L’attacco hacker al Parlamento albanese, l’aspra polemica fra Croazia e Israele, il rischio ondate migratorie e il divieto iraniano sulle esportazioni di prodotti alimentari sono legate da un unico filo conduttore: la crisi iraniana potrebbe impattare sul costone balcanico, specialmente in quelle aree dove l’anti trumpismo è ben presente
Così come in Siria, anche nei Balcani le ripercussioni della crisi in Iran sono silenziose ma oggettive. E sottovalutarle non sarebbe saggio. Lo dimostra tra le altre cose l’attacco hacker subito dall’Albania da parte di un gruppo di facinorosi, secondo cui gli attacchi contro le istituzioni albanesi vengono effettuati per condannare la loro decisione di dare rifugio al gruppo di opposizione iraniano Mojahedin-e-Khalq (MEK), noto anche come Organizzazione dei Mujaheddin del Popolo dell’Iran. Un segno, che potrebbe non restare isolato, a causa della manifesta permeabilità del costone balcanico alle influenze esterne, soprattutto mediorientali e asiatiche.
L’attacco al Parlamento albanese
Il Parlamento albanese ha confermato che l’attacco condotto “mirava a cancellare dati e compromettere diversi sistemi interni”, per questa ragione l’Autorità nazionale albanese per la sicurezza informatica ha successivamente annunciato di aver istituito un gruppo di lavoro “per analizzare il caso e che le squadre sono sul posto per condurre analisi tecniche e adottare i provvedimenti necessari in merito a questa situazione”. Gli autori di “HomeLand Justice”, secondo quanto sostenuto da Microsoft, sarebbero legati al governo iraniano. In varie comunicazioni Telegram, il gruppo dice che “quando si sostengono i terroristi, bisogna sapere che se ne pagherà il prezzo, sotto ogni aspetto”. Anche il New York Times si è occupato della questione, osservando come le agenzie di intelligence americane stiano monitorando la possibilità che Teheran possa attivare gruppi alleati in varie regioni per colpire gli interessi americani o i loro alleati.
Altre tensioni: il caso croato
Il presidente Zoran Milanović ha reagito con forza alla richiesta dell’ambasciatore israeliano di indagare sui diplomatici iraniani a Zagabria: per questa ragione il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar lo ha accusato di diffondere un “linguaggio carico di odio” che “riflette un approccio antisemita”. In precedenza Milanovic aveva criticato i commenti dell’ambasciatore israeliano a Zagabria sull’ambasciata iraniana nella capitale croata, affermando: “Non vogliamo infezioni e germi di altre persone in Croazia, né israeliani né iraniani”. Non è la prima volta che Milanović critica apertamente il governo di Gerusalemme per la questione palestinese: già lo scorso 23 febbraio, in qualità di Comandante Supremo delle Forze Armate, aveva decretato la cessazione della cooperazione militare con Israele “a causa delle azioni inaccettabili dell’esercito israeliano e della violazione senza precedenti di tutte le norme del diritto internazionale umanitario”.
Le possibili ripercussioni balcaniche
Se da un lato il divieto iraniano sulle esportazioni di prodotti alimentari e l’interruzione dei corridoi commerciali stanno colpendo le economie senza sbocco sul mare dell’Asia centrale, dall’altro anche i rincari dei fertilizzanti impatteranno su aree come i Balcani. Al momento stanno soffrendo parecchio i mercati dei consumatori in Uzbekistan e Turkmenistan che dipendono direttamente da prodotti alimentari e non alimentari iraniani, mentre il Kazakistan funge principalmente da snodo per le merci cinesi: di fatto anticamera per una riflessione del genere nei Balcani.
Inoltre l’identità nazionale iraniana, a differenza del panorama politico venezuelano, è profondamente legata alla fede sciita e a una lunga tradizione di resistenza contro le potenze straniere: per cui è ipotizzabile che tale sentimento possa trovare spazio in quelle aree balcaniche che hanno già manifestato la propria avversità a Donald Trump, su tutte la Macedonia del nord. Anche perché non va sottaciuto che, in caso di un Iran completamente collassato lungo le linee curde, turche e azere, si verificherebbero ondate di rifugiati verso ovest, area mediterranea in primis. E, quindi, Balcani.
















