A marzo le vendite all’estero sono crollate, a dispetto di previsioni molto più ottimistiche degli analisti. Colpa della chiusura dello stretto di Hormuz, che non risparmia nemmeno il Dragone. Il quale alla fine si scopre esposto alla crisi iraniana tanto quanto il resto del mondo
L’Iran gioca un tiro mancino anche alla Cina, che sembrava fin qui averci guadagnato molto dalla guerra in Medio Oriente. Non è così. Lo ha fatto capire fin troppo bene anche lo stesso Fondo monetario internazionale, nel suo world economic outlook. Il conflitto in Iran non fa prigionieri, è un colpo piuttosto duro un po’ per tutte le economie. Anche per il Dragone, fin qui spettatore non pagante ma sommessamente al fianco di Teheran, nonostante i tentativi di Xi Jnping di offrirsi come mediatore.
Succede, insomma, che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha affossato anche l’invincibile export cinese, il vero e unico carburante rimasto della seconda economia globale. I dati record della bilancia commerciale del 2025 rischiano dunque di finire nel cassetto dei ricordi. Dal caotico contesto internazionale emerge infatti che a marzo del 2026 la Cina scontato un rallentamento dell’export (+2,5% su base annua) controbilanciato da un forte balzo delle importazioni (+27,8%). Il surplus commerciale, in crescita esponenziale nel 2025, è ora sceso a 51,13 miliardi di dollari, con un netto calo delle spedizioni verso gli Stati Uniti (-26,5%, pari a 29,4 miliardi di dollari). E pensare che a gennaio-febbraio era stato di 213,6 miliardi di dollari.
Vale la pena fare un confronto per capire la portata del crollo. Il dato di marzo è inferiore al consensus degli analisti, che prevedeva una crescita dell’8,3%, e in calo rispetto all’aumento combinato del 21,8% registrato nei primi due mesi dell’anno. Va da sé che tra un aumento dell’8,3% e del 2,5% ci sia un bella differenza. Di contro, e qui la stortura, le importazioni sono aumentate del 27,8% a marzo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, segnando la crescita più forte da novembre 2021, superando nettamente le aspettative di un aumento dell’11,1% e accelerando rispetto al 19,8% dei due mesi precedenti messi insieme.
Allora, la domanda è: che cosa ha fermato il temibile export cinese? Non bisogna mai dimenticare come la Cina sia ancora oggi il più grande consumatore globale di combustibili fossili. Questo significa che, dal momento che il prezzo del petrolio è in costante ascesa proprio a causa del blocco di Hormuz, per trasportare le proprie merci Pechino deve pagare di più. Sempre che abbia petrolio a sufficienza. D’altronde, il tappo che impedisce il passaggio dello stretto è un grande pericolo per il fronte energetico cinese: l’80% del petrolio iraniano che passa da lì è destinato a Pechino.
















