica nel Golfo Persico, ma come uno dei catalizzatori della nuova grande rotazione dei mercati globali. L’intervento di Francesco De Leo Kaufmann, economista e dirigente d’azienda

Lo Shock della Crisi Iraniana come Meccanismo di Innesco della Grande Rotazione dei Mercati Globali

All’alba, nello stretto tratto d’acqua che separa l’Iran dall’Oman, transitano alcune delle petroliere più grandi del mondo. Lo Stretto di Hormuz è largo appena poche decine di chilometri nel suo punto più stretto. Eppure da questo corridoio marittimo passa circa il 20 percento del petrolio consumato nel mondo e una quota significativa del gas naturale liquefatto destinato all’Europa e all’Asia. Ogni giorno, centinaia di miliardi di dollari di attività economica globale dipendono dalla sicurezza di questo passaggio. Per decenni gli investitori hanno considerato lo Stretto di Hormuz come uno dei tanti punti di frizione geopolitica del sistema internazionale. Un rischio da monitorare, ma raramente un fattore capace di trasformare l’architettura dei mercati globali. La crisi del 2026 potrebbe cambiare questa percezione. L’escalation militare nel Golfo Persico ha improvvisamente riportato al centro della scena la vulnerabilità di uno dei nodi energetici più critici del pianeta. Nel giro di pochi giorni, il prezzo del Brent ha sfiorato i 120 dollari al barile, mentre i mercati del gas naturale europeo hanno registrato forti rialzi. Per molti osservatori si tratta dell’ennesimo episodio di volatilità geopolitica. Ma per chi osserva le trasformazioni più profonde dell’economia globale, la crisi iraniana potrebbe rappresentare qualcosa di molto più significativo. Potrebbe essere il meccanismo di innesco di una nuova rotazione dei mercati globali. Per la prima volta nella storia economica moderna, un grande shock energetico si verifica nel momento in cui l’economia mondiale sta entrando in una nuova rivoluzione industriale: l’economia dell’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale è spesso descritta come una rivoluzione digitale. In realtà è profondamente fisica.

Gli algoritmi operano su semiconduttori avanzati. I semiconduttori funzionano all’interno di giganteschi data center. E questi data center consumano quantità enormi di elettricità. Il risultato è una nuova equazione industriale: energia → computazione → intelligenza. In questo nuovo sistema economico, l’energia non è più soltanto una materia prima. Diventa la base materiale della potenza tecnologica. Ed è qui che la crisi iraniana assume un significato più profondo. Perché mette in evidenza una verità che i mercati stanno appena iniziando a comprendere: l’economia dell’intelligenza artificiale dipende da infrastrutture energetiche su scala senza precedenti. Lo shock iraniano non ha creato questa trasformazione. L’ha semplicemente resa visibile.

Gli Shock che Cambiano l’Architettura dei Mercati

Nel funzionamento ordinario dei mercati finanziari, gli shock geopolitici vengono spesso interpretati come eventi transitori: episodi di volatilità che provocano temporanee dislocazioni dei prezzi prima che il sistema ritorni gradualmente al proprio equilibrio. La storia economica suggerisce tuttavia una dinamica molto diversa.

Gli shock energetici di maggiore portata non si limitano a influenzare il prezzo delle materie prime. Tendono piuttosto a innescare cambiamenti permanenti nell’architettura dei mercati globali, ridefinendo nel tempo la distribuzione del capitale, la struttura delle industrie e persino le priorità delle politiche monetarie. Il precedente più emblematico rimane la crisi petrolifera del 1973. Quando i paesi dell’Opec decisero di ridurre le esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, il prezzo del greggio quadruplicò in meno di un anno: da circa 3 dollari al barile a oltre 12 dollari.

