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Movimenti militari, pressioni economiche e stretta diplomatica. Gli Usa su Cuba allestiscono il Venezuela 2.0?

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L’invio della portaerei Nimitz a Cuba, l’incriminazione di Raúl Castro e gli scambi sempre più duri tra Washington e L’Avana alimentano i sospetti su una possibile escalation nei Caraibi. Per molti versi, gli ultimi sviluppi ricordano il copione andato in scena pochi mesi fa e che ha portato alla fine del regime venezuelano per come lo si conosceva. Ora, a più di sessant’anni dalla crisi del 1962, sarà il turno anche di Cuba?

Nella giornata di mercoledì 21 maggio, il South Command degli Stati Uniti ha confermato l’arrivo della Uss Nimitz (la più anziana portaerei in servizio nella US Navy, da cui l’intera classe prende il nome) nelle acque caraibiche antistanti Cuba. Da mesi il governo dell’isola è alle prese con una crisi energetica che sta rapidamente precipitando, mentre Washington sembra determinata a chiudere una volta per tutte la ultra-sessantennale partita con il regime fondato da Fidel Castro. Nel frattempo, il Dipartimento di Giustizia americano ha spiccato un mandato di arresto contro l’ex presidente cubano Raúl Castro, mentre il segretario di Stato Marco Rubio dichiara che le probabilità di una risoluzione pacifica delle controversie con l’Avana sono sempre più basse. Non sarà sfuggito ai più che queste dinamiche presentano più di un’analogia con quanto accaduto appena pochi mesi fa, sempre nel mar dei Caraibi. La sensazione di déjà vu è forte e quindi è lecito chiedersi: gli Usa si preparano a un’operazione Venezuela 2.0?

Nei capitoli precedenti 

Per provare a rispondere a questa domanda, vale la pena tornare indietro di qualche mese. Ad agosto 2025, le prime navi da guerra Usa entravano nel teatro operativo dei Caraibi, direzione Venezuela. A ottobre, davanti alle coste venezuelane si trovavano una portaerei, cacciatorpedinieri missilistici, mezzi anfibi e decine di assetti aerei che avevano formato un dispositivo militare di proporzioni inedite nella regione. Nei mesi successivi, le tensioni politiche con Caracas si sono aggravate, la Casa Bianca ha autorizzato la Cia a condurre operazioni sotto copertura nel Paese e le retorica sulla necessità di assicurare Nicolás Maduro alla giustizia si è intensificata. Il 3 gennaio 2026, è scattata l’operazione Absolute Resolve, che ha portato alla cattura di Maduro e di sua moglie. Alla rimozione del presidente è seguita poi una completa rimodulazione dei rapporti tra Stati Uniti e Venezuela, dopo decenni di contrapposizione ideologica e strategica. Sul piano strategico e dal punto di vista americano, un successo su tutta la linea.

Un’isola al buio

La fine del regime di Maduro è coincisa con l’inizio della crisi energetica a Cuba, non per caso. Fino a gennaio, il Venezuela forniva circa il 20% delle importazioni energetiche totali di Cuba, pari a circa 26.500 barili al giorno. Dalla rimozione di Maduro quella cifra è scesa a zero e un ordine esecutivo emanato da Trump che impone dazi aggiuntivi a qualunque Paese venda petrolio a L’Avana ha scoraggiato ogni altro fornitore alternativo. Adesso, le riserve di carburante dell’isola si sono esaurite e alcune aree stanno subendo blackout elettrici anche di 22 ore al giorno. La crisi sta paralizzando trasporti, ospedali, approvvigionamento idrico, attività industriali e servizi pubblici essenziali.

Questi sviluppi vanno letti alla luce della visione strategica complessiva dell’amministrazione Trump. Nell’ormai ben nota National security strategy (Nss) del 2025, l’emisfero occidentale (ovvero le Americhe) è stato dichiarato come la nuova priorità della grand strategy americana. In questo contesto, Cuba rappresenta dagli anni 60 la spina nel fianco per eccellenza in quello che Washington ha sempre definito il proprio “cortile di casa”. In questa ottica, Cuba sarebbe il passo successivo naturale per mettere in atto quanto dichiarato nella Nss. Parlando a bordo dell’Air Force One dopo la cattura di Maduro, Trump dichiarò che Cuba era “ready to fall” e, da quel momento in poi, la pressione non ha fatto che crescere.

