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L’America ha il brevetto, la Cina la catena di montaggio. La competizione tecnologica letta da Jake Sullivan

Nel suo ultimo intervento su Foreign Affairs, Jake Sullivan ridisegna la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina non come una gara all’innovazione, ma una battaglia per il controllo delle leve industriali e strategiche del sistema globale. E offre degli spunti di riflessione per i policymakers transatlantici

Non è una gara a chi arriva primo. È una competizione senza traguardo, fatta di resistenza, capacità industriale e controllo delle leve strategiche. Nel suo ultimo intervento su Foreign Affairs, l’ex segretario alla sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan ridefinisce i contorni della sfida tra Stati Uniti e Cina, spostando il focus dall’innovazione pura alla capacità di tradurla in potere concreto. Per decenni, Washington ha letto l’ascesa tecnologica cinese come un inseguimento da parte dell’avversario. Ma questa narrazione, oggi, non regge più. La Cina ha cambiato schema: non punta necessariamente a vincere ogni singola frontiera tecnologica, ma a controllare i nodi critici, dalle terre rare alle batterie, fino agli input industriali, su cui si regge l’intero sistema globale. Una visione molto pragmatica, forse e più di quella americana.

Secondo Sullivan, Stati Uniti e Cina stanno giocando due partite diverse. Washington ha privilegiato le cosiddette “breakthrough innovations, convinta che il vantaggio scientifico si traducesse automaticamente in supremazia economica e militare. Pechino, invece, ha lavorato concentrandosi più sulla “cascata”, ovvero sulla produzione su larga scala, integrazione tra civile e militare, controllo delle supply chain. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. In settori come le batterie agli ioni di litio o i materiali critici, la Cina è il dominus. E proprio questo squilibrio mette in crisi l’approccio americano.

La risposta di Washington, suggerisce Sullivan, deve passare da una revisione profonda della propria strategia. Il cuore della proposta dell’ex vertice di Washington è la ricostruzione di una “base tecno-industriale” capace non solo di innovare, ma anche di produrre su scala. In questa logica si inseriscono misure già adottate negli ultimi anni, come il Chips Act o l’Inflation Reduction Act, ma anche l’idea di replicare modelli di mobilitazione rapida sullo stile dell’Operation Warp Speed. L’obiettivo implicito è ridurre la dipendenza da forniture esterne e recuperare il controllo sui processi produttivi. Ma la competizione tecnologica non è solo economica, e ha anzi implicazioni dirette sulla sicurezza internazionale, a partire da dossier sensibili come quello di Taiwan. Per gli Stati Uniti, la capacità di integrare rapidamente nuove tecnologie dall’IA ai sistemi unmanned diventa un elemento per la loro architettura di deterrenza.

Non si tratta però, sia chiaro, di autarchia. Al contrario, Sullivan insiste sul concetto di “allied scale”, una strategia coordinata con partner e alleati per costruire catene del valore resilienti e alternative a quelle dominate da Pechino (un tema affrontato da vicino anche in occasione dell’evento organizzato lo scorso marzo da Formiche assieme al Center for European Policy Analysis). Accanto alla promozione industriale, emerge la necessità di protezione. Sullivan riprende il concetto di “small yard, high fence”: limitare i controlli a un perimetro ristretto di tecnologie critiche, come i semiconduttori avanzati, ma difenderlo con barriere molto rigide. L’obiettivo è evitare un decoupling totale, che sarebbe economicamente controproducente, mantenendo però un vantaggio strategico nei settori più sensibili. Una linea sottile, che richiede equilibrio tra apertura e sicurezza.

Un altro fronte cruciale è quello degli standard tecnologici, ovvero non limitarsi a sviluppare tecnologie ma definirne anche le regole. Dalla governance dell’IA alla sicurezza dei dati, chi “scrive gli standard” determina l’architettura del sistema globale. In questo campo, la competizione con la Cina è particolarmente intensa, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove Pechino esporta infrastrutture digitali integrate, spesso accompagnate da modelli di governance più autoritari.

Una competizione in cui, secondo lo stesso Sullivan, c’è spazio per la cooperazione. Dalla gestione dei rischi legati all’IA fino alla non proliferazione nucleare, esistono ambiti in cui Stati Uniti e Cina devono necessariamente collaborare. Il punto non è scegliere tra competizione e cooperazione, ma gestire entrambe contemporaneamente, evitando una spirale di escalation incontrollata. Perché, come suggerisce l’autore, il vero terreno dello scontro non è la prossima innovazione. È tutto ciò che viene dopo.

 


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