L’impatto macroeconomico fu immediato e profondo. Negli Stati Uniti l’inflazione superò il 12 percento nel 1974, mentre la crescita economica rallentò drasticamente. In Europa l’aumento dei prezzi dell’energia generò una combinazione di stagnazione economica e inflazione persistente che avrebbe dominato l’intero decennio successivo. Le conseguenze finanziarie furono altrettanto rilevanti. I mercati obbligazionari entrarono in una lunga fase di volatilità, mentre le politiche monetarie delle principali banche centrali vennero completamente ripensate. L’era della stabilità monetaria del dopoguerra lasciò spazio a un decennio caratterizzato da inflazione strutturale, tassi di interesse elevati e profonde trasformazioni nei modelli di investimento.

La crisi energetica degli anni Settanta non fu quindi un semplice shock ciclico. Fu un evento che alterò permanentemente il funzionamento dell’economia globale. Da allora, ogni grande shock energetico ha mostrato la stessa caratteristica: la capacità di innescare trasformazioni profonde nei mercati finanziari e nella distribuzione del capitale globale. La crisi iraniana si inserisce esattamente in questa tradizione storica. Ma con una differenza fondamentale.

Negli anni Settanta il petrolio rappresentava soprattutto il carburante dell’economia industriale: trasporti, manifattura, produzione di acciaio, logistica globale. Oggi l’energia alimenta non soltanto l’industria tradizionale, ma anche l’infrastruttura computazionale dell’economia digitale. I data center che alimentano i modelli di intelligenza artificiale consumano quantità di elettricità sempre più elevate. Secondo l’International Energy Agency, il consumo elettrico globale dei data center potrebbe superare 900 terawattora entro il 2030, più del doppio rispetto ai livelli attuali e paragonabile al consumo energetico di un’intera economia industriale come il Giappone. Allo stesso tempo, la costruzione di nuove infrastrutture computazionali sta generando un’ondata di investimenti senza precedenti. Diverse banche d’investimento stimano che la spesa globale per infrastrutture legate all’intelligenza artificiale – data center, semiconduttori avanzati e reti energetiche – potrebbe superare 1.000 miliardi di dollari all’anno entro la fine del decennio. In questo nuovo contesto economico, uno shock energetico non colpisce più soltanto il costo dei trasporti o della produzione industriale.

Colpisce l’infrastruttura stessa su cui si basa la crescita tecnologica del XXI secolo. Quando il prezzo dell’energia aumenta o la sicurezza delle rotte energetiche viene messa in discussione, l’impatto si trasmette immediatamente lungo l’intera catena dell’economia digitale: dai data center alle fabbriche di semiconduttori, fino alle grandi piattaforme cloud che alimentano l’espansione dell’intelligenza artificiale. Per questa ragione la crisi iraniana potrebbe avere implicazioni molto più profonde di quanto suggerisca la reazione immediata dei mercati. Non si tratta soltanto di una perturbazione geopolitica in una delle regioni più instabili del pianeta. Potrebbe rappresentare uno shock esogeno capace di accelerare una trasformazione strutturale già in corso nei mercati globali. Quando eventi di questo tipo si verificano, i mercati non reagiscono semplicemente con volatilità. Con il tempo, si riorganizzano.

Il capitale globale tende a spostarsi verso le infrastrutture che garantiscono resilienza energetica, capacità computazionale e vantaggi tecnologici di lungo periodo. È esattamente questo processo – la lenta ma inevitabile riallocazione del capitale globale – che potrebbe essere già iniziato. E se così fosse, la crisi iraniana potrebbe essere ricordata non solo come un episodio di tensione geopolitica nel Golfo Persico, ma come uno dei catalizzatori della nuova rotazione strutturale dei mercati finanziari globali.

Crisi Sistemiche e la Grande Rotazione dei Mercati

I mercati finanziari non si muovono in modo lineare. La loro evoluzione è scandita da lunghi periodi di stabilità apparente interrotti da momenti di rottura sistemica, eventi che provocano una riallocazione massiccia del capitale tra settori, geografie e classi di attivo. Questi momenti di rottura generano ciò che gli storici economici definiscono grandi rotazioni dei mercati. Una grande rotazione non è semplicemente un ciclo economico. È una trasformazione più profonda: un cambiamento nella struttura stessa delle industrie dominanti, nelle infrastrutture che sostengono la crescita economica e nei flussi globali di capitale. Negli ultimi centocinquant’anni si possono identificare almeno quattro grandi rotazioni di questo tipo.