L’incriminazione di Castro e lo stato della leadership cubana

La scorsa settimana il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblico un atto d’accusa nei confronti di Raúl Castro, 94 anni, per il suo ruolo nell’abbattimento di due aerei civili disarmati dell’organizzazione “Brothers to the Rescue” il 24 febbraio 1996, episodio che causò la morte di quattro uomini, tre dei quali cittadini americani. L’annuncio è stato fatto il 20 maggio, giorno dell’Indipendenza cubana, dalla Freedom Tower di Miami, davanti alle famiglie delle vittime e a una platea di esuli cubani. L’accusa è di cospirazione per uccidere cittadini americani, distruzione di aeromobili e omicidio. Castro non è più presidente di Cuba dal 2021, quando cedette la guida del Partito Comunista (l’ultima carica istituzionale che ancora deteneva) a Miguel Díaz-Canel, al potere dal 2018. Sul piano formale, dunque, è Díaz-Canel il volto del regime, in quanto presidente della Repubblica e primo segretario del Partito. Sul piano sostanziale, tuttavia, l’influenza di Raúl all’interno delle strutture militari e dei servizi di intelligence cubani non è mai del tutto svanita, per non parlare del valore simbolico del nome Castro per la popolazione. L’incriminazione del 94enne andrebbe quindi letta su due livelli: da un lato, un atto rivendicato da decenni dalla diaspora cubana di Miami; dall’altro, un messaggio politico indirizzato all’intera leadership cubana, a partire proprio dal presidente in carica.

Dal canto suo, Díaz-Canel ha scritto su X che l’incriminazione non farebbe che rivelare “l’arroganza e la frustrazione” di Washington di fronte alla “incrollabile determinazione della Rivoluzione cubana”, definendola “una manovra politica priva di qualsiasi fondamento giuridico, volta unicamente a gonfiare il dossier fabbricato che usano per giustificare la follia di un’aggressione militare contro Cuba”. Ancora più esplicito l’ambasciatore cubano all’Onu, Ernesto Soberon Guzman, che ha parlato di “un circo che stanno allestendo per giustificare un’aggressione militare”.

Le parole di Rubio e della Cia

Sul fronte diplomatico, il Segretario di Stato Rubio (cubano-americano di seconda generazione e da decenni voce della diaspora cubana nella politica statunitense) ha chiarito la posizione di Washington poco prima di partire per un vertice Nato in Svezia: “La preferenza del presidente è sempre un accordo negoziato che sia pacifico. Questa rimane la nostra preferenza con Cuba. Ma devo essere onesto con voi: la probabilità che ciò accada, dato con chi abbiamo a che fare, non è alta”. Dichiarazioni che arrivano a poca distanza dalla visita a Cuba del direttore della Cia, John Ratcliffe, che, riferendosi ai funzionari cubani, ha detto che l’amministrazione Trump avrebbe “seriamente considerato” un impegno con il governo dell’isola qualora venissero apportate “modifiche fondamentali”. 

Le forze americane intorno a Cuba

Il dispiegamento della Nimitz, oltre allo stormo imbarcato composto da caccia F/A-18 Super Hornet e EA-18G Growler per la guerra elettronica, velivoli E-2D Hawkeye e droni MH-60, comprende anche un cacciatorpediniere di classe Arleigh-Burke e una nave rifornitrice. Si tratta indubbiamente di un dispositivo militare di media entità rispetto a quello che circondava il Venezuela, ma sufficiente a rivendicare una presenza muscolare e a proiettare il potere aereo americano su tutta l’isola nel giro di pochissimo tempo. Va segnalato che al momento il dispiegamento non comprende navi d’assalto anfibio come l’USS Iwo Jima che, nel caso dell’operazione Absolute Resolve, svolse un ruolo centrale in quanto base operativa delle unità speciali che prelevarono Maduro. Tuttavia, data la vicinanza del teatro operativo alla costa statunitense, non si può escludere che ulteriori assetti aerei e navali provenienti dal mainland americano possano aggiungersi a quelli già schierati, dando inizio a un vero e proprio build-up militare intorno all’isola. 

La resa dei conti con L’Avana?

Sul piano prettamente militare, non ci sono ancora abbastanza elementi per dire con convinzione che gli Usa si stanno preparando a un intervento diretto su Cuba. D’altronde, il protrarsi del conflitto con l’Iran sta mettendo sotto sforzo le Forze armate americane e l’apertura di un altro fronte (per quanto molto meno caldo sul piano tattico e operativo) potrebbe non essere l’ideale per Washington in questa fase. Lo stesso Trump ha più volte lasciato intendere che, in questo momento, la priorità rimane la guerra con Teheran, e questo contribuisce a tenere più basso il livello di allerta nei Caraibi. Restano poi le incognite di Russia e Cina, le quali finora sono state relativamente silenti sul braccio di ferro tra Washington e L’Avana. Sicuramente lo scenario appare molto diverso da quello del 1962, quando la crisi missilistica portò Usa e Urss sull’orlo dello scontro totale. Tuttavia, le analogie con il caso venezuelano sono molte e, al netto degli ultimi sviluppi, le mosse americane sembrano tutte puntare verso una prossima resa dei conti con il governo cubano. 


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