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Salute femminile e IA, la sfida della fiducia nell’epoca degli algoritmi

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Al teatro Quirino, all’iniziativa “Salute al femminile” promossa da Farmindustria, il confronto su health literacy, dati sanitari e pari opportunità. Tra digital twin, governance dei dati e rischio fake news, emerge un punto fermo: gli italiani chiedono una sanità più umana

Nel Fedro, Platone affida a Socrate una riflessione che oggi suona sorprendentemente contemporanea: nessun medico può curare davvero il corpo senza comprenderne la natura profonda. La medicina, suggerisce, non è soltanto tecnica. È conoscenza della persona.

A distanza di oltre duemila anni, quella domanda riemerge in una forma nuova e urgente. Perché cosa accade quando la cura passa anche attraverso algoritmi, piattaforme digitali e sistemi di intelligenza artificiale? E soprattutto: chi rischia di restare escluso se la capacità di comprendere la salute – la cosiddetta health literacy – non cresce insieme alla tecnologia?

Non è un caso che anche Leone XIV, nella sua enciclica pubblicata il 25 maggio, abbia richiamato il tema del rapporto tra innovazione e responsabilità umana, ricordando che la tecnologia non è una “forza antagonista rispetto alla persona”, né “di per sé un male”. Ma proprio per questo, osserva il Pontefice, “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”.

È da qui che ha preso le mosse la nona edizione dell’iniziativa “Salute al femminile. La conoscenza che cura. Health literacy e intelligenza artificiale per le pari opportunità”, promossa da Farmindustria con il patrocinio della ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella. Un appuntamento ideato dieci anni fa da Enrica Giorgetti – direttrice generale, per 20 anni, dell’associazione delle imprese farmaceutiche – e che quest’anno ha posto al centro il tema della health literacy e dell’intelligenza artificiale applicata alla salute, con particolare attenzione alle pari opportunità, alla prevenzione delle disuguaglianze e al rapporto tra innovazione tecnologica e fattore umano.

Ad aprire i lavori sono stati il presidente di Farmindustria Marcello Cattani e la ministra Eugenia Roccella. Cattani ha sottolineato come l’intelligenza artificiale rappresenti “una grande opportunità per migliorare prevenzione, diagnosi, ricerca e gestione della salute e dei percorsi di cura”, ribadendo però che “il rapporto umano resta fondamentale”.

Roccella ha invece insistito sulla necessità di “alfabetizzare l’IA in una maniera non discriminatoria”, ricordando il ruolo dell’Italia nei progetti europei sulla health literacy e le iniziative avviate anche con l’Unar a sostegno dei soggetti più fragili.

Interfaccia quotidiana con gli algoritmi

Il nodo emerso nel corso del confronto è chiaro: l’IA può diventare uno straordinario strumento di prevenzione, diagnosi e personalizzazione delle cure, ma rischia anche di amplificare fragilità e disuguaglianze se non accompagnata da alfabetizzazione sanitaria, capacità critica e accesso consapevole alle informazioni.

Secondo l’indagine Censis “Gli italiani, l’IA e la salute: percezioni, comportamenti e differenze di genere”, presentata dalla ricercatrice Sara Lena, il 63% degli italiani ha già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale e quasi un quarto li usa regolarmente. Il 35% dichiara di servirsi dell’IA anche per temi legati alla salute.

I dati raccontano però anche un altro fenomeno: mentre cresce l’utilizzo degli algoritmi, aumenta parallelamente il bisogno di relazione umana. Il 90,8% degli italiani considera ancora il medico la fonte primaria di informazione sulla salute e l’86,6% desidera una sanità più attenta alle relazioni.

Non emerge dunque una postura tecnofobica, piuttosto un approccio prudente e responsabile. L’82,1% degli utilizzatori ritiene che l’IA non sia infallibile e non debba essere considerata un oracolo, mentre il 61,6% dichiara di non sentirsi a proprio agio a informarsi esclusivamente attraverso sistemi artificiali per il timore di fake news e per la maggiore fiducia nelle informazioni prodotte da persone.

