“Oggi stiamo attraversando uno dei momenti più complessi per la Nato, anche a causa delle difficoltà dell’attuale amministrazione americana. Sarà necessario capire come ripensare l’Alleanza e come rafforzare la difesa europea. Inoltre, è ormai convinzione diffusa che il futuro stesso del continente europeo dipenderà dal modo in cui verrà definita la fine del conflitto in Ucraina”. Conversazione con l’esperto diplomatico Rocco Cangelosi
I nostri alleati storici restano l’Alleanza Atlantica e l’Unione europea. L’ambasciatore Rocco Cangelosi, esperto diplomatico, tra l’altro consigliere dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sgombra il campo da dubbi e dichiarazioni fuorvianti, come quella fatta dal leader del M5S sul gas russo. Nel mezzo resta il dibattito sul futuro della Nato, che non potrà prescindere da un diverso impatto con le intenzioni della Casa Bianca, su cui pende erò il giudizio del Congresso.
C’è il rischio che, nel panorama politico italiano, vi siano ancora forze che guardano oltre le due gambe che il Presidente del Consiglio ha indicato come fondamentali per l’Occidente, ovvero Stati Uniti e Unione europea?
Non vedo questo rischio. La posizione espressa da Giuseppe Conte, cui lei allude, sul possibile ritorno all’acquisto di gas russo mi sembra piuttosto chiara: ha affermato che se ne potrà discutere solo una volta risolta la questione ucraina. Ho colto in questa dichiarazione un cambiamento significativo rispetto al passato. Non vedo quindi forze politiche che stiano compiendo passi in avanti in quella direzione, neppure la Lega, che tradizionalmente è considerata più incline a un dialogo con Mosca. Anche in quel caso, non credo vi sia un reale margine di manovra.
Nato e Unione europea: a che punto siamo?
I nostri alleati storici restano l’Alleanza Atlantica e l’Unione europea. Oggi stiamo attraversando uno dei momenti più complessi per la Nato, anche a causa delle difficoltà dell’attuale amministrazione americana. Sarà necessario capire come ripensare l’Alleanza e come rafforzare la difesa europea. Inoltre, è ormai convinzione diffusa che il futuro stesso del continente europeo dipenderà dal modo in cui verrà definita la fine del conflitto in Ucraina. Non è solo la conclusione della guerra a essere determinante, ma le condizioni politiche, territoriali e di sicurezza con cui quella conclusione verrà raggiunta. Da questo dipenderà l’assetto europeo dei prossimi decenni.
Il 26 gennaio è entrato in vigore nell’Unione europea il divieto progressivo di importazione di gas russo. Se il conflitto in Ucraina terminasse domani, come si concilierebbe un eventuale ritorno all’acquisto di gas russo con questa normativa?
Molto dipenderà da come si concluderà il conflitto. Se dovesse finire con una pace imposta da Mosca, la questione del gas russo non si porrebbe affatto. Se invece la fine della guerra coincidesse con un nuovo quadro di sicurezza e di rispetto reciproco, allora lo scenario cambierebbe e si potrebbe tornare a discutere anche di economia, quindi di gas.
In un recente incontro con Rutte, il Presidente degli Stati Uniti si è detto deluso della Nato. Tuttavia, su iniziativa del Regno Unito, due giorni fa è stato definito un impegno scritto per garantire il passaggio nello Stretto di Hormuz subordinato al cessate il fuoco. L’Alleanza è davvero ferma? E perché si continua a parlare di un possibile disimpegno americano?
La richiesta avanzata dal Presidente degli Stati Uniti di un intervento diretto della Nato in Iran è stata considerata come eccedente rispetto al mandato dell’Alleanza, che non prevede operazioni automatiche in scenari non riconducibili alla difesa collettiva. Il documento successivo, invece, si concentra su un impegno più coerente con le competenze della Nato: garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Quanto all’ipotesi di un disimpegno, un’eventuale uscita richiederebbe comunque un passaggio al Congresso; si tratta quindi di dichiarazioni che vanno interpretate anche alla luce della politica interna. Gli Stati Uniti mantengono un interesse strategico nell’Alleanza Atlantica, e un’Alleanza senza Washington non sarebbe più tale: dovrebbe chiamarsi diversamente o essere sostituita da qualcos’altro.
È altrettanto vero che la Nato è nata su basi paritarie tra le due sponde dell’Atlantico, nel rispetto di diritti e valori condivisi. Considero quindi questa fase come un passaggio da gestire con attenzione. Rutte sta cercando di farlo, adottando un approccio diplomatico e morbido per mantenere gli Stati Uniti pienamente coinvolti. Va anche ricordato che il Presidente americano tende spesso a formulare annunci selettivi, come quando afferma di voler ritirare truppe o basi dai Paesi considerati meno cooperativi. Si tratta però di dichiarazioni che rispondono anche a logiche interne.
Il punto è che oggi ci troviamo di fronte a un Presidente che può lasciarsi trascinare in iniziative rischiose – come quella iraniana – senza averne valutato con attenzione conseguenze e impatti. L’idea che l’Iran potesse essere trattato come il Venezuela si è rivelato un errore significativo, come gli veniva ripetuto da vari esponenti politici statunitensi. E alla fine, come riportato dal New York Times, si è lasciato influenzare dalle pressioni del governo israeliano.
Come se ne esce?
I Paesi europei dovrebbero esercitare una pressione politica e diplomatica costante affinché gli Stati Uniti adottino un approccio più ponderato. Condannare apertamente le iniziative che mettono a rischio la stabilità internazionale è l’unico modo per contribuire a preservare l’Alleanza Atlantica e il suo ruolo nel sistema di sicurezza globale.
















