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Tra Casa Bianca e Vaticano un cortocircuito senza precedenti. Parla Faggioli

Lo scontro tra Donald Trump e Papa Leone XIV rivela una frattura profonda tra politica e religione in Occidente. Non è solo personale, ma segna un cambio nei rapporti tra Stati Uniti e Vaticano, con un Papa più assertivo e un’America sempre più identitaria. Sullo sfondo, l’Africa emerge come area chiave per il futuro della Chiesa. Conversazione con Massimo Faggioli, docente di Teologia al Trinity College di Dublino, tra i più attenti osservatori delle dinamiche ecclesiali e transatlantiche

Donald ne ha per tutti. Mentre le agenzie riprendono l’intervista rilasciata dal tycoon al Corriere in cui accusa la premier Giorgia Meloni di essere “inaccettabile, perché non le importa se l’Iran ha una arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità”, fanno ancora rumore le parole che il presidente Usa ha usato contro il pontefice. Non è solo uno scontro tra due figure globali. È il segnale di una frattura più profonda che attraversa l’Occidente, dove politica e religione tornano a sovrapporsi in modo inedito, ridefinendo equilibri che sembravano consolidati. Gli strali fra Donald Trump e Papa Leone XIV si inseriscono in questo quadro e ne amplificano tutte le contraddizioni. Formiche.net ne ha parlato con Massimo Faggioli, docente di teologia al Trinity College di Dublino, tra i più attenti osservatori delle dinamiche ecclesiali e transatlantiche.

Professor Faggioli, siamo di fronte a uno scontro senza precedenti?

Sì, non ha precedenti. Anche presidenti percepiti come anti-cattolici, come Woodrow Wilson, non si sono mai spinti fino a questo punto. Con Trump c’è qualcosa di nuovo: la rivendicazione di una superiorità politica e culturale sul cattolicesimo americano. È come se dicesse che il Papa non deve mettere bocca negli Stati Uniti. E quell’immagine di sé vestito da Papa è stata estremamente eloquente.

In che modo cambiano i rapporti tra Washington e il Vaticano dopo questo episodio?

Cambiano profondamente le coordinate. Oggi abbiamo un Papa americano e questo rende impossibile accusarlo di antiamericanismo, come accadeva con Papa Francesco. Gli Stati Uniti di Trump reagiscono alla secolarizzazione cercando di darsi una missione religiosa: combattere contro l’Islam, le femministe, la cultura woke. Questo ridefinisce il modo in cui la politica americana guarda al Vaticano.

Trump sembra attribuirsi anche una funzione religiosa, secondo lei?

Nessun presidente americano aveva mai rivendicato una funzione religiosa per se stesso. Qui siamo dentro una ridefinizione complessiva. Alcuni personaggi attorno a Trump esprimono chiaramente questa idea. Dall’altra parte il Vaticano continua a proporre una visione multilaterale, mentre negli Stati Uniti questa prospettiva è sempre meno condivisa.

Dunque, quanto pesa il fattore personale nello scontro?

C’è anche un’antipatia personale evidente, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo. Sotto c’è uno smottamento più profondo nei rapporti tra politica e religione. È una fase in cui saltano gli equilibri che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.

La risposta di Papa Leone XIV è sembrata inedita rispetto al suo stile. 

Ha tirato fuori gli artigli. Non ha fatto finta di nulla. Ha risposto chiaramente che non si fa intimidire. Non è un dibattito politico nel senso stretto, ma uno scontro su valori fondamentali. E questo segna una novità anche nel suo pontificato.

Un cambio di passo?

Sì, è un secondo inizio. Il mondo del 2026 è più instabile rispetto a quello in cui Leone è stato eletto. Il Papa deve rispondere a quello che accade nel mondo, non a Trump in quanto tale. Ma inevitabilmente questa dinamica lo costringe a mostrare un volto diverso, più deciso.

Quanto conta la sua formazione originaria?

Molto. Leone viene da una realtà ecclesiale – quella di Chicago – che conosce bene la politica e non si tira indietro. Non ha iniziato lo scontro, ma non ha nemmeno scelto di evitarlo quando è stato chiamato in causa.

Qual è l’interesse del Vaticano in questa fase?

Non vincere uno scontro con Trump. L’interesse è una situazione internazionale meno instabile. Questo può accadere solo con Stati Uniti più prevedibili. Il Vaticano punta a riallacciare rapporti normali, a raffreddare i toni, ma oggi questi tentativi sembrano essersi arenati. Il problema è che gli Stati Uniti appaiono nelle mani di una leadership molto personalizzata.

Al di là dell’episodio contingente. Il viaggio in Africa che Leone ha in mente che significato ha per l’impostazione e il messaggio del pontificato?

È molto significativo. È il primo viaggio che ha pensato e indica chiaramente dove guarda la Chiesa. Dal Nord Africa, come l’Algeria, al cuore dell’Africa subsahariana: sono territori decisivi per il futuro del cristianesimo. Un mondo complesso, segnato da pluralismo religioso, crescita demografica, tensioni con l’Islam e questioni sociali come la poligamia. È lì che si gioca una parte importante del futuro della Chiesa cattolica.


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