La crisi idrica globale si fa strutturale: cambiamenti climatici, sprechi e inquinamento spingono oltre metà della popolazione mondiale in condizioni di stress idrico, mentre l’accesso all’acqua resta segnato da profonde disuguaglianze. Anche Europa e Italia sono sotto pressione, tra siccità e calo delle risorse. “Non si può più né rimandare né rassegnarsi”, avverte la presidente Ispra Maria Alessandra Gallone, indicando l’acqua come priorità nazionale e richiamando a una gestione più sostenibile e consapevole
“Le risorse idriche superficiali e sotterranee del mondo sono sottoposte a una crescente pressione causata dalla variabilità naturale e da impatti antropogenici”.
Inizia così il Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche pubblicato a gennaio di quest’anno.
E prosegue con un avvertimento categorico: ”L’aumento della variabilità idrica, la riduzione della qualità e l’uso insostenibile delle risorse idriche compromettono la disponibilità di acqua dolce”.
A livello mondiale la media totale dei prelievi di acqua è stata di circa 4 mila chilometri cubi l’anno nel periodo 2010-2021, ossia circa il 10% delle risorse di acqua dolce rinnovabile.
La variabilità stagionale delle disponibilità di acqua sta aumentando a causa dei cambiamenti climatici.
Almeno il 50% della popolazione mondiale (circa 4 miliardi di persone) è sottoposto a stress idrico elevato per almeno un mese l’anno. Nel 2024 il 26% della popolazione mondiale non aveva accesso ad acqua potabile, mentre il 41% era privo di accesso a impianti igienico-sanitari.
Stiamo vivendo oltre la disponibilità delle risorse idriche offerte dal pianeta. Questo comporta conseguenze ambientali, economiche e sociali sempre più gravi.
Siamo alla bancarotta idrica mondiale, ossia “il prelievo eccessivo e persistente di acque superficiali e sotterranee rispetto alla capacità di ricarica naturale, accompagnata da una perdita irreversibile ed economicamente insostenibile degli ecosistemi idrici”.
La crisi idrica globale minaccia oltre 2 miliardi di persone. Le cause vanno ricercate nei cambiamenti climatici, nell’inquinamento, nello sfruttamento eccessivo e nelle inefficienze di sistema.
L’occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, istituita dall’ONU nel 1992, in occasione della Conferenza di Rio di Janeiro, che si celebra ogni anno il 22 marzo, si propone come momento di riflessione per portare all’attenzione del più vasto pubblico il problema della gestione dell’acqua su tutto il pianeta, con particolare attenzione all’acqua potabile e alla sostenibilità degli habitat acquatici.
Un’attenzione sottolineata dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile che ricorda la necessità e l’urgenza di garantire a tutta la popolazione mondiale l’accesso all’acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari, con l’obiettivo di risolvere il problema della scarsità d’acqua e l’inadeguatezza delle infrastrutture.
Anche se, come scrive Khaled El-Enany, direttore generale dell’Unesco, nella prefazione del rapporto: “L’accesso all’acqua non è semplicemente una questione di disponibilità della risorsa o di infrastrutture. È una questione di diritti e di potere. Aspetti come chi ha accesso all’acqua, chi paga il prezzo della sua scarsità e chi siede ai tavoli decisionali rivelano disuguaglianze radicate che permeano profondamente l’intero tessuto delle nostre società”.
Il tema di quest’anno, “Acqua e Parità di Genere” intende mettere in evidenza le barriere strutturali che le donne affrontano, soprattutto nelle aree rurali, nell’accesso e nella gestione dell’acqua per uso domestico, irrigazione e attività economiche.
“L’uguaglianza di genere, intesa come parità di diritti, responsabilità e opportunità per tutte le persone, indipendentemente dal sesso e/o dal genere, costituisce un prerequisito per accedere all’acqua e utilizzarla equamente e correttamente”.
Nel 2024, secondo il rapporto, il numero di persone che non avevano ancora accesso ad acqua potabile gestita in sicurezza era pari a 2,1 miliardi, mentre 3,4 miliardi non potavano accedere a servizi igienico-sanitari sicuri e 1,7 miliardi non disponevano di servizi igienici di base nelle proprie abitazioni.
Alleviare le disuguaglianze di genere in questi servizi richiede interventi che vadano ben oltre le misure tecniche e affrontino, soprattutto, le disuguaglianze strutturali e sociali.
L’agricoltura è responsabile del 72% dei prelievi, seguita dall’industria (15%) e dall’uso municipale (13%). Nel Paesi a basso reddito circa il 90% dell’acqua viene destinato all’agricoltura, mentre in quelli ad alto reddito la percentuale è di appena il 44%.
Negli ultimi anni è stato riscontrato un aumento della domanda di acqua a livello municipale, entrando in concorrenza con il settore agricolo, soprattutto nelle aree periurbane.
Al contempo si è registrata una diminuzione di domanda di acqua per uso industriale, il che sembra suggerire che vi siano stati miglioramenti in termini di efficienza.
