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Ripensare l’habitat per risanare l’ambiente. Il prof. Panizza spiega come

La trasformazione industriale, così come la produzione di energia pulita, non ha tempi rapidi. Mentre il risanamento delle condizioni ambientali è urgente e richiede un’immediata inversione di tendenza sia nel funzionamento del modello urbano e nell’uso dei suoi servizi, sia nella realizzazione e gestione delle strutture edilizie. La riflessione di Mario Panizza, già Rettore dell’Università di Roma Tre, tratta dal volume “Una bussola per l’Europa” a cura di Luigi Paganetto

Nella prospettiva, non certo immediata, di riuscire a fermare il consumo delle risorse naturali e l’inquinamento dell’ambiente, si pone l’esigenza di fissare i tempi della transizione e il percorso da intraprendere. La trasformazione industriale, così come la produzione di energia pulita, non ha tempi rapidi, mentre il risanamento delle condizioni ambientali è urgente e richiede un’immediata inversione di tendenza sia nel funzionamento del modello urbano e nell’uso dei suoi servizi sia nella realizzazione e gestione delle strutture edilizie. Già da subito, senza attese e in parallelo, si può intervenire anche su un obiettivo assolutamente virtuoso: la riduzione dei consumi. Ciò comporta sia maggiore attenzione e intelligenza nell’uso della città in tutte le sue parti sia l’eliminazione degli sprechi dovuti a impianti antiquati e, quindi, poco efficienti.

La città contemporanea sta vivendo, soprattutto oggi, una condizione anomala, di straniamento, in contrasto profondo con i principi fondanti dell’architettura moderna che si prefiggeva di generare città capaci di offrire a tutta la popolazione condizioni di benessere ambientale equamente distribuito, programmato con sufficiente lungimiranza, capace di sostenere in futuro gli adeguamenti dovuti alle nuove esigenze. Compito degli architetti e degli urbanisti moderni è quindi quello di progettare condizioni di accoglienza, equilibrate nella distribuzione dei servizi e nella dotazione di quanto possa rendere partecipi più classi sociali alla costruzione, anche identitaria, di una città.

Scendendo di scala e affrontando il tema specifico dell’edificio, quali possono essere le scelte che aiutino a consumare meno e, quindi, a limitare il più possibile l’inquinamento dell’aria? Per quanto riguarda l’edilizia esistente gli interventi più efficaci si rivolgono al contenimento della dispersione termica e, dove è possibile, all’istallazione di fonti energetiche alternative. Le costruzioni più antiche, dotate quasi sempre di murature di grande spessore e di finestre dalle dimensioni contenute, sono naturalmente predisposte a contrastare sia il caldo che il freddo.

Per quanto riguarda le nuove costruzioni, problema che interessa solo parzialmente il nostro Paese, mentre coinvolge molto le aree urbane con un grande sviluppo demografico, il sistema costruttivo assume un’importanza primaria. Per un lungo periodo la maggior parte delle soluzioni era affidata all’hi-tech, alla tecnologia sofisticata, in grado di rispondere in autonomia ai problemi delle condizioni climatiche esterne e alla gestione, anche ordinaria, della costruzione.

Perché oggi la fiducia nell’hi-tech è in calo e si tendono a recuperare le tecniche del costruire tradizionale? Sicuramente per i costi: l’alta tecnologia non è economica e, soprattutto, la sua gestione impegna alti consumi. Inoltre, la conduzione autonoma dell’edificio allontana la capacità dell’utente di adattare sé stesso e l’immobile alle variazioni ambientali. All’interno di questa rinnovata attenzione verso sistemi tradizionali, sperimentati da tempo, il progetto, e quindi l’opera realizzata, assumono un compito ulteriore: offrire un prodotto “educativo”, dove il fruitore non rimanga passivo; deve al contrario capirne il potenziale e saperlo adattare a ogni cambiamento di condizione esterna.

Gli antichi, per proteggere la cortina dell’edificio, ponevano un generoso aggetto nella copertura; partendo da questo insegnamento le pareti trasparenti, anche se continue, possono essere dotate di opportuni ombreggiamenti, movimentati manualmente durante il giorno, attraverso i quali neutralizzare il surriscaldamento dei raggi solari. All’hi-tech si sta sostituendo il low-tech, che si rivolge, in sintesi, a due principali scelte progettuali: l’uso di materiali “poveri”, che consentano soluzioni leggere e poco invasive, quasi da autocostruzione; il ricorso a sistemi tradizionali, filtrati dall’intelligenza di corrispondere, nel migliore dei modi, alle condizioni climatiche del luogo.


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