Il lampeggiare inatteso e meravigliato dello sguardo, il riso spontaneo, la camminata naturalmente erotica: divenne diva senza accorgersene. Il 1° giugno 1926 nasceva Norma Jeane Mortenson, che prenderà sul set il nome di Marilyn Monroe
Marilyn Monroe, all’anagrafe Norma Jeane Mortenson, secondo alcuni la più completa (dal dramma alla commedia) attrice cinematografica del sonoro, quest’anno compierebbe 100 anni (Los Angeles, 1 giugno 1926). Il 5 agosto 1962 veniva a mancare improvvisamente, misteriosamente, suicidandosi. Siccome Formiche ha già ricordato i suoi principali capolavori e accennato alla sua biografia (Formiche.net del 4 agosto 2022) qui proponiamo alcune osservazioni sul suo unico, inimitabile, modo di presentare il suo corpo al servizio della recitazione.
A scuola di recitazione
Uno stile in parte innato; in parte costruito grazie a registi, autentici autori di cinema (John Huston, Fritz Lang, Henry Hathaway, Howard Hawks, Billy Wilder, Otto Preminger; George Cukor, ecc.); in parte appreso dalle lezioni delle sue due docenti di recitazione: Natasha Lytess (nel periodo 1948-1954) e Paula Strasberg (negli anni 1954-1962, moglie di Lee Strasberg, colui che fondò l’Actors Studio). A Natasha, Marilyn deve i primi rudimenti di impostazione della voce, di postura, forse alcune indicazioni sulla camminata, suggerimenti sul gestire il naturale, luminoso e improvviso accendersi del suo sguardo legato al sorriso. Nel 1954, però, la presenza di Lytess si fa asfissiante e Marilyn con una lettera la licenzia. Era nato un altro grande amore professionale: con Paula Strasberg. Il metodo dell’Actors’ Studio che faceva calare l’attore dentro il personaggio aveva attratto Marilyn. Ella voleva essere i suoi personaggi come fossero le sue vite vissute o da vivere. Purtroppo la dipendenza da Paula Strasberg sarà altrettanto eccessiva ma accettata da Marilyn, in quanto per lei Paula rappresentava quella figura materna che le era mancata nella infanzia e adolescenza, passate in affidamento di famiglia in famiglia.
I capelli
Un elemento costante, poi semioticamente caratterizzante del nascente mito iconografico di Marilyn Monroe, sono i capelli ricci e biondi (il cosiddetto “biondo californiano”). In Ladies of the Chorus (Orchidea bionda, 1948, di Phil Carlson), è Peggy, giovane cantante di Varietà, tra le colleghe ballerine vi è anche sua madre. La ricca capigliatura, con piega, è motivata anche dal personaggio che interpreta: simboleggia le difficoltà della vita che vanno affrontate (è cresciuta con sua madre: al padre naturale, un borghese, gli fu impedito di sposare al tempo una “ballerina”). Anche Peggy si innamorerà di un borghese…
In The Asphalt Jungle (Giungla d’asfalto, 1950, John Huston), film in cui ha una piccola ma densa parte (è la giovane Angela, amante del corrotto avvocato Emmerich), i capelli biondi sono senza boccoli. Nello sconvolgente primo piano di Huston, in cui, impaurita, deve dire la verità al commissario, “c’è la prigione per falsa testimonianza!”, alla presenza del suo amante, scoppia a piangere e dice la verità: i suoi capelli scendono leggermente ondulati ai lati dell’ovale.
Due anni dopo, è Peggy (stesso nome di Ladies of the Chorus), una ragazza poetica ma di carattere, operaia nella fabbrica di pesce, nel porto di Monterey, ai confini con il Messico: Clash by Night (La confessione della signora Doyle, 1952, Fritz Lang). La chioma risulta ingabbiata in una permanente con i boccoli ingessati, anni Cinquanta, stile giovane casalinga: così la preferisce Fritz Lang, in un noir a lieto fine.
