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La politica non ha più scuse, contro il declino serve responsabilità. L’opinione di Bonanni

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Il tempo degli alibi è finito. Non servono più assemblee celebrative, slogan sulla competitività o scaricabarile contro Bruxelles. Servono scelte dure, responsabilità e una classe dirigente capace di dire finalmente la verità agli italiani: il declino non nasce fuori dai confini nazionali. E continuare a fingere che basti un nuovo incentivo o un’altra emergenza internazionale per spiegare tutto significa soltanto preparare un declino ancora più profondo. Il commento di Raffaele Bonanni

L’assemblea degli industriali a Roma, davanti al Presidente della Repubblica, alla premier e a una platea di ministri, ha riproposto il solito rito nazionale: imprese che chiedono aiuto, governi che promettono attenzione, applausi reciproci e nessuna vera assunzione di responsabilità. Da decenni il copione è identico. Cambiano i nomi, non le abitudini. Si invoca competitività, si denunciano costi eccessivi, si accusano i mercati internazionali, ma si evita accuratamente di affrontare la radice del problema: l’Italia continua a perdere terreno soprattutto per colpa propria.

La politica scarica sull’Europa responsabilità che appartengono alle classi dirigenti italiane. Bruxelles viene descritta come lenta e burocratica, dimenticando che l’Unione resta incompleta perché gli stessi governi nazionali non hanno mai voluto costruire una vera federazione europea capace di decidere su energia, difesa, industria e finanza. Si pretende rapidità da un’Europa cui vengono negate sovranità e strumenti politici. È l’ipocrisia di un continente che vorrebbe protezione senza integrazione e di un’Italia che preferisce lamentarsi anziché scegliere.

Nel frattempo il mondo cambia brutalmente. Gli imperi economici e militari usano energia, materie prime, tecnologia e rotte commerciali come strumenti di dominio. Gli alleati di ieri difendono ormai soltanto i propri interessi strategici. E l’Italia arriva impreparata perché ha consumato anni preziosi tra sprechi pubblici, tasse elevate, burocrazia soffocante, proliferazione di enti inutili e politiche assistenziali costruite più per il consenso elettorale che per la crescita. Abbiamo trascurato scuola, ricerca, infrastrutture ed energia, salvo poi stupirci se la nostra manifattura arretra.

I dati confermano il declino. La produzione industriale continua a rallentare, mentre resistono soltanto alcuni comparti come farmaceutica e metallurgia. A sostenere il sistema sono soprattutto i servizi e il turismo internazionale. Oltre la metà delle presenze alberghiere arriva ormai dall’estero e gli stranieri spendono più degli italiani, sempre più in difficoltà. È un segnale evidente: il Paese regge grazie alla propria attrattività globale mentre perde forza produttiva interna.

Ma nessuna economia può vivere soltanto di turismo, ristorazione e rendita culturale. Senza industria, innovazione e autonomia energetica si diventa fragili, dipendenti, ricattabili. Per questo il tempo degli alibi è finito. Non servono più assemblee celebrative, slogan sulla competitività o scaricabarile contro Bruxelles. Servono scelte dure, responsabilità e una classe dirigente capace di dire finalmente la verità agli italiani: il declino non nasce fuori dai confini nazionali. È cresciuto dentro le nostre convenienze, le nostre paure e le nostre continue rinunce. Continuare a fingere che basti un nuovo incentivo o un’altra emergenza internazionale per spiegare tutto significa soltanto preparare un declino ancora più profondo. Per tutti.


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