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L’Europa vuole meno Cina. Ma la Germania no

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A Bruxelles si continua a lavorare alla normativa per spingere le imprese a comprare made in Europe, sull’onda del pressing di tutti quei governi che hanno fiutato il pericolo per le industrie nazionali. Eppure la Germania continua ad aumentare la propria dipendenza dal Dragone, con il rischio di vanificare ogni sforzo

A Bruxelles ormai sono più che convinti del fatto che l’avanzata del Dragone vada fermata il prima possibile. Ancor di più lo sono gli industriali che ogni giorno lottano contro una concorrenza che definire ormai sleale è un eufemismo. Le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, risuonate in occasione dell’ultima assemblea, stanno lì a testimoniarlo. Bisogna fare in fretta, prima che la storia industriale europea viva solo di ricordi.

Come raccontato da questo giornale, pochi giorni fa cinque governi, Italia, Francia, Spagna, Olanda e Lituania hanno chiesto informalmente alla Commissione europea di accelerare nella messa a terra di una regolamentazione che obblighi le aziende del continente a comprare materie prime e prodotti finiti made in Europe in misura non minore del 40%. Un modo per provare ad arginare la Cina e la sua economia dopata dai sussidi. C’è però chi potrebbe avere meno interesse in questa missione. Non è passato inosservato il fatto che tra i cinque Paesi che hanno sposato la causa anti-cinese non figuri la Germania.

Scelta politica? No, forse più economica. L’ormai ex locomotiva d’Europa è legata a doppio filo al Dragone. Uno studio di queste ore diffuso dalla Fondazione Friedrich Naumann, che poggia su dati dell’Ufficio statistico tedesco, mette nero su bianco tutti gli anelli di congiunzione tra Berlino e Pechino. Mentre l’Europa prova a tagliare qualche ponte con il Dragone, la dipendenza della Germania dalla Cina sta aumentando per quanto riguarda beni strategicamente importanti come batterie, pannelli solari e antibiotici. In termini di peso, per esempio, lo scorso anno circa due terzi delle importazioni dirette di batterie agli ioni di litio provenivano dalla Cina quando due anni prima erano poco meno della metà.

Per quanto riguarda i pannelli solari, la quota è aumentata dall’89% circa a poco meno del 93%, mentre per gli antibiotici è passata da poco più del 65% a circa il 73%. “Proprio in settori critici la Germania non diversifica, ma diventa ancora più dipendente e quindi ancora più vulnerabile”, si legge nel rapporto. Come detto, se si guarda alle batterie ricaricabili al litio, la quota della Cina sul peso totale delle importazioni tedesche è aumentata dal 49,7% nel 2023 al 66,5% nel 2025, mentre per vitamine e pro-vitamine, la quota del Dragone sul volume totale delle importazioni è aumentata dal 71,3% all’81,6%. E che dire delle terre rare di importanza strategica come il praseodimio, il neodimio e il samario? La Cina rimane praticamente l’unico fornitore della Germania.

E pensare che, tre anni fa, Berlino aveva approvato e strombazzato la strategia per l’indipendenza da Pechino e le sue industrie. Tra gli altri obiettivi, essa si prefiggeva di ridurre la dipendenza critica dalla Cina e di mitigare i rischi economici nelle relazioni con la Repubblica popolare. I settori menzionati includevano, guarda caso, metalli e terre rare, batterie al litio, fotovoltaico e principi attivi farmaceutici, compresi gli antibiotici. Carta straccia, evidentemente. Non è allora certo un caso che mentre questo articolo veniva scritto la ministra tedesca del commercio Katherina Reiche volava a Pechino.


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