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Tajani in missione in Cina tra economia, dossier globali e equilibrio strategico

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è in missione in Cina dal 16 al 18 aprile, con tappe a Pechino e Shanghai, per una serie di incontri istituzionali e iniziative economiche e culturali volte a rafforzare i rapporti bilaterali

La visita del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani in Cina, sebbene pianificata da tempo, si inserisce in un contesto politico non privo di complessità. Le recenti tensioni tra il presidente statunitense, Donald Trump, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, hanno contribuito a rendere più delicato il posizionamento internazionale di Roma, pur senza modificare formalmente l’agenda della missione, né tantomeno la postura atlantista di Roma.

Diplomazia e dialogo (non solo economico)

A Pechino, Tajani incontrerà il ministro degli Esteri Wang Yi e co-presiederà, insieme al ministro del Commercio Wang Wentao, la XVI Commissione economica mista e il Dialogo imprenditoriale Italia-Cina, con la partecipazione di svariate aziende italiane attive nel mercato cinese.

“Stiamo lavorando per sostenere le nostre imprese affinché possano operare sempre di più in un mercato interessante come quello cinese”, ha dichiarato Tajani in un video diffuso alla partenza. “E naturalmente chiederò alla Cina e al governo cinese di dare una mano a costruire la pace in Medio Oriente e anche in Ucraina”.

Al di là del business, al centro dei colloqui figurano infatti i principali dossier internazionali. Si parte della preoccupazioni comuni legate agli sviluppi della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, che gravano sugli equilibri in Medio Oriente e ricadono sui flussi energetici che doppiano lo Stretto di Hormuz; e qui l’attenzione va anche agli sforzi di mediazione di Islamabad, dove nei prossimi giorni i negoziatori dell’amministrazione Trump e del regime iraniano potrebbero tornare a vedersi, dopo che un primo round carico di speranze e auspici (tra cui anche quelli ufficiali di Roma e Pechino) si è concluso con un nulla di fatto. Ma sul tavolo c’è anche la guerra in Ucraina: ieri a Roma c’era il presidente Volodymyr Zelensky, a cui Meloni ha assicurato e rilanciato il sostengo, anche nel cercare vie verso la pace — coinvolgere Pechino in certe dinamiche è cruciale, vista la saldatura con la Russia costantemente raccontata dai due Paesi negli ultimi anni.

Il nodo del ruolo cinese

Secondo fonti italiane, il ministro Tajani ribadirà l’auspicio di un ruolo più attivo di Pechino nel favorire la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati credibili. In questo quadro si inserisce anche il riferimento alla crisi iraniana, sempre più intrecciata con la sicurezza energetica e marittima globale.

Allo stesso tempo, il margine di manovra cinese resta oggetto di attenzione. Pechino ha recentemente avanzato una proposta in quattro punti per la stabilità nel Golfo e nello Stretto di Hormuz, proponendosi come attore di mediazione. Tuttavia, le rivelazioni su forme di assistenza tecnica e di intelligence all’Iran — inclusi sistemi satellitari utilizzati per migliorare la capacità di targeting — evidenziano un profilo più ambiguo del ruolo cinese nella crisi. Qualcosa del tutto simile avviene da anni con  la Russia, a cui la Cina fornisce tecnologie dual-use, usate anche per portare avanti l’invasione su larga scala dell’Ucraina, nonostante la narrazione di Pechino cerchi di descrivere la Repubblica Popolare come attore di pace e soprattutto neutro e neutrale.

Commercio e accesso al mercato

Sul piano bilaterale, più accessibile e necessario per le dinamiche pragmatiche che muovono le attuali relazioni internazionali, la missione di Tajani punta a rafforzare i rapporti economici attraverso l’attuazione del Piano d’azione Italia-Cina 2024–2027 — lanciato durante la visita cinese di Meloni in occasione del ventennale della strategia partnership tra i due Paesi.

Tra le priorità indicate dal governo italiano figurano il riequilibrio dei flussi commerciali e degli investimenti e la rimozione delle barriere di accesso al mercato cinese per le imprese italiane.

La Cina resta un mercato chiave per l’export italiano: è il primo partner commerciale in Asia e il secondo tra i Paesi extra-UE (dopo gli USA, con un interscambio vicino ai 75 miliardi di euro nel 2025, in crescita dell’11,2% rispetto all’anno precedente.

Cultura e presenza economica 

Il programma del vicepremier italiano include anche iniziative di diplomazia culturale. A Pechino, Tajani inaugurerà al Museo Nazionale d’Arte della Cina la mostra “Omaggio ai grandi maestri. Da Leonardo a Caravaggio. Capolavori del Rinascimento italiano”, prima di tre esposizioni curate dalle Gallerie degli Uffizi. La missione proseguirà a Shanghai, dove il ministro aprirà la mostra “Italia Meravigliosa” in occasione della Giornata nazionale del Made in Italy e incontrerà rappresentanti della comunità imprenditoriale italiana nel Paese.

Un rapporto in evoluzione

Negli ultimi anni, i rapporti tra Italia e Cina hanno attraversato una fase di ridefinizione. Dopo l’adesione alla Belt and Road Initiative nel 2019 — prima tra i Paesi del G7 — Roma ha progressivamente rivisto la propria posizione secondo ragioni di interesse nazionale, fino all’uscita formale dall’accordo nel 2023, in un contesto segnato da aspettative economiche ridimensionate e crescenti preoccupazioni strategiche per l’azione politica cinese su vari dossier globali.

La scelta fatta dal governo Meloni non ha segnato una rottura, ma un cambio di approccio. Roma ha mantenuto una linea pragmatica, puntando su una cooperazione economica più selettiva e su strumenti operativi come il Piano d’azione 2024–2027, in un quadro coerente con gli impegni euro-atlantici e prioritariamente indirizzato alla tutela della sicurezza economica italiana.

In questo contesto, spiegano fonti italiane, la missione di Tajani riflette un equilibrio più ampio: mantenere aperto il dialogo con Pechino su commercio e dossier globali, dare spinta specifici orizzonti di cooperazione, senza allontanarsi dall’asse transatlantico. Soprattutto in un momento delicato delle relazioni Usa-Washington.


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