A Napoli, presso le Gallerie d’Italia, una due giorni di dibattito e confronto in vista della scadenza naturale del Piano di ripresa e resilienza. Il Mezzogiorno ha vinto la sua sfida, ma ora sarà fondamentale fare tesoro della lezione di questi anni, puntando a una modernizzazione delle politiche di coesione. Per spendere bene le risorse del futuro
Che ne sarà del Sud ora che il Pnrr va verso la sua fine naturale? Di soldi, l’Italia, ne ha presi più di tutti in Europa, circa 200 miliardi, euro più, euro meno. Certo, i fondi strutturali europei continueranno ad affluire nei prossimi anni, però a due mesi dalla scadenza di quello che fu il Recovery Plan, è lecito domandarsi se una qualche eredità, anche morale e non solo finanziaria, sopravviverà. Di questo si è parlato presso le Gallerie d’Italia a Napoli, in occasione la due giorni della nuova edizione di Agenda Sud 2030, nell’ambito del quale si è svolto l’evento Il Mezzogiorno dopo il Pnrr, promosso dalla Fondazione Merita, in partnership con Cassa depositi e prestiti e con l’ospitalità di Intesa Sanpaolo.
Un punto di arrivo (e di partenza)
Il là ai lavori della prima giornata lo hanno dato però il presidente della Fondazione Merita, Claudio De Vincenti e i soci fondatori Maria Ludovica Agrò e Amedeo Lepore, tutti e tre autori di un position paper presentato in occasione dell’evento di Napoli. “L’attuazione del Pnrr ha costituito, pur con diversi limiti, un primo fondamentale esempio di fiducia interistituzionale e di cultura del risultato. Si tratta di due asset che andranno coltivati fino a coinvolgere le molte zone della Pa ancora in ombra e a plasmare un nuovo modello di management pubblico”, si legge.
“Da questo punto di vista può risultare positiva, al di là dell’ovvia esigenza di prolungare la spesa per alcuni interventi al di là del 2026, l’estensione nel ricorso ai cosiddetti strumenti finanziari, cui per esempio la Spagna aveva fatto ricorso fin dall’inizio del suo Pnrr. Si tratta di facilities che consentono di posticipare l’erogazione effettiva delle risorse oltre la scadenza del Pnrr per un ammontare indicato nella relazione più volte citata in 23,8 miliardi complessivi (compresi gli strumenti assimilabili), a condizione che entro la scadenza siano assunti impegni giuridicamente vincolanti. Questo meccanismo è particolarmente rilevante per il Mezzogiorno, dove molti dei cantieri più complessi si trovano ancora nelle fasi iniziali”.
Poi uno sguardo ai fondi europei con orizzonte 2027. “Questa riprogrammazione, che vale per l’Italia oltre 7 miliardi (di cui 4,7 sulla competitività e 1,1 sulla casa), può rappresentare il quadro di un nuovo approccio e un’opportunità per riorientare le risorse della coesione verso driver strategici di crescita. Con sei priorità: resilienza idrica, housing sociale, transizione energetica e climatica, competitività e innovazione, semplificazione, difesa e sicurezza. Nella consapevolezza peraltro che siamo ormai nella fase finale del ciclo 2021-27 e che quindi è assolutamente urgente accelerarne l’attuazione”.
Di qui, una prima conclusione. “Quanto detto discende prima di tutto l’esigenza di riaprire in sede europea il nodo politico di un aumento delle risorse complessive a disposizione del bilancio comunitario, in particolare attraverso una nuova emissione di debito comune che consenta di finanziare in misura consistente le politiche industriali di cui l’economia europea ha bisogno, salvaguardando le risorse per la coesione. Al tempo stesso, però, bisogna essere consapevoli che la nuova governance dei Piani di partenariato costituisce comunque un’occasione straordinaria per costruire finalmente una efficace strategia nazionale di sviluppo, di sollecitazione delle amministrazioni coinvolte e di accelerazione realizzativa degli investimenti”.