Le donne come presidio della health literacy

È soprattutto tra le donne che emerge con più forza questa cultura dell’autoregolazione consapevole della salute. Il report mostra come siano prevalentemente le donne a occuparsi della salute dei figli, del rapporto con la sanità e del benessere psicologico familiare: il 56,8% dichiara di gestire principalmente la salute e il rapporto con il sistema sanitario dei figli, contro il 10,8% degli uomini. Sul fronte della salute mentale e del benessere psicologico familiare, la quota femminile si attesta al 50,1%, contro il 12,1% maschile.

Le donne rappresentano inoltre la quota maggiore dei caregiver: 4,7 milioni contro 3,2 milioni di uomini. Un carico che produce anche conseguenze dirette sulla salute mentale e fisica. Tra le caregiver donne, l’87,2% dichiara livelli moderati o alti di stress percepito e il 48% manifesta sintomi depressivi tra moderati e severi.

Più che un rifiuto della tecnologia, sembra dunque emergere una richiesta di equilibrio: innovazione sì, ma senza perdere fiducia, relazione e capacità critica.

La centralità del fattore umano è stata uno dei temi più ricorrenti nel corso dell’iniziativa. Rossella Calabrese, ad di Treccani Accademia, ha richiamato il rischio di una crescente “medicalizzazione” dei social media, definiti come gli ambienti in cui oggi si forma l’immaginario della salute. “Una testimonianza pur autentica può diventare pericolosa”, ha osservato, sottolineando la necessità di una nuova “social health literacy”: strumenti per distinguere informazioni scientifiche, interpretare correttamente i contenuti e sviluppare spirito critico.

Dati sanitari, governance e digital twin

Un tema che si intreccia anche con la comunicazione medico-paziente, definita non accessoria ma parte integrante della cura stessa. Perché, come emerso durante il confronto, l’innovazione produce valore non nel momento in cui viene sviluppata, ma quando riesce ad arrivare concretamente alle persone.

Sul piano della governance dei dati e della regolazione, Giusella Finocchiaro – che all’Università di Bologna insegna Diritto privato, di internet e dell’IA – ha richiamato l’attenzione sulla necessità di costruire modelli di intelligenza artificiale capaci di garantire tutela della persona, trasparenza e non discriminazione, soprattutto in un ambito delicato come quello sanitario.

Mentre Paola Velardi – professoressa di Informatica alla Sapienza – ha posto l’attenzione sulle prospettive aperte dalla medicina predittiva e dai digital twin, i “gemelli digitali” che consentono di simulare scenari clinici, prevedere rischi e personalizzare sempre di più i percorsi di cura. Una trasformazione destinata a ridefinire profondamente il rapporto tra dati, prevenzione e medicina.

Il modello dell’industria farmaceutica

In questo scenario, Farmindustria ha rivendicato il ruolo del settore farmaceutico come uno degli ambiti più avanzati in Italia sul fronte dell’occupazione femminile, della valorizzazione delle competenze Stem e del welfare aziendale. Le donne rappresentano oggi il 45% degli addetti del comparto, quota che sale al 52% nella ricerca e sviluppo, mentre nella fascia tra i 30 e i 49 anni il gender pay gap risulta azzerato.

Accanto ai numeri industriali, il settore ha messo al centro anche i modelli di wellbeing e conciliazione vita-lavoro: flessibilità oraria e smart working diffusi in tutte le aziende, programmi di medicina preventiva, sostegno alla genitorialità e misure di welfare che, secondo i dati presentati, hanno contribuito a far registrare nelle aziende farmaceutiche un numero di figli superiore del 45% rispetto alla media nazionale.

Anche perché la medicina del futuro sarà sempre più predittiva, preventiva e personalizzata. Ma proprio per questo il tema non riguarda soltanto la potenza delle tecnologie. Riguarda la qualità della relazione umana che sapremo costruire attorno ad esse.


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