Mentre il mondo osserverà con il fiato sospeso la visita di Trump in Cina, spetterà a Modi e Meloni dimostrare che la stabilità dell’Indo-Mediterraneo e quella dell’Indo-Pacifico non sono teatri separati, ma parti della stessa architettura strategica
L’Italia attraversa una stagione di visite di alto profilo e di rinnovata centralità diplomatica internazionale. Dal neo-eletto primo ministro ungherese, al premier libico nel pieno della più grave crisi energetica degli ultimi decenni, fino al segretario di Stato americano Marco Rubio, giunto per ricucire una frattura transatlantica sempre più evidente, Roma torna a essere uno snodo della diplomazia globale. Mentre il presidente Donald Trump si prepara per una missione in Cina, il primo ministro indiano Narendra Modi volerà nella direzione opposta, con una breve tappa negli Emirati Arabi Uniti, la partecipazione al vertice nordico e una visita in Italia.
Per il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, Modi sarà uno degli ospiti più importanti di questa fase. La sua visita arriva nel mezzo di un fermento globale segnato dalla crisi energetica, dalle minacce alle democrazie, dalla volatilità dei rapporti con gli Stati Uniti e dalla necessità, per l’Europa, di definire una propria autonomia strategica. È proprio su questo terreno che India e Italia si ritrovano. Nuova Delhi ha da tempo costruito la propria postura sulla strategic autonomy, mentre l’Europa cerca ora di dotarsi di una capacità simile. In questo quadro, India e Italia emergono come due pilastri dell’Indo-Mediterraneo, rafforzando cooperazione commerciale, sicurezza marittima e collaborazione industriale nel settore della difesa. La visita a Nuova Delhi del ministro della Difesa Guido Crosetto, a fine aprile, ha confermato questa traiettoria.
Il Ministero degli Affari Esteri indiano ha posto l’accento soprattutto sulla dimensione commerciale del viaggio europeo di Modi. Si tratta della sua prima visita in Europa dopo l’annuncio dell’Accordo di libero scambio tra Unione Europea e India, e della sua prima visita in Norvegia dopo l’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio tra India ed EFTA. Modi ha cancellato la sua partecipazione anno scorso al Summit Nordico a seguito dell’Operazione Sindoor, che ha modificato in profondità la dottrina indiana di risposta al terrorismo dopo l’uccisione di 26 touristi indu da terroristi legati a Lashkar e Toiba.
Il viaggio di Modi, quest’anni, ha un significato politico più ampio. Arriva dopo un’importante fase elettorale, segnata da una vittoria rilevante per il BJP dopo l’Operazione Sindoor e dopo il primo grande banco di prova seguito all’attacco israeliano contro l’Iran.
L’India è una democrazia che affronta vari appuntamenti elettorali significativi quasi ogni anno. La performance del governo nazionale ha un impatto diretto sul rendimento dei partiti nelle elezioni regionali e locali. In quanto leader della più grande democrazia del mondo e del Paese più popoloso del pianeta, Modi è chiamato a sottoporsi con grande regolarità al giudizio degli elettori. È un dato fondamentale della democrazia, che anche Giorgia Meloni comprende bene.
Quattro Stati — Bengala Occidentale, Assam, Tamil Nadu e Kerala – sono andati al voto quest’anno. L’Assam era largamente atteso come una riconferma del BJP, ma il Bengala Occidentale ha avuto un peso simbolico ben diverso. Lo Stato ha conosciuto il governo del Congresso, il lungo dominio della sinistra e poi quello del Trinamool Congress, ma mai, dall’indipendenza, un governo della destra nazionalista hindu. La vittoria del BJP rappresenta quindi la prima conquista del potere in Bengala da parte della destra indiana, e la caduta di una delle sue ultime frontiere ideologiche.
Non si tratta della prima elezione dopo l’Operazione Sindoor. Il Bihar aveva già votato nel novembre 2025, consegnando alla NDA, l’opposizione a Modi, una vittoria netta. Ma il Bengala è stato il primo appuntamento post-Sindoor in cui il BJP ha conquistato uno Stato che per decenni era rimasto fuori dalla sua geografia politica. Le elezioni statali del 2026 hanno inoltre prodotto un altro dato storico: per la prima volta nell’India indipendente, i comunisti sono rimasti senza uno Stato da governare.
