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Droni invisibili contro flotte senza equipaggio. Com’è il confronto nello stretto di Taiwan

Dalle lezioni del Mar Nero allo Stretto di Taiwan, la guerra si trasforma in un confronto tra sistemi autonomi, con Pechino che scommette su droni volanti di precisione per neutralizzare gli sciami di Usv di Taipei

Nello stretto di Taiwan la competizione militare si gioca, almeno nella mente degli strateghi che se ne occupano, sempre meno sulle piattaforme tradizionali e sempre più sulla capacità di integrare sistemi autonomi in architetture operative complesse. E se Taiwan e i suoi alleati pensano a come creare un “inferno asimmetrico” nel tratto di mare che separa l’isola dal continente cinese, la Repubblica Popolare sta lavorando a come aggirare questo ostacolo

Secondo un commento apparso su Defence Review (e ripreso dal South China Morning Post), Pechino potrebbe fare affidamento sul Gj-21, un drone d’attacco stealth imbarcato progettato per operazioni navali e caratterizzato da lunga autonomia ed elevata manovrabilità, per contrastare l’approccio di saturazione avversaria con la precisione, e la massa con la superiorità tecnologica.

Il GJ-21 viene descritto come il primo drone stealth da combattimento imbarcato operativo al mondo. Si tratterebbe della versione navalizzata del Gj-11 “Sharp Sword”, un velivolo senza pilota sviluppato per missioni di penetrazione, attacco e ricognizione. Secondo fonti cinesi, il sistema sarebbe già stato dispiegato su piattaforme di nuova generazione come la portaerei Fujian e la nave d’assalto anfibio Type 076 Sichuan, entrambe dotate di catapulte elettromagnetiche (un elemento che segnala l’ambizione cinese di operare droni avanzati con un livello di integrazione paragonabile a quello delle aviazioni navali più evolute).

L’analisi emerge mentre Taiwan continua a puntare su una strategia asimmetrica sempre più esplicita, spesso definita “porcupine strategy”, che punta a rendere qualsiasi tentativo di invasione troppo costoso. Nel dominio marittimo, questo si traduce nello sviluppo di un numero crescente di Unmanned Surface Vessels (Usv), come il Kua Chi, progettati per attacchi rapidi e coordinati contro flotte da sbarco.

Il precedente a cui si guarda con attenzione tra i vertici politico-militari della fu Formosa è, ovviamente, la guerra in Ucraina. Nel Mar Nero i droni navali hanno dimostrato di poter colpire assetti russi ben oltre la linea del fronte, alterando gli equilibri operativi e costringendo Mosca a rivedere posture e difese. È proprio questa lezione che sembra aver spinto Taipei a investire su capacità di saturazione navale. E Pechino a riflettere su contromisure adeguate.

Nel ragionamento cinese, le generazioni precedenti di Uav potrebbero risultare vulnerabili in uno scenario di questo tipo, soprattutto se gli Usv taiwanesi fossero equipaggiati con sistemi di difesa aerea. Il Gj-21, invece, grazie alla sua bassa osservabilità e alla velocità, sarebbe in grado di penetrare lo spazio operativo, condurre missioni Isr (Intelligence, Surveillance and Recognition) e colpire selettivamente gli elementi chiave dello sciame. Per il drone sarebbe anche stato concepito un ruolo di “scudo aereo” per le forze anfibie, in grado di proteggere le unità da sbarco durante le fasi più vulnerabili dell’operazione.

 


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