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Quel gran bluff cinese sul libero mercato

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Nel 2020 il mondo rimase stupito dall’improvvisa apertura ai gestori occidentali del mercato cinese del risparmio. Ma era solo una finta. E infatti oggi i principali asset management hanno raccolto solo lo 0,1% dell’intero bacino finanziario privato

La svolta, allora, fu epocale. Sei anni fa la Cina apriva al mondo il suo mercato del risparmio, spalancando le porte ai grandi gestori patrimoniali d’Occidente. L’operazione fu strombazzata a dovere dallo stesso governo, segno di una progressiva liberalizzazione del sistema economico cinese. Da quel momento di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Giganti del risparmio come BlackRock, Fidelity, Neuberger, Allianz, AllianceBernstein e Schroders, tanto per citarne alcuni, hanno costituito società di fondi comuni, affrettandosi nell’accaparrarsi cospicue fette di patrimonio privato. Tutto bello, tutto giusto, la vittoria del libero mercato su decenni di statalismo e di controllo asfissiante del partito sull’economia.

Nemmeno per sogno, le cose sono andate diversamente. E molto. A sei anni dall’apertura del mercato cinese dei fondi comuni, il bilancio per i grandi asset manager internazionali resta infatti molto distante dalle aspettative. Tanto che le società globali che hanno scelto di operare autonomamente in Cina hanno conquistato appena lo 0,1% del mercato locale. Praticamente nulla.

Secondo i dati di Z-Ben Advisors, citati dal Financial Times, gli operatori occidentali hanno investito complessivamente circa 800 milioni di dollari, ma ad oggi sono riusciti ad attrarre solo 34 miliardi di yuan, pari a circa 5 miliardi di dollari. E questo a fronte di asset complessivi per 36.500 miliardi di yuan. Una quota minima, che mostra quanto sia complesso per le istituzioni finanziarie straniere trasformare l’apertura regolamentare decisa da Pechino in una presenza significativa sul mercato.

Il caso di Schroders è uno degli esempi più evidenti delle difficoltà incontrate. Tanto che il gestore sarebbe addirittura in uscita dall’attività nei fondi comuni nella Cina continentale. E si parla di un asset management che a livello globale gestisce circa mille miliardi di dollari. Non è finita. Un altro caso è quello di JPMorgan, ma anche di Manulife e Morgan Stanley, che hanno accumulato complessivamente circa 373 miliardi di yuan di masse in gestione, pari a circa l’1% del mercato totale. Insomma, la Cina ha aperto il mercato. Ma solo a parole. D’altronde, cosa ci si può aspettare da un Paese dove, dati dell’Ocse, tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi dei grandi settori manifatturieri hanno ricevuto, in media, sostegni pubblici da tre a otto volte superiori rispetto alle aziende basate negli stessi Paesi Ocse?


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