La visita di Modi in Israele, poche ore prima dell’attacco israeliano contro l’Iran, è stata interpretata da alcuni come un tacito via libera politico a Tel Aviv. I portavoci del governo indiano hanno sempre sostenuto che il primo ministro non fosse stato informato in anticipo dagli israeliani. Ma l’episodio ha comunque aperto un fronte delicato. L’Iran mantiene profondi legami civilizzazionali con l’India. Circa il 30 per cento dei 250 milioni di musulmani indiani è sciita, con forti riferimenti religiosi a Teheran e agli Ayatollah, e una parte di questo elettorato ha tradizionalmente mantenuto un rapporto complesso ma non ostile con il BJP. Allo stesso tempo, lo shock energetico generato dalla guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran ha alimentato malcontento in un’economia molto sensibile ai prezzi, mentre l’insicurezza nel Golfo pesa su oltre nove milioni di espatriati indiani che inviano miliardi di dollari in rimesse verso il Paese.
In questo contesto, la vittoria storica in Bengala Occidentale offre al BJP il controllo diretto di uno Stato chiave per il rapporto con i musulmani, con il Bangladesh e con il Golfo del Bengala. È anche una conferma del mandato popolare del governo nazionale in una fase di grande pressione geopolitica.
Il viaggio di Modi inizierà inoltre con il consolidamento dell’I2U2. La breve tappa negli Emirati Arabi Uniti viene letta come un segnale di rafforzamento dell’asse difensivo tra India e UAE, soprattutto alla luce della crescente relazione militare tra Pakistan e Arabia Saudita, sostenuta anche dalla Turchia. Un consolidamento industriale e militare tra India ed Emirati è di particolare interesse per l’Italia, considerando che Leonardo e Fincantieri hanno joint venture con Edge Group, il conglomerato della difesa controllato dal governo emiratino. Il governo Meloni ha intanto rafforzato i rapporti con tutti i Paesi del GCC, e in particolare proprio con gli Emirati, anche attraverso le visite della presidente del Consiglio e del ministro Crosetto nel Golfo ad aprile.
La tappa romana di Modi offrirà ai due primi ministri l’occasione per discutere i principali dossier comuni nell’Indo-Mediterraneo e nell’Indo-Pacifico. Iran e Israele saranno inevitabilmente al centro del confronto. Entrambi i Paesi mantengono rapporti solidi con Israele, mentre il sostegno iraniano a gruppi terroristici rappresenta una preoccupazione condivisa. Un altro tema centrale sarà la libertà di navigazione negli stretti di Hormuz e Malacca, due passaggi strategici da cui dipendono energia, commercio e sicurezza marittima globale.
Anche il Giappone probabilmente sarà sul tavolo. Modi e Meloni condividono un rapporto solido con Tokyo e con Sanae Takaichi, e la tappa romana del premier indiano arriva proprio mentre gli USA, con la visita di Trump in Cina, ridefinisce la propria postura asiatica. In questo quadro, Roma e Nuova Delhi possono svolgere un ruolo di equilibrio tra Indo-Pacifico e Mediterraneo allargato, anche attraverso alleanze convergenti con gli Emirati Arabi Uniti e il Giappone.
Sebbene non sia stata particolarmente attiva negli ultimi anni, la trilaterale Italia-India-Giappone esiste già dai tempi del governo Draghi e potrebbe essere riattivata in chiave strategica. Il suo rilancio avrebbe senso soprattutto sul terreno della produzione industriale nel settore della difesa, del recupero e riciclo delle terre rare e, in prospettiva, anche di una riflessione sull’eventuale coinvolgimento dell’India nel Global Combat Air Programme, il GCAP.
Oltre a consolidare gli esiti della visita di Crosetto in India e il percorso dell’Accordo di libero scambio tra UE e India, l’incontro permetterà di discutere commercio, sicurezza delle rotte (specialmente IMEC), libertà di navigazione e Medio Oriente, con particolare attenzione a eventuali iniziative comuni e multilaterali per mantenere aperto lo Stretto di Hormuz.
Mentre il mondo osserverà con il fiato sospeso la visita di Trump in Cina, spetterà a Modi e Meloni dimostrare che la stabilità dell’Indo-Mediterraneo e quella dell’Indo-Pacifico non sono teatri separati, ma parti della stessa architettura strategica. In un momento in cui energia, sicurezza e commercio si intrecciano come raramente in passato, l’incontro di Roma può diventare molto più di una tappa diplomatica. Può segnare il consolidamento di un asse capace di dare forma alla nuova geografia del potere tra Europa, Medio Oriente e Asia.