Oltre il Pnrr, il Sud che verrà
Dalle riflessione dei convenuti alle Gallerie d’Italia, sono poi emersi alcuni spunti interessanti per meglio capire come il Mezzogiorno potrà fare tesoro dell’esperienza del Pnrr e provare a camminare sulle sue gambe. Qui la parola è passata a Luigi Sbarra, l’ex leader della Cisl a cui Palazzo Chigi ha affidato la delega per il Meridione. “Non vedo un’apocalisse dopo il Pnrr perché abbiamo risorse da spendere soprattutto al Sud. Risorse della coesione, dei bilanci dello stato, dei 10 miliardi programmati nei prossimi tre anni per la transizione 5.0. Gli indicatori economici e sociali sono altamente positivi per il Sud”, ha spiegato Sbarra.
Per il quale, “soprattutto negli ultimi 4 anni il Pil del Mezzogiorno cresce più rispetto alle altre zone dell’Italia, ripartono gli investimenti, si rafforza l’export e il sud dà segni di avanzamento sull’occupazione. Oggi siamo al 50,2% di tasso di occupazione, cresce nella componente a tempo indeterminato e coglie la crescita in forma femminile e giovanile. Questa stagione positiva è il risultato della messa in campo negli ultimi anni di visione unitaria per creare il riscatto delle aree del sud. Tuttavia, c’è ancora tanto cammino da fare. Dopo anni in cui non si sono trasformati in crescita le opportunità, ora abbiamo i 194,5 miliardi incassati finora in 8 rate, perché il 15 maggio arriva la nona rata che l’Ue ha approvato visto che sono stati raggiunti gli obiettivi. Quindi ora ci sarà la nona rata da 165 miliardi di euro e poi c’è il miglio dell’ultima rata, che è la più dura perché è la più consistente”.
Tra banche e debito comune
Ovviamente, non può esistere crescita e sviluppo senza credito. In questo senso le banche continueranno a rappresentare la cinghia di trasmissione tra economie reale e finanza per i territori. Un punto su cui si è soffermato il presidente di Intesa, Gian Maria Gros-Pietro. Facendo però una premessa. “Tra il 2019 e il 2024 la dinamica di crescita del prodotto interno-lordo meridionale ha superato quella nazionale di due punti percentuali, con un aumento cumulato del 7,7% contro il 5,8% dell’insieme del Paese. Dunque è stato, dunque, possibile invertire un divario storico e avviare un processo dinamico di crescita tendenzialmente omogeneo”.
In tal senso “sono particolarmente orgoglioso di poter affermare che Intesa Sanpaolo è anche la maggiore banca del Mezzogiorno, in termini di attività finanziaria sul territorio: siamo pronti a fare la nostra parte in Italia e in particolare nel Sud anche in futuro”. Gros-Pietro ha poi affrontato il tema, spesso divisivo, del debito europeo, teorizzato a più riprese da Mario Draghi. “Un ultimo accenno lo voglio dedicare al ricorso al debito comune europeo per finanziare investimenti sistemici come nel caso del Pnrr. L’emissione di debito comune europeo a fronte di tali investimenti troverebbe facilmente sottoscrittori e contribuirebbe a creare un mercato finanziario unificato, ampio profondo e liquido, simile a quello che da decenni consente agli Stati Uniti e al dollaro di attrarre risorse dal resto del modo”.
Insomma, un simile indebitamento, programmato e vigilato dal lato degli impieghi, “non creerebbe rischi finanziari: al contrario, ridurrebbe la seduzione che l’ampio, profondo e liquido mercato finanziario Usa esercita verso il risparmio europeo, che continua ad attraversare l’Atlantico e va a correre maggiori rischi in un mercato finanziario, quello Usa, che dopo Lehman Brothers ci ha esposti ai fallimenti delle cosiddette “banche regionali californiane” e sta alimentando un rischio di bolla sugli investimenti in IA e in capacità di calcolo e di generazione elettrica ad essa destinati. Fare debito europeo buono si può, se lo si investe bene. Le banche europee sono sane: Intesa Sanpaolo in particolare. Siamo pronti a crescere insieme con il Mezzogiorno, e lo faremo. Con questa prospettiva vi saluto e vi auguro una giornata interessante e istruttiva”.
