Il rapporto tra il Vaticano e gli Stati Uniti, la mediazione con i regimi di Cuba e Venezuela e il ruolo della Chiesa nella politica internazionale. Conversazione con Rodrigo Guerra, segretario della Pontificia Comimssione per l’America Latina, membro ordinario della Pontificia Academia delle Scienze Sociali e della Pontificia Academia per la Vita
Ormai è certo: l’attenzione degli Stati Uniti è sulla vicina isola di Cuba. Tra incriminazione (a Raul Castro per omicidio), arresti (qui l’articolo di Formiche.net sulla detenzione della sorella del presidente del Gaes) e un’offensiva militare nelle acque dei Caraibi, il Dipartimento di Stato vuole aumentare la pressione per un vero e proprio cambiamento nel sistema politico cubano, dopo gli interventi di quest’anno in Venezuela e in Iran.
Si sa, la questione cubana non è un dossier qualsiasi per il segretario di Stato americano, Marco Rubio. La sua battaglia contro la dittatura dei Castro è un affare personale (la sua famiglia ha origini cubane) e una sua bandiera politica da decenni. Bandiera che l’ha portato fino al Vaticano, in una visita positiva quanto discreta, come definita da Rodrigo Guerra, segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina, membro ordinario della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e della Pontificia Accademia per la Vita. Per lui il dialogo tra il rappresentante del governo americano, il Santo Padre e la segreteria di Stato vaticana deve essere interpretato alla luce di tutti i processi attivi nello scenario politico internazionale.
Si tratta di avvenimenti importanti, che non si concludono con una visita, ma si costruiscono in dinamiche di molteplici interazioni. “In questi processi partecipano diversi attori politici – prosegue Guerra in conversazione con Formiche.net -, e partecipa anche la Chiesa dalla sua specificità”. Quest’ultimo aspetto è centrale: “La partecipazione della Chiesa ai conflitti bellici attuali, specialmente su Cuba e Venezuela e altri scenari, non si costruisce dalla logica del potere ma dalla preoccupazione per la riconciliazione tra i popoli e dal privilegiare mezzi pacifici per la risoluzione di conflitti”.
Guerra conosce bene la realtà di Cuba. È stato insegnante per diversi anni nell’Istituto di Studi Ecclesiastici “Felix Varela” dell’Arcidiocesi de La Habana: “Conoscendo il popolo cubano posso dire che esiste un desiderio di cambiamento evidente tra la popolazione, ma allo stesso tempo non c’è il desiderio di incursioni militari o violente. Ad oggi la questione è molto più elementare: la povertà, la fame e lo sconforto sono in primo piano. Ho l’impressione personale che la Conferenza Episcopale Cubana e la Santa Sede condividano questa diagnosi”.
Secondo Guerra, la strategia degli Stati Uniti nella risoluzione della crisi umanitaria cubana non è nuova. Da anni esercitano pressione attraverso l’isolamento costante. La novità di adesso è che, contemporaneamente, si è attivato un dialogo di alto livello per trovare una nuova strada per i cubani. “È importante sottolineare che la strategia si definisce non solo nelle relazioni internazionali tra i due governi ma anche in funzione delle pressioni di partito ed elettorali all’interno degli Stati Uniti e del ruolo che gioca la comunità internazionale”, spiega il segretario.
Guerra considera necessario, con carattere di urgenza, che la comunità internazionale guardi quello che succede a Cuba non come una questione di “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti bensì come una crisi umanitaria che richiede solidarietà e attenzione immediata: “Non si può arrivare in ritardo davanti a questa emergenza a Cuba: c’è la fame, non c’è energia elettrica, gli ospedali funzionano in condizioni precarie e c’è una mancanza di carburante che paralizza il trasporto di tutta l’isola. In altre parole, bisogna differenziare i conflitti politici, deplorevoli e complessi, e un’emergenza umanitaria di proporzioni enormi. Se non si capisce questo velocemente, altri temi come l’eventuale ‘transizione’ finiranno per non essere trattati in maniera razionale e il costo umano può essere molto alto”.
Sul Venezuela, Guerra spiega che grazie al buon lavoro della Conferenza Episcopale Venezuelana, la Chiesa ha potuto “mantenere in Venezuela il dialogo con tutti gli attori e al contempo il suo ruolo di evangelizzazione. Papa Leone XIV è ben informato e segue con attenzione l’evoluzione dello scenario che, come tutti sappiamo, è dinamico e ancora non ben definito”.
“La Chiesa cattolica, come sempre, cerca di aiutare perché le differenze tra i popoli siano gestite in maniera diplomatica e non militare – aggiunge Guerra -. Non c’è alcun segreto su questo punto. Questa è la chiave fondamentale per capire la ‘geopolitica’ della Santa Sede in questo momento. Voglia Dio che il coraggioso richiamo di papa Leone XIV per promuovere una ‘pace disarmata e disarmante’ sia capito e accolto anche nei Caraibi”.
E com’è il rapporto del Santo Padre con l’America? Guerra ricorda come in altri momenti, alcuni avevano sostenuto che papa Wojtyla non capisse la cultura nordamericana. Lo stesso era accaduto, “mutatis mutandis”, con papa Ratzinger e papa Bergoglio: “Oggi nessuno può insinuare questo. Oggi sappiamo che con Leone XIV abbiamo il secondo ‘papa latinoamericano’ della storia”.
Chi pensa che papa Leone XIV sia un “anti-Trump” si sbaglia. “La Chiesa può contare oggi su un papa che ha una comprensione profonda della società nordamericana e delle società latinoamericane. E la profondità non è solamente ‘intellettuale’ ma possiamo dire che è anche ‘esistenziale’”.
Molti dei temi più controversi, come migrazione, crisi umanitaria, ambiente, neopopulismi, libertà religiosa, povertà, ecc, sono stati vissuti e analizzati ampiamente da papa Leone. “Non sono argomenti astratti per lui – conclude Guerra -. Fanno parte delle circostanze della sua vita personale e pastorale. Questa esperienza, sommata alla conoscenza diretta di una grande quantità di Paesi e culture, le danno uno sguardo profondo sullo scenario internazionale attuale”.







