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L’Italia perde (per ora) la partita del deficit. Ecco cosa succede adesso

L’Eurostat conferma il disavanzo al 3,1% del Pil, impedendo all’Italia di spezzare le catene di Maastricht. Adesso ci sarà meno spazio di manovra nella prossima legge di Bilancio, l’ultima della legislatura targata Meloni. E anche meno Pil. Eppure Roma i compiti a casa li ha fatti

Al Tesoro, raccontano i bene informati, c’era un po’ di tensione nella mattinata che ha deciso la gittata della prossima manovra, l’ultima della legislatura targata Giorgia Meloni. Ma anche una certa serenità d’animo, figlia della consapevolezza che i compiti a casa l’Italia li aveva fatti per davvero. Quando poi, allo scoccare delle 11, l’Eurostat ha dato il suo verdetto, tutto è improvvisamente diventato più chiaro: almeno per tutto il 2026 l’Italia rimarrà imbrigliata nella procedura di infrazione per deficit, fatta scattare dall’Europa quasi due anni fa. In parole più semplici, spazio sui conti pubblici ridotto, pochissima fantasia, zero alchimie e tanto, tanto, pragmatismo. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ci è abituato, visto che le sue manovre hanno dimostrato più volte di saper convincere i mercati, come testimonia la sostanziale tenuta dello spread Btp/Bund, anche nelle terribili settimane di Hormuz.

Però la doccia fredda c’è tutta. Nel 2025, secondo l’ufficio statistico dell’Ue, il deficit italiano si è attestato al 3,1% del Pil, un punto percentuale al di sopra di quello che chiedeva Bruxelles per spezzare le catene dei parametri di Maastricht e liberare risorse importanti da mettere al servizio della crescita e delle famiglie, mai così sotto pressione tra bollette e aumento dei prezzi sullo scaffale. Un decimale, circa 2 miliardi, che ha fatto la differenza. Eppure, si diceva, Roma i suoi compiti li ha fatti, come dimostrano i 4,4 miliardi di minor disavanzo (era al 3,4% nel 2024) conseguiti da Tesoro. Ma non è bastato, serviva un pugno di decimali in meno. Che cosa significa? “Come diceva Boskov (storico allenatore di calcio, ndr) rigore è quando arbitro fischia. Puoi essere d’accordo o no ma sono queste le regole del gioco. A me l’uscita deficit interessava moltissimo fino 28 febbraio 2026 dopo assolutamente meno”, ha chiosato Giorgetti a valle della diffusione delle stime Eurostat.

Il fatto è che dalla chiusura della procedura Ue dipendeva il margine di manovra della finanziaria d’autunno: sia perché l’Italia sarebbe uscita dal monitoraggio stringente di Bruxelles, accedendo a quella flessibilità che lo stesso Giorgetti ha più volte invocato sotto forma di nuovo stop al Patto di stabilità. Roma avrebbe, insomma, potuto godere di maggior manovra su spesa primaria, sanità, difesa e sicurezza (restare nella procedura per disavanzo eccessivo significa, poi, non poter liberare risorse aggiuntive in vista dell’ultima legge di bilancio della legislatura e rende più complicato l’accesso ai prestiti del programma Safe sulla difesa, le cui spese sono stimate in circa 12 miliardi nel prossimo triennio). “Speriamo bene, noi ce l’abbiamo messa tutta per tenere in equilibrio i conti pubblici”, aveva detto il vice ministro all’Economia Maurizio Leo a margine di un convegno, poche ore fa.

E adesso? Il governo, nell’approvare le nuove stime macro e di finanza pubblica del Dfp, il Documento di finanza pubblica, che ha sostituito il Def, dovrà tenere conto di previsioni, in un contesto internazionale segnato dall’incertezza e dai prezzi dell’energia tornati a salire per effetto della guerra in Medio Oriente, che dovrebbero essere riviste prudenzialmente al ribasso. Il Dfp andrà trasmesso a Bruxelles entro fine mese. Ma una cosa è certa: con il 3,1% certificato da Eurostat, i margini di manovra del governo si restringono. Ed ecco le stime del governo sul Pil: nel Documento di finanza pubblica il governo ha rivisto sia il Pil 2026 che quello del 2027 da +0,7% a +0,6%.

 


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