Un sistema resiliente
Tornando per un momento al campo delle analisi su carta, lo studio di Prometeia presentato per l’occasione, ha portato all’attenzione la grande resilienza del Meridione dinnanzi agli shock globali, come la chiusura dello stretto di Hormuz. Su tutti, l’esempio del mare. “I porti del Mezzogiorno rivestono un ruolo significativo nel commercio marittimo nazionale, contribuendo per circa il 55% all’export e per il 36% all’import. Per i carichi di merci emergono in particolare gli scali di Gioia Tauro, Napoli, Salerno e Cagliari, mentre il transito delle petroliere si concentra prevalentemente nei porti di Augusta, Taranto,
Sarroch, Milazzo e Santa Panagìa. La specializzazione settoriale dei porti del Mezzogiorno vede una prevalenza di prodotti minerali e metalli, prodotti in legno, chimica e industria alimentare”, si legge.
Ebbene, “nel mese di marzo dell’anno in corso, a seguito del blocco dello stretto di Hormuz, il traffico di navi nei porti del Mezzogiorno è rimasto sostanzialmente stabile rispetto al 2025. La media giornaliera si attesta a 34 navi (tra cargo e tanker), rispetto alle 35 registrate nello stesso periodo dell’anno precedente”.
Una mappa per il futuro
Tornando alla politica, centrale o periferica che sia, Gaetano Manfredi, primo cittadino partenopeo, ha rivendicato il ruolo degli enti locali nella messa a terra del Pnrr. “I Comuni sono stati protagonisti del Pnrr, oltre il 90% dei loro progetti sta andando a buon fine. Sono stati proattivi, hanno proposto cose realizzabili, perché conoscevano il territorio e, inoltre, hanno saputo coinvolgere le comunità. La sfida che abbiamo davanti è proseguire questa politica di investimento, soprattutto sulle trasformazioni urbane, utilizzando il modello di semplificazione del Pnrr e il finanziamento diretto nei confronti dei Comuni”. Per questo, adesso l’imperativo è “accompagnare gli investimenti nella capacità della spesa corrente. Tema che non riguarda solo il Sud, ma tutta l’Italia”.
Una sintesi è però arrivata dal vicepresidente della Commissione Ue, Raffaele Fitto, video-collegatosi con Napoli. Fitto ha in particolare toccato la questione del futuro bilancio comunitario. “La proposta per il bilancio 2028-2034 deve andare verso una maggiore semplificazione e una flessibilità ormai decisiva. Oggi abbiamo 14 fondi e oltre 500 programmi di spesa, un sistema spesso rigido dove la flessibilità non è mai stata oggetto di discussione. Nel prossimo ciclo l’obiettivo è avere un approccio integrato tra settori come agricoltura, coesione e turismo, riducendo i meccanismi burocratici per rendere la spesa davvero efficace”, ha detto.
D’altronde, “la flessibilità è oramai decisiva. Noi oggi ragioniamo su delle esigenze che un mese fa non c’erano. Perché prima della guerra in Iran, noi avevamo delle esigenze differenti rispetto a quelle che oggi invece diventano preponderanti. E così è stato con tutti gli altri passaggi che abbiamo vissuto”. Quanto al Pnrr, che “stia incidendo sui temi della crescita è un dato oggettivo, ma va raccontato bene. L’Italia è stata l’unico Paese europeo a scegliere di prendere al 100% la quota di 122 miliardi di euro a debito nazionale. Questo bisogna ricordarlo. Entro fine agosto andranno raggiunti gli obiettivi per la decima e ultima rata. Con le modifiche che abbiamo apportato, il risultato che si sta raggiungendo è di grande rilievo. Se tornassimo indietro, probabilmente nessuno ci avrebbe scommesso”.
Insomma, per Fitto l’eredità del Pnrr è la flessibilità. Un filo conduttore che dovrà valere anche per il futuro. Dunque, “un modello flessibile che permette di adeguare fondi programmati anni fa a esigenze che oggi sono emergenze reali. Abbiamo destinato oltre 4,3 miliardi di euro alla competitività del sistema produttivo e oltre 1,1 miliardi di euro al piano per le case a prezzi accessibili. Sono strumenti di visione come il piano per la resilienza idrica, che ora trovano attuazione concreta grazie a questa flessibilità. Tutto questo ci consente di proseguire nella modernizzazione della politica di coesione”.
