La prima avvenne nella seconda metà del XIX secolo con l’espansione delle ferrovie. Alla fine dell’Ottocento le compagnie ferroviarie rappresentavano oltre il 50 percento della capitalizzazione del New York Stock Exchange. Il capitale globale si concentrò attorno all’infrastruttura che rendeva possibile l’integrazione dei mercati nazionali. La seconda grande rotazione avvenne con l’elettrificazione dell’economia industriale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. L’elettricità trasformò la produttività industriale e diede origine alle prime grandi utility energetiche e alle imprese tecnologiche del secolo. La terza rotazione fu guidata dal petrolio e dalla mobilità globale dopo la Seconda guerra mondiale. L’energia fossile divenne la base della crescita industriale del dopoguerra, mentre le compagnie petrolifere emersero come alcune delle imprese più potenti della storia economica moderna.

La quarta rotazione avvenne con la rivoluzione digitale tra la fine degli anni Novanta e il primo ventennio del XXI secolo. Le piattaforme tecnologiche – Microsoft, Apple, Amazon, Alphabet e Meta – divennero il nuovo centro di gravità dei mercati finanziari globali. Oggi queste imprese rappresentano una quota senza precedenti della capitalizzazione dei principali indici azionari. Secondo alcune stime, le prime dieci aziende tecnologiche globali rappresentano oggi oltre il 30 percento della capitalizzazione degli indici azionari statunitensi. Ma ogni grande rotazione è innescata da un momento di crisi. La crisi petrolifera degli anni Settanta accelerò la trasformazione dei mercati energetici globali. La crisi finanziaria del 2008 accelerò l’ascesa delle piattaforme tecnologiche digitali. La pandemia del 2020 accelerò la digitalizzazione dell’economia globale.

La crisi iraniana potrebbe svolgere un ruolo simile nel ciclo attuale. Perché avviene nel momento in cui il sistema economico globale sta entrando nella quinta grande rotazione dei mercati: l’economia dell’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto una nuova tecnologia. Rappresenta una nuova infrastruttura economica. Addestrare modelli avanzati di AI richiede capacità computazionali enormi. Queste capacità dipendono da semiconduttori avanzati, data center hyperscale e infrastrutture energetiche su scala industriale. Secondo alcune stime di banche d’investimento, gli investimenti globali nelle infrastrutture dell’intelligenza artificiale potrebbero superare 1.000 miliardi di dollari all’anno entro la fine del decennio. Allo stesso tempo, il consumo energetico dei data center potrebbe più che raddoppiare entro il 2030. In questo contesto, l’energia torna a occupare una posizione centrale nell’architettura dei mercati globali. Ed è proprio qui che la crisi iraniana assume un significato sistemico. Uno shock energetico che colpisce il principale corridoio petrolifero del pianeta avviene nel momento in cui l’economia globale sta diventando sempre più dipendente da infrastrutture computazionali ad alta intensità energetica. In altre parole, la crisi non colpisce soltanto i mercati delle materie prime. Colpisce la base energetica della nuova economia digitale.

Quando questo accade, la storia suggerisce che i mercati finanziari non reagiscono soltanto con volatilità temporanea. Reagiscono con una riallocazione strutturale del capitale. Il capitale globale tende a spostarsi verso le industrie e le infrastrutture che definiscono la nuova fase della crescita economica. Ed è questo processo – lento ma inevitabile – che potrebbe essere già iniziato. La crisi iraniana potrebbe quindi essere ricordata non soltanto come un episodio di tensione geopolitica nel Golfo Persico, ma come uno dei catalizzatori della nuova grande rotazione dei mercati globali.


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