E l’Europa? E l’Italia? La situazione delle risorse idriche in Europa è critica e strutturale. Nel 2022, fino al 40% del territorio dell’Unione ha subito carenze d’acqua che hanno interessato il 34% della popolazione, con punte del 70% nel Mediterraneo durante i mesi estivi.
Solo il 37% delle acque superficiali viene classificato in stato “buono” o “molto buono”, a causa dell’inquinamento e della cattiva depurazione.
Le perdite economiche, ogni anno, sono stimate in circa 9 miliardi di euro dovute alla siccità e 7,8 miliardi di euro come conseguenza delle alluvioni. Eppure l’Europa è leader mondiale nelle tecnologie idriche e il settore genera 107 miliardi di euro e sostiene 1,7 milioni di posti di lavoro.
Così, a giugno dello scorso anno, la Commissione Europea ha adottato la Strategia per la resilienza idrica che pone le basi per una nuova politica volta a ripristinare e proteggere il ciclo dell’acqua “dalla sorgente al mare”, per garantire la resilienza alle inondazioni, alla siccità e alla carenza idrica. Inoltre, adottare pratiche di “gestione intelligente” delle acque e delle infrastrutture, per migliorare la ritenzione dell’acqua nel suolo, prevenire l’inquinamenti idrico e contrastare gli inquinanti presenti nell’acqua potabile, riducendo il consumo d’acqua e migliorare l’efficienza idrica del 10% entro il 2030.
La Banca Europa per gli Investimenti (Bei) ha previsto uno stanziamento di 15 miliardi di euro tra il 2025 e il 2027 per questo settore.
L’Italia, secondo l’Istast si conferma, da oltre vent’anni, il Paese europeo che preleva più acqua dolce per uso potabile, superando nettamente Francia e Germania (entrambe attestate a 5,3 miliardi di metri cubi). Nel 2024 sono stati prelevati 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile.
Quasi l’85% del prelievo deriva da acque sotterranee (sorgenti e pozzi), mentre solo il 15% da acque superficiali (fiumi e laghi).
I cittadini che hanno subito il razionamento dell’erogazione dell’acqua nelle grandi città sono stati oltre un milione, il 5,8% della popolazione: le criticità hanno riguardato soprattutto il Mezzogiorno e in particolare la Sicilia.
Il quadro si è ulteriormente aggravato a causa delle temperature record registrate a livello nazionale: il 2024, infatti, è risultato l’anno più caldo in assoluto.
Nel 2025 oltre il 10% delle famiglie italiane dichiara di aver riscontrato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua, un disservizio che ha interessato 2 milioni 700 mila famiglie, due terzi delle quali residenti nel Mezzogiorno: la Calabria la regione più esposta, con oltre il 37% delle famiglie coinvolte.
In Italia, nel 2025, la “risorsa idrica rinnovabile”, ossia la quantità di precipitazioni al netto della perdita per evaporazione, è stata inferiore di oltre il 7% rispetto alla media annua di lungo periodo, del 4% rispetto alla media dell’ultimo trentennio climatologico e di circa il 19% rispetto al 2024.
Lo rivela l’Ispra nell’ultimo aggiornamento del bilancio idrologico, che conferma la tendenza negativa osservata dal 1951 ad oggi, riferita in particolare alla disponibilità di risorsa idrica rinnovabile a livello nazionale.
“Di fronte ai dati che abbiamo davanti – ha dichiarato Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra – non si può più né rimandare né rassegnarsi, occorre agire in maniera propositiva e lungimirante: il tema dell’acqua è una priorità nazionale che Ispra contribuirà a far conoscere attraverso il proprio sistema scientifico, per rafforzare sempre più la cultura della gestione della risorsa idrica ed essere a fianco delle istituzioni e dei territori. È fondamentale informare come ridurre gli sprechi, promuovere una cultura dell’utilizzo sostenibile dell’acqua, del riutilizzo delle acque reflue”.
Altri dati che emergono dal monitoraggio dell’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, riguardano i territori.
I deficit maggiori rispetto all’ultimi trenta anni si sono avuti nei Distretti dell’Appennino Meridionale (-10% di precipitazioni e -21% di risorsa idrica) e dell’Appennino Centrale (-7% di precipitazioni e -30% di risorsa idrica).
Nel Centro Sud e nelle Isole maggiori, inoltre, sono proseguite condizioni di siccità, anche se meno gravose degli anni precedenti, con conseguenti problemi legati alla severità idrica e al soddisfacimento della domanda di acqua per esigenze umane ed ecologiche.
Gestire in modo sostenibile l’acqua, una risorsa preziosa quanto vulnerabile, ricorda l’Istituto, pone la necessità di un monitoraggio continuo e sistematico e di analisi della distribuzione spaziale e temporale, in grado di fornire un quadro tempestivo e completo della sua disponibilità attuale e futura in chiave previsionale.
Basi conoscitive adeguate sono infatti fondamentali per orientare in maniera efficace ed efficiente le politiche gestionali sulla risorsa idrica e tutelare gli ecosistemi e i relativi servizi che da essa dipendono.








