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Spazioplani, sempre più Paesi vogliono averne uno. Cosa sono e perché sono importanti

Sembrano navicelle spaziali, e per certi versi lo sono, ma non si tratta di mezzi pensati per l’esplorazione o la ricerca scientifica. A lavorarci non sono più soltanto Stati Uniti e Cina, ma anche Francia, Germania, India e Giappone, tutti impegnati nello sviluppo di programmi dedicati. Gli spazioplani che stanno attirando l’attenzione di governi e Forze armate nascono con un’altra funzione, quella di portare la superiorità militare in orbita in modi finora inesplorati

Lo spazio non è più un dominio pacifico, e i governi lo sanno. Mentre il mondo contempla le immagini inedite del lato oscuro della Luna catturate dalla missione Artemis II, un numero crescente di Paesi ha deciso di dotarsi di un nuovo tipo di assetto militare che, a un primo sguardo, sembra uscito direttamente da una pellicola di George Lucas: gli spazioplani. A fotografare questa tendenza è il report Global Counterspace Capabilities 2026 della Secure World Foundation, pubblicato la settimana scorsa, che rivela come, oltre a Cina e Stati Uniti, anche Francia, Germania, India e Giappone abbiano tutti avviato, nell’arco dell’ultimo anno, programmi concreti in questa direzione.

Che cos’è uno spazioplano

Prima di entrare nel merito della questione, vale la pena chiarire di cosa si parla. Uno spazioplano è un veicolo in grado di operare sia nell’atmosfera sia in orbita bassa, combinando le caratteristiche di un aereo con quelle di un veicolo spaziale. A differenza dei razzi tradizionali, gli spazioplani militari sono stati progettati da subito per essere riutilizzabili e, soprattutto, per restare in orbita per periodi prolungati, svolgendo missioni classificate che possono includere ricognizione, test di tecnologie avanzate, ispezione di satelliti altrui e financo l’intervento attivo contro gli asset nemici. Il prototipo di riferimento nel settore è l’X-37B americano che, dal 2010, ha volato almeno otto volte. Anche la Cina ha sviluppato un suo equivalente, noto solo come Reusable Experimental Spacecraft, e giunto alla sua quarta missione.

La peculiarità più importante degli spazioplani è la loro capacità di condurre le cosiddette Rpo (Rendez-vous and proximity operations), vale a dire operazioni contraddistinte dall’alto grado di manovrabilità orbitale. Se i satelliti convenzionali sono progettati principalmente per installarsi e rimanere in una determinata orbita, con capacità minime di aggiustamento della rotta per piccole correzioni di traiettoria, gli spazioplani, al contrario, puntano tutto sull’agilità. Anche per questo motivo, lo sviluppo dottrinario di questi assetti fa sempre maggiore affidamento sul concetto di rifornitori orbitali, dei veri e propri pit-stop per il rifornimento di propellenti chimici (i più indicati per le manovre rapide) concepiti per estendere l’autonomia operativa di spazioplani e assetti affini. Al momento, gli spazioplani possono essere definiti dei droni, dal momento che vengono pilotati da remoto e che non sono progettati per ospitare equipaggi umani.

Tuttavia, esponenti della Space Force hanno dichiarato in più occasioni che l’eventuale schieramento futuro di personale umano (nel caso Usa, i cosiddetti Guardiani) non è da escludersi.