L’anno dopo, con Niagara (id. 1953, Henry Hathaway), si impone al pubblico in un film in cui è protagonista. L’unica opera drammatica nella sua carriera. Qui, i capelli sono al naturale, forse leggermente abboccolati tramite i rolls: una piccola onda, curvata, le guarnisce l’angolo destro del volto.
È poi la volta del biondo semi-platino, con voluminosi ricci di Gentlemen Prefer Blondes (Gli uomini preferiscono le bionde, 1953, Howard Hawks), in cui viene posta in opposizione con la bruna Jean Russell: qui una ciocca ad onda campeggia nel bel mezzo della fronte, un diadema naturale.
In River of No Return (La magnifica preda, 1954, Otto Preminger) è Kay, una cantante da saloon nell’Ottocento, per grezzi cercatori d’oro, fidanzata con un irresponsabile giocatore di carte, il belloccio e volgare, nonché baro, Weston (Rory Calhoun), che non la ama ma la usa. È l’unico film in cui per il personaggio vi è il ricorso alla parrucca ricca di boccoli. Naturalmente bionda. I capelli sono tenuti tutti all’indietro per mostrare la fronte alta della cantante, mentre si esibisce. La chioma cambierà diverse acconciature durante il percorso in zattera sul fiume, esposta agli impetuosi flutti del vorticoso corso d’acqua. In una pausa del percorso, Kay dopo la doccia al fiume, che non vediamo, spunta tra gli alberi verso il vedovo Matthew (Robert Mitchum), il personaggio positivo, e Mark (figlio di Matthew) con i soffici e lunghi capelli biondi fluttuanti sulla schiena, coperta solo dalla camicetta-sottoveste. Successivamente, in un’altra scena (siamo nel terzo tratto da attraversare sul fiume: quello più drammatico: stanno sfuggendo agli indiani), i suoi capelli ora fradici, appaiono raccolti in una sorta di chignon basso, e sobbalzano sulla schiena, sbattendo contro la camicetta scollata e merlettata. Ebbene, qui Preminger con i suoi piani ravvicinati, campi medi e C.L. mostra la sua figura in piedi, alla sbarra-timone, mentre dura fatica contro il vento e le rapide, governando la zattera con difficoltà (Matthew, attaccato da un indiano, è finito in acqua e sta cercando di risalire sulla zattera ma la corrente glielo impedisce). La snella silhouette di Monroe, in jeans e stivali, in lotta contro le rapide del fiume, le gigantesche ondate d’acqua, assume uno statuto iconografico marcato. A metà tra una sirena e una combattiva amazzone dal volto buono: ella deve salvare sì la sua vita, ma soprattutto quella del piccolo Mark, accanto a lei terrorizzato, aggrappato a un palo della zattera.
La camminata
Tutti i personaggi del cinema, lo sappiamo, sono costruiti sulla camminata. A maggior ragione nel caso di quelli interpretati da Marilyn Monroe.
La prima camminata da imparare, quella della ragazza tra un fondo di ingenuità negli occhi e l’affacciarsi del peccato, gliela insegna l’esperto John Huston in The Asphalt Jungle (Giungla d’asfalto). Nella brevissima scena in cui si alza dal divano, in casa del corrotto avvocato, di cui è amante, e va verso la cucina, si muove in un abito nero scollato, ancheggiando appena leggermente: certo, una giovane amante alle prime armi, ma che sa il fatto suo.
In Monkey Business (Il magnifico scherzo, 1952, Howard Hawks) è Lois, una pessima dattilografa (parte secondaria) all’interno di una azienda di chimica dedita alla ricerca. Il dottor Barnaby Fulton (Cary Grant) sta inventando una formula che dovrebbe ridare la giovinezza dello spirito. Non appena esce dall’ufficio di direzione della azienda di chimica ai fini della ricerca, sia il direttore che Barnaby ammirano sorpresi la sua camminata educatamente sexy sui tacchi, mentre l’abito le disegna le forme. Il direttore, contrariato per gli errori di battitura della dattilografa, commenta: “Però ha altre qualità”.
