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La visita di Pahlavi a Roma. Diplomazia, opposizione e il nodo irrisolto dell’interlocutore iraniano

La visita di Reza Pahlavi a Roma riapre il nodo della selezione degli interlocutori iraniani tra diplomazia prudente e pressione politica. Il punto centrale è la mancanza di un’opposizione strutturata e organizza nella Repubblica islamica

La visita a Roma di Reza Ciro Pahlavi, principe ereditario dello Scià di Persia, si configura come un test politico sulla postura italiana verso l’Iran, in una fase in cui la linea tra diplomazia, pressione internazionale e selezione degli interlocutori dell’opposizione si fa sempre più sottile.

Il principe, che ambisce a costruirsi uno spazio come volto della speranza per milioni di iraniani ancora vittime della repressione degli ayatollah, ha portato a Roma un messaggio preciso: Europa e Italia devono intervenire, unite, a difesa del popolo iraniano. Un popolo che, nel suo racconto, è ancora molto lontano dalla libertà dal regime — indebolito ma non sconfitto definitivamente dall’intervento degli Stati Uniti. “Serve supporto esterno per liberare l’Iran”, ha detto durante un evento organizzato giovedì al Centro Studi Americani. “Gli iraniani non possono restare fuori dall’equazione che porterà l’Iran fuori dal regime nel prossimo futuro”, ha inoltre dichiarato. “Una transizione politica democratica che va supportata anche dall’esterno e di cui io potrei essere garante”.

La visita arriva in un momento già sensibile. Da settimane, una parte della diplomazia italiana — insieme a settori del Vaticano — insistono sulla necessità di mantenere aperti i canali con Teheran, in un quadro regionale in rapido deterioramento. Una postura prudente che convive però con un dibattito politico più esposto, in cui il rapporto con l’opposizione iraniana diventa argomento di confronto molto delicato, sia in Italia che a livello internazionale. È in questo spazio che si inserisce la figura di Pahlavi, tornato al centro della scena europea con una narrazione sempre più netta sul collasso imminente del regime.

La sua lettura del momento è diretta. Ospite di Bruno Vespa a Cinque minuti su Rai1, Pahlavi ha definito il regime “ferito”, ”molto debole e sull’orlo del collasso”, sostenendo che la fase attuale rappresenti “un’opportunità d’oro” per la sua caduta. In un’intervista a Repubblica si è spinto oltre: ”Sono pronto ad andare in Iran per lanciare da una zona sicura l’ultimo assalto al regime”, descrivendo le recenti azioni militari come “quasi un intervento di soccorso umanitario nei confronti di un popolo in ostaggio”. Ma avverte anche: il regime non va considerato sconfitto. “È stato colpito gravemente. Per quanto indeboliti, ci sono gangli del potere che ancora funzionano. E Khamenei figlio non è affatto diverso dal padre”, ha precisato nel dibattito al Csa. Il messaggio all’Europa resta esplicito: “Il popolo iraniano sta aspettando questa opportunità, ma non può agire da solo e serve un sostegno esterno”.

Sul tema della transizione, Pahlavi si candida apertamente. “Penso di poterne essere il leader, ma solo per il tempo necessario affinché essa si compia e il popolo scelga il proprio futuro. Potrò fare da garante durante il processo che trasformerà l’Iran. Milioni di iraniani me lo chiedono da anni”. La sua proposta è quella di un governo transitorio che predisponga un’assemblea costituente, per poi arrivare a un referendum popolare. “Dopo la caduta del regime avremo un Paese che gestirà con responsabilità il dossier sul nucleare, che eliminerà i legami col terrorismo e che svolgerà un ruolo fondamentale nella stabilizzazione della regione”.

La tappa romana ha aggiunto un livello ulteriore al quadro. Mercoledì Pahlavi è stato ricevuto alla Camera in un incontro con alcuni parlamentari, su iniziativa di Roberto Bagnasco (Forza Italia) e Alessia Ambrosi (Fratelli d’Italia), presidente dell’intergruppo parlamentare Italia-Iran, con il supporto dell’Associazione Italia-Iran e dell’Istituto Milton Friedman. Presenti anche Maurizio Gasparri e Stefania Craxi, insieme ad altri esponenti della maggioranza e ad alcuni deputati della Lega, che in una nota hanno ribadito che “ascoltare tutte le voci fa parte del nostro modo di intendere la politica”, pur sottolineando che ”la via principale per ottenere la pace è quella diplomatica”.

Ma proprio su questo passaggio si è aperta una frizione politica — e non tra maggioranza e opposizione, bensì all’interno della stessa coalizione di governo. Il senatore di Fratelli d’Italia Giulio Terzi di Sant’Agata ha apertamente criticato la visita, definendo Pahlavi su X ”l’autocandidato Scià-figlio” e accusandolo di rivendicare una continuità con il regime monarchico, non disconoscere le malefatte e i comportamenti illiberali.

Sul piano diplomatico è arrivata infine anche la reazione dell’ambasciata iraniana a Roma, che su X ha definito la visita un gesto politico ostile, criticando l’ospitalità concessa a una figura “ripudiata e illusa” legata a “progetti sovversivi”.

Il risultato è un quadro che va oltre la cronaca della visita. Roma diventa un punto di intersezione tra diplomazia prudente, ricerca occidentale di interlocutori alternativi e conflitto narrativo sulla legittimità dell’opposizione iraniana. Con una contraddizione che resta aperta: nel tentativo di immaginare il dopo-regime, chi viene riconosciuto come interlocutore finisce inevitabilmente per diventare anche un attore politico del presente.

Il punto, sollevato nel Q&A a margine dell’evento del Csa, riguarda la situazione interna al Paese. Per ora, non c’è un’opposizione composta e strutturata in grado di dare la spallata al regime – che sotto le bombe israelo-americane potrebbe anche aver aumentato la sua presa sul potere (e sul consenso, tramite narrazioni nazionalistiche e propagandiste). Tanto meno, Pahlavi riesce a individuarla in termini sostanziali.

Ragion per cui al momento il principe è il leader di una potenziale idea speranzosa, un possibile progetto che per ora resta sulla carta e che – stando alle informazioni diffuse da lui stesso – non è ancora concretizzato con un sostegno nel Paese (nel quale Pahlavi non torna dal 1979).


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