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Il Pentagono valuta la riconversione dell’automotive per l’industria della difesa

Il Pentagono sta dialogando con i colossi dell’automotive americana per rafforzare la produzione militare, spinto dall’intensificarsi dei conflitti e dalla pressione sulle scorte. Un approccio che richiama a ovvi precedenti storici, ma che si inserisce in un contesto geopolitico profondamente diverso. Iniziative simili sono già in corso anche in Europa, dove la prospettiva della riconversione è vista anche come un modo per salvaguardare aziende e posti di lavoro

Il Pentagono vuole riconvertire parte dell’industria dell’automotive americano alla produzione bellica. Come rivelato dal Wall Street Journal, funzionari del Dipartimento della Difesa hanno avviato colloqui con i vertici di alcune delle più grandi aziende manifatturiere degli Stati Uniti, tra cui Mary Barra, Ceo di General Motors, e Jim Farley, amministratore delegato di Ford Motor, per discutere di come riconvertire parte delle loro linee produttive per sostenere l’industria della difesa. Al tavolo anche GE Aerospace e Oshkosh, il colosso dei veicoli e dei macchinari industriali. L’obiettivo sarebbe quello di integrare la capacità produttiva del settore privato non afferente alla difesa nella catena di approvvigionamento militare, in particolare per quanto riguarda la produzione di munizioni, missili e sistemi anti-drone.

Non un’idea dell’ultimo minuto

I colloqui, secondo quanto riferito, erano già in corso prima dello scoppio del conflitto con l’Iran. Ma è proprio la guerra nel Golfo ad aver impresso un’ulteriore accelerazione, a causa del rapido consumo di munizioni e materiali che sta erodendo le scorte americane a una velocità che la base industriale della difesa tradizionale fatica a compensare. Una pressione che si aggiunge a sua volta a quella del sostegno a Kyiv, in corso da più di quattro anni. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha più volte parlato della necessità di portare l’industria americana su un “wartime footing”, vale a dire un assetto da economia di guerra. Non a caso, nella proposta di finanziamento per la Difesa Usa per l’anno fiscale 2027, che ammonta alla cifra record di 1.500 miliardi di dollari, il 23% del totale (pari a circa 350 miliardi di dollari) sarebbe destinato proprio all’espansione della base industriale.

L’Arsenal of Democracy, 80 anni dopo

Erano ottant’anni che, nel mondo occidentale, non si parlava apertamente di riconversione delle industrie civili a uso militare, ma il precedente storico è ben noto ai funzionari del Pentagono. Durante la Seconda guerra mondiale, le fabbriche di Detroit smisero di produrre automobili per sfornare bombardieri, motori aeronautici e camion militari. Franklin D. Roosevelt la definì “Arsenal of Democracy”, concettualizzando per la prima volta l’idea che la forza produttiva americana fosse essa stessa un’arma strategica. Oggi, con l’aumentare dei conflitti in corso (senza parlare della gargantuesca sfida produttiva con Pechino), quella stessa logica sta tornando e i funzionari della Difesa americana hanno chiesto ai vertici delle grandi aziende se fossero in grado di effettuare una rapida conversione verso la produzione militare e di identificare gli ostacoli che lo impedirebbero, dai requisiti contrattuali alle complessità dei processi di gara. Non è la prima volta che questa amministrazione chiede aiuto all’industria privata in tempo di crisi. General Motors e Ford erano già state arruolate dalla presidenza Trump durante i primi mesi della pandemia da Covid-19, quando produssero decine di migliaia di ventilatori insieme alle aziende specializzate in dispositivi medici. Ma, questa volta, la posta in gioco è molto diversa.

Chi è già in campo

Oshkosh, con sede nel Wisconsin, è stata tra le più reattive. Secondo Logan Jones, chief growth officer della divisione trasporti dell’azienda, i dialoghi con il Pentagono sono iniziati già a novembre, in risposta all’appello di Hegseth per aumentare la produzione. “Abbiamo sentito chiaramente il messaggio e stiamo guardando proattivamente a capacità che possano corrispondere ai loro bisogni”, ha dichiarato Jones. L’azienda fornisce già veicoli tattici da trasporto truppe all’US Army, ma la quota di prodotti afferenti alla difesa rimane minoritaria rispetto ai suoi 10,5 miliardi di dollari di fatturato complessivo. General Motors, invece, ha una posizione privilegiata, dal momento che dispone già di una sussidiaria che produce veicoli leggeri di fanteria basati sul Chevrolet Colorado, e si trova in pole position per aggiudicarsi un contratto ben più ambizioso, quello per il nuovo veicolo che dovrebbe sostituire l’Humvee, celebre mezzo capace di fungere sia da trasporto truppe sia da posto di comando mobile.

E in Europa?

Per una volta, l’idea è venuta prima agli europei. Nel Vecchio continente si ragiona da tempo sulla possibilità di riconvertire parte dell’industria automobilistica per sostenere il rilancio delle capacità difensive del continente. Anche se, va detto, non sono solo valutazioni strategiche a spingere questa logica. La parabola discendente dell’automotive europeo (che con la crisi petrolifera in corso rischia di aggravarsi ulteriormente) minaccia di far saltare centinaia di migliaia di posti di lavoro. La riconversione di determinate linee produttive potrebbe dunque risultare il metodo più rapido per salvaguardare lavoratori e imprese, anche se il possibile costo politico di una simile iniziativa solleva timori e incertezza.

Intanto, però, qualcosa si muove. Basti guardare alla Germania. La tedesca Rheinmetall, il principale produttore europeo di munizioni, ha già avviato la riconversione di due impianti automobilistici a Berlino e Neuss, trasformandoli in poli ibridi per la produzione militare, con un utile nel comparto armi e munizioni quasi raddoppiato a 339 milioni di euro nei primi nove mesi del 2024, mentre allo stesso tempo la divisione automotive ha registrato un calo del 3,8%. Il ceo di Rheinmetall, Armin Papperger, non ha poi nascosto l’interesse per acquisire lo stabilimento Volkswagen di Osnabrück, uno dei tre che il gruppo automobilistico tedesco ha in programma di chiudere. Volkswagen, dal canto suo, starebbe valutando di riconvertire proprio quello stabilimento per produrre componenti legati ai sistemi di difesa aerea, una mossa che salverebbe circa 2.300 posti di lavoro altrimenti destinati alla chiusura nel 2027. Non sarebbe la prima volta d’altronde, visto che si parla dello stesso gruppo che nel 1940 sospese gli ordini del Maggiolino per produrre le Kübelwagen della Wehrmacht. Gli esperti tedeschi, tuttavia, mettono in guardia da un eccessivo ottimismo. “L’industria automobilistica è circa dieci volte più grande dell’industria bellica”, ha osservato Klaus-Heiner Röhl dell’Istituto di economia tedesca, e l’aumento delle commesse militari non può compensare completamente il crollo degli ordini dall’automotive. 

Perché conta anche per l’Italia

Le mosse industriali tedesche riguardano da vicino anche l’Italia, le cui industrie sono legate a doppio filo con quelle di Berlino. Beninteso, non basta la riconversione di un paio di impianti in Germania per innescare una dinamica analoga da questo lato delle Alpi. Tuttavia, non si può escludere che simili valutazioni riguardo il comparto automotive siano state prese in considerazione anche da Roma. A maggior ragione dopo il vertice Italia-Germania dello scorso gennaio, che ha visto Roma e Berlino stringere importanti accordi di cooperazione industriale, comprensivi anche di un capitolo dedicato alla difesa.


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