Due anni dopo Monroe deve inventarsi l’andatura della ragazza innocente, operaia, ma decisa di Clash by Night (La confessione della signora Doyle, Fritz Lang). Quando esce dalla fabbrica eccola che avanza verso la camera in un dinoccolato procedere calmo, indossando un jeans. Procede accanto al suo ragazzo: mangia un croccante, e risponde al giovane per le rime: una volta sposati non accetterà che lui la maltratti. Pur essendo una parte da non protagonista, Marilyn mostra una forza magnetica sottotraccia, già vista, seppur per pochi minuti, in Giungla d’asfalto.
Solo un anno dopo nuova andatura: la camminata provocatoria con l’intento di esserlo: Niagara (1953). Eccola uscita dal bungalow in pietra, quelli accanto alle cascate del Niagara, dirigersi nel piccolo slargo dove coppie di giovani stanno ballando alla musica ye-ye di un giradischi. Avvolta in un subito celebre vestito fucsia, con uno scialle di seta bianco, portato come guarnizione sulle spalle nude, ha la falcata decisa di una donna che sa vivere, flessuosa e senza ancheggiamento. Una camminata simile alla Barbara Stanwyck anni Quaranta (tipo Double Indemnity – La fiamma del peccato, 1944), ma in un contesto di musica e fragorosi colori di dieci anni dopo.
Torna alla camminata della ragazza ingenua, ma fasciata innocentemente da abiti attillati, complici nell’esaltarne le forme in The Seven Year Itch (Quando la moglie è in vacanza, 1955, Billy Wilder) e Some Like It Hot (A qualcuno piace caldo, 1959, Billy Wilder). Nel primo il bel capo biondo traboccante di ciocche “curve” fa da pendant con il flessuoso corpo che, quando salirà la scala interna, ancheggerà, naturalmente. E tutti noi ci ricordiamo come la camera di Billy Wilder (in una sorta di soggettiva di Richard) segua il back della ragazza mentre affronta i gradini quasi al rallenty, ondeggiando, alla ricerca di un equilibrio: ha le sue mani ingombre di oggetti, incluso un piccolo ventilatore (che dovrebbe sconfiggere il caldo afoso di New York). E non si può dimenticare come si muove nel corridoio stretto (ricostruito in teatro di posa) del treno di A qualcuno piace caldo.
Eccoci ora alla camminata di donna “vissuta”, di colei che ha avuto tante delusioni (e amanti) nella vita, sia nell’Ottocento che al tempo d’oggi: River of No Return (la falcata netta ad esaltare i glutei mentre sale su una cassa, nel saloon, per cantare ai cercatori d’oro) e Fermata d’autobus. Infine la camminata involontariamente erotica dell’ingenua e svampita giovane donna, Roslyn, di The Misfits (Gli spostati, 1961, John Huston).
Lo sguardo
In Giungla d’asfalto riesce a far credere al corrotto avvocato che gli vuole bene, chiamandolo “zietto” e guardandolo con occhi da cerbiatto non troppo coscienti di essersi data ad un vecchio. Occhi pronti ad illuminarsi quando gli chiede della futura vacanza progettata sulle spiagge di Cuba. Stessi occhi che, nel giro di pochi secondi, piangono confessando al commissario la verità e portandolo all’arresto. Ripetiamo: piccola parte, ma il suo sguardo supera le ardue prove cui lo sottopone il grande Huston.
Lo sguardo torna innocente e al contempo deciso sul volto dell’operaia Peggy di Clash by Night. Lang però, nella scena al caffè del porto, dove si balla, appena scorge il bellimbusto Earl (Robert Ryan), le chiede di lanciare una rapida e intensa occhiata interessata (ma senza uno sviluppo di intreccio: giusto per ingannare lo spettatore). I grandi occhi di Marilyn osservano, pronti alla seduzione ma poi si fermano (ella è fidanzata): uno sguardo presago delle occhiate sensuali di Niagara.
Certo, in Niagara ormai lo sguardo è pericolosamente seduttivo (quando balla davanti ai giovani fasciata del vestito fucsia), da femme fatale, dalle conseguenze penali, da alternare alle occhiate finto-ubbidienti da ingenua mogliettina: prima gran prova da protagonista davanti all’obiettivo.
