La riapertura dello Stretto di Hormuz riduce la pressione sui mercati e segnala una de-escalation tattica tra Stati Uniti e Iran, ma restano intatte le tensioni strategiche, le ambiguità operative e le fratture politiche tra occidentali. Ora la palla passa a possibili nuovi negoziati su cui c’è maggiore ottimismo?
L’Iran ha annunciato la riapertura completa dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale per tutta la durata del cessate il fuoco tra Israele e Libano. Una decisione che ha un impatto immediato sui mercati — con il prezzo del petrolio in calo di oltre il 10% — ma che, sul piano strategico, resta strettamente condizionata alla fragilità dell’intesa tra Washington e Teheran.
Il messaggio di Teheran è duplice. Da un lato, segnala disponibilità a ridurre la pressione su uno dei chokepoint più critici al mondo — da cui transita circa un quinto del petrolio globale — e quindi a contribuire alla stabilità dei mercati energetici. Dall’altro, introduce un elemento di controllo politico: il passaggio delle navi resta vincolato a una “rotta coordinata” stabilita dalle autorità iraniane, mantenendo di fatto una leva operativa sul traffico marittimo.
La risposta americana conferma questa ambiguità. Donald Trump ha accolto positivamente la riapertura, arrivando a definirla “una grande e brillante giornata per il mondo”. Il presidente ha inoltre affermato che “l’Iran, con l’aiuto degli Stati Uniti, ha rimosso, o sta rimuovendo, tutte le mine marine”, sottolineando una cooperazione operativa limitata ma significativa. Trump ha anche ringraziato pubblicamente Pakistan, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per il ruolo svolto.
Allo stesso tempo, ha chiarito che il blocco navale statunitense sui porti iraniani resterà in vigore fino a un accordo complessivo. In altre parole, la de-escalation è parziale e reversibile: delicatissima.
Intanto, Francia, Regno Unito, Germania e Italia, i cui leader erano riuniti a Parigi (dove l’Eliseo ha organizzato un nuovo vertice dei Volenterosi), hanno accolto con favore la decisione dell’Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz, chiedendo una riapertura completa e senza condizioni. I quattro Paesi hanno inoltre annunciato la preparazione di una missione difensiva per facilitare il transito marittimo nell’area.
Dall’Europa emerge un tentativo di ancorare la crisi a principi e sicurezza operativa. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuta nel meeting parigino, ha definito l’apertura dello Stretto di Hormuz un principio fondamentale del diritto internazionale, da applicare a “ogni altro stretto o rotta marittima”. Ha inoltre sottolineato che i cessate il fuoco in Libano e Iran devono essere “parte integrante di qualsiasi processo negoziale serio” per risolvere la crisi in Medio Oriente, ribadendo come sia “vitale” che Teheran rinunci alla ricerca di armi nucleari.
Sul piano operativo, Meloni ha indicato che la missione annunciata dal primo ministro britannico, Keir Starmer, si concentrerà sulla sicurezza della navigazione nell’area dello Stretto, con attività di controllo e bonifica per escludere la presenza di mine e garantire fiducia al settore marittimo. Una missione definita “puramente difensiva”, alla quale l’Italia contribuirà con “un certo numero di unità navali”.
Le parole di Trump nello stesso giorno restituiscono però una frattura evidente anche sul piano transatlantico, dando spazio di manovra per ora limitato all’iniziativa europea. “Ora che la situazione nello Stretto di Hormuz è risolta, ho ricevuto una chiamata dalla Nato per chiedere se avessimo bisogno di aiuto. Ho detto loro di stare alla larga, a meno che non vogliano semplicemente riempire le loro navi di petrolio. Quando serviva, sono stati inutili, una tigre di carta”, ha scritto il presidente statunitense su Truth Social.
Il contesto negoziale resta comunque instabile. Il cessate il fuoco tra Israele e Libano — limitato a dieci giorni — si inserisce in una dinamica più ampia che coinvolge direttamente il dossier nucleare iraniano e il confronto militare tra Stati Uniti e Iran, con Israele stessa impegnata nella gestione del dossier ma in maniera separata. Le accuse incrociate di violazione degli accordi e il fallimento dell’ultimo round di colloqui in Pakistan mostrano come la finestra diplomatica sia ancora estremamente fragile.
In questo quadro, la riapertura di Hormuz rischia di essere più come una misura tattica che come un vero segnale di svolta. Riduce temporaneamente la pressione economica globale, ma non modifica gli equilibri di fondo: il controllo delle rotte energetiche resta uno strumento centrale nella competizione armata. Teheran e Washington non hanno per ora un accordo che possa garantire stabilità duratura.







