La disputa tra JD Vance e papa Leone XIV non è solo politica ma teologica: al centro ci sono l’ordo amoris, la dottrina della guerra giusta e soprattutto il Concilio Vaticano II, che segna la distanza tra una visione pre‑conciliare e una Chiesa immersa nella storia e nei rischi del presente
Il vice-presidente degli Stati Uniti, JD Vance, ama impegnarsi in dispute teologiche. Come è noto anche con il papa. Con lui già disputò quando era ancora cardinale. E ora lo ha fatto di nuovo, per dare “profondità strategica”, in questo caso “teologica” alla critica di Trump al papa. Come detto, accade oggi, come accadde mesi fa.
Vance, ai tempi del varo della grande deportazione, interpretò a modo suo Sant’Agostino, provocando la reazione proprio del cardinal Prevost che degli agostiniani è stato priore generale. Il punto teologico di Sans’Agostino che interpretò si chiama “ordo amoris”, cioè l’ordine dell’amore. Questo ordine per Vance si ferma ai confini nazionali: l’ordine dell’amore a suo avviso ci vincola in primo grado ai parenti stretti, poi via via si estende, fino ad includere i propri connazionali, non va più in là. Così la grande deportazione era “teologicamente” giustificata. Era stato papa Francesco, in una lettera ai vescovi americani, a esprimersi duramente contro la grande deportazione, rispondendo a Vance proprio sull’ordo amoris, che non era quello che immaginava lui. Francesco, proprio come aveva già fatto il cardinale Prevost, fu molto chiaro: “I cristiani sanno molto bene che è solo affermando la dignità infinita di tutti che la nostra identità di persone e di comunità giunge a maturazione. L’amore cristiano non è un’espansione concentrica di interessi che poco a poco si estendono ad altre persone e gruppi. In altre parole: la persona umana non è un mero individuo, relativamente espansivo, con qualche sentimento filantropico! La persona umana è un soggetto dotato di dignità che, attraverso la relazione costitutiva con tutti, specialmente con i più poveri, un po’ alla volta può maturare nella sua identità e vocazione. Il vero ordo amoris che occorre promuovere è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del “Buon Samaritano”, ovvero meditando sull’amore che costruisce una fratellanza aperta a tutti, senza eccezioni”.
Vance c’è ricaduto con la guerra, sostenendo che non è vero che la Chiesa sia sempre contro la guerra; sono millenni che la Chiesa cattolica professa e difende la “guerra giusta”. Il papa, ne ha dedotto, quando parla dovrebbe essere più attento, più accurato.
La guerra giusta esiste, è una dottrina ancora oggi presente nel catechismo della Chiesa cattolica e la potremmo definire “guerra difensiva”. È la legittima difesa, che non sorprende sia stata a cuore a chi si occupava di queste cose in secoli lontani. Ed è proprio sulla guerra giusta che Vance si è preso una risposta dai vescovi americani: “Da oltre mille anni, la Chiesa cattolica insegna la teoria della guerra giusta ed è a quella lunga tradizione che il Santo Padre fa attentamente riferimento nei suoi commenti sulla guerra”, ha affermato il responsabile della sezione dottrinale della Conferenza Episcopale Cattolica Statunitense James Massa in una sua replica ufficiale a Vance. “Vale a dire che, per essere una guerra giusta, deve trattarsi di una difesa contro chi conduce attivamente una guerra”. Se poi andiamo a leggere il catechismo della Chiesa cattolica troviamo ancor di più: infatti per la Chiesa la guerra giusta è la risposta a un danno “durevole, grave e certo” e quando “tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci”. Inoltre, la guerra non deve provocare “mali e disordini più gravi del male da eliminare”. Insomma, la disputa teologica era dura. Così James Massa ha potuto aggiungere che il papa “fa un attento riferimento” alla dottrina della guerra giusta nelle sue critiche. “Per essere giusta una guerra deve essere una difesa contro qualcuno che attacca, ed è proprio quello che ha detto il Santo Padre: ‘[Dio] non ascolta le preghiere di chi fa la guerra’”. ed è proprio ciò che il Santo Padre ha detto: “Egli non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra”. Ma tutto questo non esaurisce la polemica e lo scontro tra Vance (non solo lui, ovviamente) e Leone XIV. E questo quid che manca si chiama Concilio Vaticano II.
Non credo di essere primo a percepire JD Vance come un cattolico pre-conciliare. Ma il Concilio non è un optional per la Chiesa, non è un qualcosa che si può scegliere o rifiutare quando si va dal concessionario. È il prodotto di un cammino cominciato molto primo del Concilio e lì arrivato a un punto fermo, chiaro, prodotto del cammino della Chiesa e del cammino dell’uomo, che vive in un mondo diverso da quello in cui viveva un millennio fa. Questa realtà mutata muta anche se non soprattutto la guerra. È per questo che i padri conciliari, redigendo il più importante documento conciliare, Gaudium et Spes, al punto 80 hanno scritto: “Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l’orrore e l’atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa”. Ecco perché, poche righe dopo, dando solennità al pronunciamento, arrivano a proclamare: “Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione”.
È qui, in Gaudium et Spes, la visione del mondo e dei rischi che divide Vance, e non solo lui, da Leone XIV, che è un figlio del Concilio, come tutti i papi che a questo si sono richiamati nella loro predicazione, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco: “Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti alla umanità intera, l’enorme peso della loro responsabilità”. Questo il punto che il Concilio Vaticano II ha posto vivendo nel mondo, non in astrazioni. Il Concilio non voleva e non poteva eliminare la legittima difesa, ma se non si legge e capisce Gaudium et Spes si resta in un altro mondo, in un altro tempo, si parla di una Chiesa che non vive nella storia, che non cammina nell’evolversi dei tempi, e quindi dei rischi, cioè di un’altra Chiesa, che forse Vance prediligerebbe, ma che non è la Chiesa.