In River of No Return, supera sé stessa in un impegnativo caleidoscopio d’espressioni. Sguardo duro nei riguardi di Matthew che si oppone al suo volgare fidanzato. Ecco poi gli occhi scioccamente innamorati del baro; ancora gli occhi innamorati da “mamma” quando parla al piccolo Mark. Infine, trova lo sguardo timoroso, quasi umido di lacrime, di chi ha incontrato l’amore vero (Matthew), quello per sempre. Quell’amore cercato invano da Marilyn per tutta la sua giovane vita.
Lo sguardo ingenuo di Quando la moglie è in vacanza è quello che tutti noi ricordiamo, felice e sorridente e divertito, sia in casa, sia quando il vento della metropolitana le alza il vestito scoprendo le belle gambe. Gli occhi, come quelli di una quindicenne, le si illuminano di gioia ad ogni incontro con il finto ufficiale con gli occhiali (Tony Curtis), sulla spiaggia della Florida, in A qualcuno piace caldo.
Del resto, Arthur Miller, terzo marito di Marilyn, autore della sceneggiatura di The Misfits, farà dire all’attempato Gaylord (Clark Gable): “Quando sorridi sembra di veder sorgere il sole”.
Gli ultimi ciak per un film mai finito. L’addio.
Nei “giornalieri” di Something’s Got to Give (incompleto, George Cukor, 1962) lo sguardo e il sorriso sembrano partire per incanto dopo il “via” del regista. Appaiono perfetti i ripetuti ciak in cui nuota nuda nella piscina. I suoi occhi si illuminano e il suo sorriso sembra annunciare il sole, come aveva detto l’anno prima Clark Gable.
Eppure, in quei giorni è triste, spesso accusa mal di testa. Sul set non mancano i problemi. Memorizza con difficoltà, da sempre: Miller, impietosamente, aveva inserito tale difetto nel personaggio di Roslyn, in The Misfits. Sul set la segue come un’ombra Paula Strasberg, le dà sicurezza. Marilyn ha sempre sofferto della “paura del palcoscenico”, ha bisogno dell’incoraggiamento di Paula. Che, inutile dirlo, “intralcia” la direzione del set, soprattutto innervosendo il grande George Cukor. Questi, per poter parlare a Marilyn deve passare tramite Paula!
Molte mattine Marilyn rimane a letto, è debole e depressa. Il suo medico lo conferma. Poi, improvvisamente, sta bene ed eccola sul set. Nei mesi che vanno da maggio a luglio 1962, alterna lavoro e giorni di malattia. Quando è in forma, non rinuncia ad attraversare gli States per andare a cantare alla festa di compleanno del presidente John Kennedy. Mandando su tutte le furie la produzione che sta accumulando ritardi e costi aggiuntivi. Si presenta alla festa avvolta in un abito attillato, color carne, e canta il poi famoso augurio “Happy Birthday Mister President!”. Segue la canzone Thanks for the Memory. Al Madison Square Garden ci sono 14.000 persone. È il 19 maggio 1962. A Hollywood, confidava ai suoi amici intimi che avrebbe sposato un “uomo importante”.
Purtroppo l’8 giugno la Fox, viste le ripetute assenze della signora Marilyn Monroe, la licenzia, intentando anche una causa per risarcimento. Almeno dall’inizio dell’anno 1962, John Kennedy ha preso le distanze da Marilyn. Lei frequenta, ora, il fratello minore, Bob Kennedy. Rimane incinta, ma non sa dire chi sia il padre, racconteranno gli amici e i colleghi più stretti. (I biografi avanzano l’ipotesi che il bambino fosse di Bob Kennedy). A luglio, qualcuno la porta in Messico per abortire. Il 4 agosto 1962 nel sobborgo di Brentwood, a Los Angeles, muore nella sua camera da letto. La trovano nuda, con in mano la cornetta del telefono e un tubetto di barbiturici vuoto sul comodino.















