L’uso esclusivo di sistemi unmanned in un’operazione offensiva, non più come semplici strumenti di supporto ma come protagonisti diretti del combattimento terrestre, rappresenta un indicatore sul possibile aspetto della guerra del futuro
Un luogo non meglio definito del lungo fronte che divide le linee ucraine da quelle russe ha visto aprirsi un nuovo capitolo di storia militare, quando le forze di Kyiv hanno conquistato con successo una posizione tenuta dagli uomini di Mosca, costringendoli alla resa. E la scelta lessicale non è casuale: mentre a combattere dal lato russo c’erano soldati in carne ed ossa, lo stesso non si può dire per l’Ucraina, che ha invece condotto l’operazione offensiva ricorrendo esclusivamente a sistemi unmanned.
Di per sé, l’impiego di droni non sarebbe affatto una novità. Anzi, è proprio il confitto in Ucraina ad aver introdotto la normalizzazione nell’uso di tali sistemi per svolgere le più disparate tipologie di missione. Ma questa volta la situazione è stata diversa. Fino ad oggi, infatti, i droni avevano sempre supportato, nei modi più disparati, l’azione della fanteria; stavolta, invece, sono i droni ad aver portato avanti l’intera operazione, non solo annichilendo le forze avversarie ma anche occupando le loro postazioni con l’ausilio di droni terrestri.
A dare l’annuncio dell’avvenuta operazione è stato lo stesso leader ucraino Volodymyr Zelensky nel suo discorso pronunciato in occasione della “Giornata dei Produttori di Armi”, durante il quale ha anche delineato il trend del crescente uso da parte delle forze ucraine di sistemi terrestri senza pilota. “Ratel, TerMIT, Ardal, Rys, Zmiy, Protector, Volia e gli altri nostri sistemi robotici terrestri hanno già svolto oltre 22.000 missioni al fronte in soli tre mesi. In altre parole, sono state salvate più di 22.000 vite grazie al fatto che un robot si è recato nelle zone più pericolose al posto di un soldato. Si tratta di alta tecnologia al servizio del valore più prezioso: la vita umana”, sono le parole del presidente ucraino.
A rafforzare ulteriormente questo quadro è intervenuto anche il comandante in capo delle forze armate ucraine, Oleksandr Syrskyi, che ha evidenziato una crescita esponenziale nell’impiego di queste tecnologie. Secondo Syrskyi, nel solo mese di marzo i complessi robotici hanno svolto il 50% di missioni in più rispetto al mese precedente, superando quota 9.000 operazioni completate. Un incremento significativo che riflette una scelta ormai strutturale da parte di Kyiv: destinare sempre più piattaforme unmanned agli ambienti ad alta intensità di minaccia, riducendo l’esposizione diretta del personale umano. In particolare, questi sistemi vengono impiegati soprattutto per compiti logistici cruciali, come il trasporto di munizioni e l’evacuazione dei feriti, mentre il numero di unità operative dotate di tali tecnologie è cresciuto rapidamente, passando dalle 67 di fine 2025 alle 167 registrate nella primavera del 2026.
Nonostante l’assenza di dettagli specifici sull’operazione menzionata dai vertici ucraini impedisca di rendersi esattamente conto delle proporzioni dell’evento, essa rappresenta in ogni caso un episodio importante all’interno del processo di sviluppo militare. In uno scenario in cui le fanterie vengono sostituite da macchine senza equipaggio con diversi gradi di autonomia nello svolgimento di operazioni boots on the ground andrebbe a trasformare nel profondo le dinamiche basilari della guerra, non solo riducendo il rischio per gli esseri umani coinvolti (un’evoluzione che potrebbe però facilitare il verificarsi di confronti violenti tra attori?), ma anche riducendo drasticamente la rilevanza del fattore demografico nel gioco delle potenze, permettendo a Paesi con una popolazione relativa contenuta ma con una solida base industriali di affermarsi come protagonista nell’arena internazionale.
Uno scenario che, sia chiaro, è ancora fantascienza. Ma nel piccolo qualcosa si sta muovendo in questa direzione, come testimoniano le notizie dall’Ucraina.
















