Il pacchetto, che comprende il Cloud and AI Development Act (Cada), il Chips Act 2, una strategia sull’open-source e una roadmap per la digitalizzazione del settore energetico, era atteso per il 25 marzo, è stato spostato al 15 aprile, ora è calendarizzato per il 27 maggio. La Commissione Virkkunen non ha ancora risolto il nodo politico più delicato dell’intero mandato: cosa significa, in termini giuridici e industriali, “European effective control” sulle infrastrutture digitali critiche. L’intervento di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro Economia Digitale
Il secondo rinvio del Tech Sovereignty Package della Commissione Europea rivela una difficoltà politica di prima grandezza. Il pacchetto, che comprende il Cloud and AI Development Act (Cada), il Chips Act 2, una strategia sull’open-source e una roadmap per la digitalizzazione del settore energetico, era atteso per il 25 marzo, è stato spostato al 15 aprile, ora è calendarizzato per il 27 maggio. Il motivo ufficiale non esiste: l’agenda del Collegio è stata aggiornata senza spiegazioni. Il motivo reale è che la Commissione Virkkunen non ha ancora risolto il nodo politico più delicato dell’intero mandato: cosa significa, in termini giuridici e industriali, “European effective control” sulle infrastrutture digitali critiche.
La posta in gioco è concreta. Il Cada nasce con l’ambizione di triplicare la capacità europea di data center, definire requisiti di eleggibilità per i fornitori di servizi cloud a livello comunitario e creare una politica unica di procurement cloud per le pubbliche amministrazioni dei Ventisette. L’articolo 114 TFUE come base giuridica conferisce all’atto portata vincolante e applicabilità diretta, distinguendolo da qualsiasi precedente iniziativa volontaria, GAIA-X inclusa. Il Chips Act 2 rilancia una strategia sui semiconduttori che nella prima versione non è riuscita ad aumentare significativamente la produzione continentale. La strategia open-source punta a trasformare un ecosistema che costituisce la base del 70-90% del software globale in leva di autonomia digitale.
Il problema di fondo è strutturale e i dati McKinsey pubblicati a marzo lo quantificano con precisione. Nel 2025 il commercio globale di beni legati all’intelligenza artificiale è cresciuto del 37%, con semiconduttori e apparecchiature per data center che hanno generato un terzo dell’incremento complessivo degli scambi mondiali. Gli Stati Uniti hanno assorbito circa la metà della nuova capacità globale di data center, registrando una crescita del 66% nel commercio di questi beni. L’Unione Europea si è fermata al 22%. Il surplus manifatturiero europeo, depurato dagli acquisti farmaceutici anticipati, si è contratto di circa 40 miliardi di dollari. L’Europa resta un anello della catena del valore (ASML, la ricerca, la componentistica di precisione), ma non è il centro di gravità della domanda. È fornitrice, non committente.
Questa asimmetria spiega perché la posizione espressa da Roland Busch, ceo di Siemens, al Financial Times merita attenzione al di là del singolo editoriale. Busch ha definito la costruzione di infrastrutture AI europee un potenziale “disastro”, accusando l’UE di un approccio “miscalibrato” e paragonando l’ecosistema continentale ad “acqua stagnante”. La tesi sottende una scelta geopolitica precisa: rinunciare alla capacità infrastrutturale autonoma in cambio di velocità di adozione, affidandosi alle piattaforme statunitensi come leva di crescita.
È una posizione che il quadro strategico della Sovranità Tecnologica Coopetitiva, sviluppato dal Centro Economia Digitale a partire già dal 2020 e aggiornato con i rapporti “Coopetizione” (2024) e “High-Tech Economy” (2025), contesta nei fondamenti. La sovranità tecnologica non coincide con l’autarchia. È la capacità di un sistema-Paese di generare conoscenza tecnologica autonomamente o attraverso partnership affidabili, mantenendo il controllo sulle funzioni critiche. Il trade-off non è tra sovranità e innovazione, ma tra livelli diversi di dipendenza, ciascuno con costi e rischi specifici. Il moltiplicatore settoriale che il Ced ha calcolato nel rapporto HTE (3,18 dollari di Pil per ogni euro di valore aggiunto High-Tech nei paesi Ocse, 3,9 nell’Ue) dimostra che investire in capacità tecnologica ad alta intensità non frena la crescita: la genera.
Il contesto geopolitico rende la scelta ancora più urgente. La sentenza della Corte Suprema statunitense che ha invalidato l’uso dell’Ieepa per imporre dazi unilaterali non ha eliminato il rischio tariffario: alla data odierna, l’amministrazione Trump ha ricollocato i dazi su una base giuridica diversa (Section 122 del Trade Act), alzandoli al 15% con validità fino a luglio 2026, e ha annunciato tariffe settoriali sui semiconduttori entro poche settimane. I flussi commerciali AI si muovono già lungo linee geopolitiche: McKinsey documenta che la maggior parte del commercio di beni AI-related nel 2025 si è svolta tra economie geopoliticamente allineate. In questo scenario, l’assenza di capacità infrastrutturale europea trascende il deficit industriale e diventa una vulnerabilità di sicurezza economica nazionale.
Sul versante italiano, i segnali sono significativi ma frammentati. Le bozze delle Linee guida AgID per il procurement AI nella Pubblica Amministrazione, pubblicate in questi giorni, introducono il concetto di Levelized Cost of Artificial Intelligence e pongono esplicitamente il tema della dipendenza tecnologica nei criteri di acquisto. La Strategia della Difesa in materia di intelligenza artificiale, edizione 2026, prevede un laboratorio operativo permanente e un comitato ordinatore per l’attuazione, come confermato dal ministro Crosetto al Senato il 9 aprile. Sono passi nella direzione corretta. Ciò che manca è il raccordo tra domanda pubblica civile, domanda militare e politica industriale. Il procurement pubblico non può restare neutrale rispetto alla costruzione di filiera: deve diventare leva di capacità, come la risoluzione del Parlamento Europeo del 22 gennaio 2026 sulla sovranità tecnologica e le infrastrutture digitali ha esplicitamente indicato, in continuità con la Dichiarazione sulla Sovranità Digitale Europea firmata dai Ventisette al Summit franco-tedesco di Berlino del novembre 2025.
Il 6 aprile OpenAI ha pubblicato un documento di politica industriale che propone meccanismi redistributivi automatici legati all’impatto occupazionale dell’AI, inclusa la sperimentazione della settimana lavorativa di trentadue ore. Che il principale produttore mondiale di AI generativa chieda ai governi di costruire un nuovo contratto sociale per sostenere l’adozione di massa è un dato politico di prima grandezza. Conferma ciò che il paradigma demand-pull del rapporto High-Tech Economy del Ced argomenta sul piano economico: senza una domanda socialmente sostenibile, l’investimento tecnologico non produce crescita diffusa.
Il Tech Sovereignty Package sarà il test decisivo del mandato Virkkunen. Il Cada, in particolare, definirà se l’Europa intende costruire capacità industriale propria o limitarsi a certificare infrastrutture controllate da soggetti extra-Ue. La differenza tra le due opzioni è interamente strategica, non regolatoria. E le sei settimane che separano dal 27 maggio sono il tempo residuo per una scelta che determinerà la postura tecnologica e geopolitica del continente per il prossimo decennio.
