Una gara che si allarga

“Tutti vogliono uno spazioplano”, ha sintetizzato Victoria Samson, direttrice capo per la sicurezza e la stabilità spaziale della Secure World Foundation, commentando il report. India, Francia e Germania, ha spiegato, sono i casi più evidenti. Nel settembre scorso, il generale francese Philippe Koffi, responsabile strategico della Direzione generale degli armamenti per i settori aereo, terrestre e navale, ha illustrato come uno spazioplano potrebbe “recuperare asset critici, condurre missioni di ricognizione e intervenire contro minacce in orbita”. Tre mesi prima, Dassault Aviation (azienda che produce il caccia Rafale) aveva già firmato un accordo con la Dga francese per sviluppare un dimostratore chiamato Vortex, con il primo volo previsto nel 2028. Parallelamente, Parigi sta portando avanti anche il programma Yoda, un satellite pattugliatore che, secondo il report, è concepito come un precursore dei cosiddetti bodyguard satellite  (letteralmente, satelliti di scorta, progettati per affiancare e proteggere asset orbitali da eventuali interferenze o attacchi nemici) per proteggere i sistemi orbitali francesi entro il 2030. Anche la Germania si muove con particolare solerzia. Lo scorso novembre, il ministero della Difesa di Berlino ha pubblicato la propria Strategia per la sicurezza spaziale, che richiama esplicitamente allo sviluppo di “satelliti di prossimità ad alta agilità e a bassa osservabilità e spazioplani riutilizzabili”. All’interno del medesimo documento, compariva anche il rendering di un futuro spazioplano della Bundeswehr. 

L’Asia non sta a guardare

L’India lavora da almeno tre anni a un progetto di spazioplano che assomiglia molto all’X-37B americano e al suo omologo cinese. Nel 2024, Nuova Delhi ha testato il Pushpak, un prototipo lungo circa sei metri, e, nell’aprile dello stesso anno, ha inaugurato una struttura dedicata ai test per i carrelli di atterraggio.

Il governo indiano, nell’estate scorsa, ha annunciato anche l’intenzione di sviluppare propri bodyguard satellite, dopo un “episodio ravvicinato” con asset orbitali di un Paese vicino (presumibilmente, la Cina). Il Giappone, infine, ha lanciato nel corso del 2025 un programma del ministero della Difesa per sviluppare satelliti di protezione orbitale, con l’obiettivo di avere una prima capacità operativa già entro il 2029. Dietro questa proliferazione di programmi, c’è la consapevolezza che lo spazio sta diventando un dominio militare completo e i satelliti (dai sistemi di comunicazione alle costellazioni di navigazione) sono infrastrutture critiche tanto quanto i porti, le reti elettriche o gli snodi ferroviari sulla Terra. La Cina ha già dimostrato, nel corso degli ultimi anni, di avere in orbita satelliti dotati di bracci robotici e altri strumenti in grado di monitorare o interferire con gli asset altrui. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno ancora confermato ufficialmente di possedere dei bodyguard satellite, ma il generale Gregory Gagnon, del Combat command della Space Force, ha recentemente lanciato l’allarme sui progressi di Pechino: “(Con l’X-37B) Siamo all’ottava missione. I cinesi alla quarta. Anche se corriamo veloci, c’è qualcun altro sulla pista che corre altrettanto veloce”.

Un terreno tutto nuovo

Il problema, in questo scenario, è che la natura intrinsecamente duale e classificata degli assetti spaziali (per definizione strumenti multifunzione, la cui missione esatta non viene completamente divulgata) alimenta un clima di costante ambiguità strategica. Nessun Paese ha ancora rivelato apertamente la portata delle proprie capacità offensive nello spazio, benché sia facilmente deducibile (dalle dichiarazioni pubbliche come dai budget) che tali sistemi siano allo studio, se non addirittura già operativi.

La domanda che il report lascia aperta non riguarda soltanto il cosa, ma anche il come e il quando: come si distingue un satellite ispettore da uno con capacità offensive? E chi stabilisce dove finisce l’attività di sorveglianza (anche ravvicinata) e dove inizia l’aggressione? Sono interrogativi a cui il diritto internazionale spaziale, apparentemente incapace di evolversi rispetto all’obsolescente Trattato dello spazio esterno del 1967, non offre risposte adeguate. Nel frattempo, una nuova rivoluzione negli affari militari potrebbe essere alle porte. Una dal potenziale strategico ancora inesplorato, almeno dai più.

(Foto: Strategia per la sicurezza spaziale del ministero della Difesa tedesco)


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