Non solo un voto, ma una fase nuova: per Michele Fina i quindici milioni di no impongono alle opposizioni una risposta comune. Dentro quel risultato convivono difesa della Costituzione e domanda sociale: per questo servono unità, ascolto e proposta, prima ancora delle leadership, per costruire un’alternativa credibile. Intervista al senatore e tesoriere del Pd
Non è solo l’esito di una consultazione a pesare sul quadro politico. È, piuttosto, il segnale di un Paese che chiede di essere ascoltato e interpretato, oltre gli schemi tradizionali. I quindici milioni di no al referendum costituzionale aprono una fase nuova, tanto per il governo quanto – forse soprattutto – per un’opposizione chiamata a ridefinire identità, perimetro e linguaggio. In vista della direzione nazionale del Partito democratico di lunedì, presieduta dalla segretaria del Pd Elly Schlein, il senatore e tesoriere del Pd Michele Fina riflette su ciò che definisce un’”alleanza costituzionale” già in nuce nel voto referendario.
Senatore, lei parla di un’alleanza costituzionale già esistente dopo il referendum. Che cosa intende?
Il referendum ha consegnato un dato politico molto chiaro: quei quindici milioni di no non sono riducibili al solo campo del centrosinistra. Sono più larghi e contengono motivazioni diverse. Dentro quel voto c’è una domanda che interpella direttamente le forze di opposizione: costruire una risposta comune. Quando parlo di patto, mi riferisco proprio a questo. Non è un’ipotesi futura, è già un vincolo che ci obbliga a non tradire quella domanda.
C’è però il rischio di leggere quel voto solo come difesa dell’esistente?
È un rischio concreto. Possiamo distinguere almeno due no. Il primo è un no consapevole che difende la Costituzione, la democrazia parlamentare e i suoi equilibri. Il secondo è un no di protesta, sociale, legato alle condizioni materiali delle persone. Se ci fermiamo al primo livello, rischiamo di trasmettere l’idea di voler conservare lo status quo. Invece quel voto ci dice che il domani deve essere diverso dal presente.
Questo implica anche un cambio di approccio sulle riforme istituzionali?
Senza dubbio. Noi abbiamo sempre sostenuto che la Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza. E oggi dobbiamo essere coerenti fino in fondo: le riforme delle regole fondamentali si fanno con uno spirito costituente, che riconosce e rispetta l’avversario. È una lezione che vale per tutti e che deve orientare anche il nostro comportamento.
Quanto pesa, in questo quadro, il tema dell’unità del centrosinistra?
Pesa in modo decisivo. L’unità oggi non è più un’opzione, è un obbligo politico e morale. Non possiamo permetterci di disperdere quel consenso. Il perimetro si è allargato e dobbiamo esserne all’altezza, costruendo un’offerta politica che tenga insieme le diverse sensibilità emerse dal voto e che le faccia incidere nei contenuti e nel programma di un patto di cura per l’avvenire.
Lei insiste molto sul rapporto con gli elettori. In che modo va impostato?
Perché è il punto centrale. Dobbiamo incontrare quell’elettorato, ma considerandolo come protagonista non come utente. È un processo reciproco. Da qui nasce la speranza che i Comitati per il no si trasformino in Comitati per l’attuazione della Costituzione, ai quali i partiti umilmente aderiscono ma che siano animati da tante nuove energie civili. Servono luoghi di ascolto e di elaborazione per trovare le parole giuste e ricostruire una sintonia vera.
In questo contesto, che spazio hanno le primarie?
In questa fase parlarne può essere inutile e persino dannoso. Prima viene la responsabilità di interpretare quel voto e di costruire una proposta credibile. Solo dopo, dentro un percorso condiviso, si potrà discutere degli strumenti migliori per scegliere la leadership. Oggi non serve un capo, serve una classe dirigente plurale, capace di rappresentare la complessità.
Il voto ha mostrato anche una forte partecipazione giovanile. Come è da intendersi questa partecipazione?
È un dato molto significativo. I giovani erano già in campo e hanno contribuito in modo decisivo. C’è una spinta ideale ed etica che non possiamo disperdere. Questo Paese ha bisogno di una nuova generazione protagonista, anche perché la crisi demografica è un tema strutturale: senza giovani non c’è futuro.
Che cosa si aspetta dalla direzione del Pd di lunedì?
Mi aspetto una discussione all’altezza della fase. Dobbiamo chiarire la nostra postura: come onorare quel voto, come alimentare la spinta che è emersa, come tradurla in iniziativa politica. E poi insistere sulle grandi questioni sociali, perché è lì che si gioca la credibilità di un’alternativa.
Uno sguardo oltre i confini nazionali può aiutare?
Credo di sì. Ci sono segnali che arrivano dall’Occidente, dalle dinamiche europee e anche dagli Stati Uniti, che fanno pensare a una possibile riscossa democratica. Ma perché questo accada davvero, anche in Italia dobbiamo dimostrare di aver capito il messaggio che è arrivato dal Paese.
















