“Chi non crede all’Europa in termini di valori e di ideali deve crederci in termini di convenienza. L’alternativa rispetto a questa ipotesi è una sola: diventare una colonia”. Secondo il senatore di Italia Viva Enrico Borghi, l’Unione europea deve fare passi avanti verso la cooperazione rafforzata nella Difesa, per non restare schiacciati da Cina, Russia e Stati Uniti. E l’Italia può e deve fare la sua parte
L’Europa deve ripensare sé stessa, non può restare immobile quando attorno tutto cambia a una velocità quasi incontrollabile. Lo crede il senatore di Italia Viva Enrico Borghi intervistato da Formiche.net sul futuro della Difesa europea, di una maggiore autonomia strategica e sul ruolo dell’Italia in questo dibattito. Secondo Borghi, la strada da percorrere è quella della cooperazione rafforzata. “Chi non crede all’Europa in termini di valori e di ideali deve crederci in termini di convenienza. L’alternativa rispetto a questa ipotesi è una sola, diventare una colonia”, chiarisce il senatore. “La conseguenza della frammentazione europea in termini di difesa è la trasformazione dei nostri Paesi in soggetti subalterni rispetto ai grandi player che oggi ci sono a livello globale”.
Senatore, la cooperazione rafforzata nella difesa è già prevista dai trattati di Lisbona. Perché non ha funzionato fino ad ora, e cosa cambierebbe con la sua proposta?
Che cosa non ha funzionato sin qui è presto detto, da un lato l’assenza di consapevolezza su quello che sta cambiando nella geopolitica globale. Cioè la Cina, come conseguenza di un disegno egemonico globale, sta puntando ad una significativa politica di riarmo e gli Stati Uniti, anche per far fronte a questa offensiva che fa del Pacifico il nuovo oceano del secolo, stanno progettando di riorientare il proprio assetto strategico militare sul versante del Pacifico. In questo quadro l’Europa rischia di essere una sorta di tartaruga senza il guscio, essendo stata dipendente per motivi storici dall’alleanza atlantica per tutti gli 80 anni che ci separano dalla Seconda guerra mondiale. Intanto bisogna cogliere questa consapevolezza di natura strategica che non è ancora colta dalle opinioni pubbliche. Il secondo aspetto risiede in quello che io definirei l’andreottismo di Ursula von der Leyen.
A cosa si riferisce?
La presidente della Commissione, esattamente come Andreotti negli anni 70 effettuava la politica dei due forni strizzando l’occhio da una parte al Partito Comunista e dall’altra ai partiti laici, contemporaneamente tiene insieme una maggioranza che potremmo definire di centrosinistra, ma non chiude la porta alla cooperazione con la destra dei conservatori di Giorgia Meloni. Questo rispecchia anche una difficoltà strategica del suo partito, i cristiano sociali, che in Germania stanno vivendo una situazione di difficoltà a causa di un’alleanza con una Spd che è in crisi d’identità e con una AfD, l’estrema destra, che è in forte crescita di consensi.
Tutto questo cosa ha determinato?
Ha determinato il fatto che l’indispensabile e necessario quadro di potenziamento e di adeguamento tecnologico del sistema del Rearm europeo sia stato basato e pensato esclusivamente su scala nazionale. Rearm Europe è una proposta che fa perno esclusivamente, sia nella sua parte europea, il Safe, sia nella sua parte invece nazionale, nello spazio di indebitamento di ciascun singolo Paese. Ursula von der Leyen non ha accolto le posizioni che noi europeisti riformisti sollecitavamo, l’esigenza di creare un fondo europeo finanziato con gli euro bond che andasse intanto nella direzione di una iniziativa europea del programma di adeguamento della difesa. Tutto questo non ha fatto altro che scaricare all’interno di ciascun singolo Paese le tensioni e le difficoltà alimentando anche le demagogie di chi su questo vuole lucrarci un facile consenso elettorale.
Torniamo allora alla cooperazione rafforzata…
Il tema della cooperazione rafforzata che noi come Ied abbiamo lanciato da Tours questo fine settimana va nella direzione di prendere atto di un elemento essenziale: non è necessario e non bisogna aspettare l’unanimità dei 27. Così come è stata fatta la libera circolazione delle persone, l’accordo di Schengen, tra alcuni Paesi che avevano già maturato la convinzione di cedere a questo tipo di funzione a livello europeo, e a maggior ragione così come è stata fatta la moneta unica che ha seguito lo stesso meccanismo della cooperazione rafforzata, la nostra proposta è di seguire la stessa modalità anche sul tema della difesa. Anche perché, oggettivamente, tutto quello che sta accadendo sta portando alla creazione di un asse Spagna, Francia, Germania, Benelux, Polonia che si apre al Regno Unito e il rischio per l’Italia è di essere isolati dentro questa cornice in cui nasce un’Europa a due velocità in cui noi rischiamo di essere esclusi.
Si riferisce a qualcosa in particolare?
Penso a Spagna, Francia, Germania che ad esempio stanno già cooperando sul caccia di sesta generazione rispetto al quale noi abbiamo fatto la scelta di avviare una cooperazione con due Paesi che non fanno parte dell’Unione europea, Regno Unito e Giappone, peraltro registrando un’impennata dei costi che a mio avviso dovrebbe portare ad una riconsiderazione anche delle partnership andando verso una scelta più europea. Ma anche in questo caso, la cooperazione rafforzata è l’unico modo per uscirne rispetto a una dimensione che abbia una soggettività europea, perché l’adeguamento tecnologico e il riarmo su singola base statale e nazionalistica cozza contro due elementi: il tema dell’efficienza, perché noi oggi già in Europa abbiamo più spesa della Russia in armi e in difesa, peccato che è divisa in 27; secondo, provoca asimmetrie perché avremo Paesi come la Germania, come la Polonia che si armeranno molto e potenzieranno, e Paesi come l’Italia che stanno decidendo di rimanere sostanzialmente al palo, come comprova la decisione sul Safe. Tutto questo provoca asimmetrie nel cuore dell’Europa che rischiano di essere anche pericolose.
Lei propone un Consiglio europeo di sicurezza. La stessa idea è sul tavolo del commissario Kubilius, che immagina membri permanenti – Francia, Germania, Italia, Polonia, Regno Unito – con decisioni a maggioranza. È questo il modello che ha in mente?
Sì, innanzitutto bisogna uscire dall’attuale schema di governance che non funziona perché noi abbiamo attorno a questi temi la Commissione che è paralizzata, il Consiglio europeo che è costruito su base intergovernativa e quindi assume l’impianto nazionalistico a cui ho fatto riferimento in precedenza, i formati E5, a cui peraltro partecipa anche l’Europa, che tagliano fuori altri Paesi che si sentono emarginati provocando un’altra asimmetria. La proposta del commissario Kubilius va in questa direzione e noi crediamo che debba essere quantomeno un tavolo di discussione nel quale chi ci sta, attraverso il meccanismo della cooperazione rafforzata, costruisca un meccanismo di governance omogeneo e garantista per tutti.
Come si convincono i Paesi non allineati (come è stata l’Ungheria e come è la Slovacchia) ad accettare di essere escluse dalle decisioni che le riguardano?
Guardi, io credo che laddove non possa la poesia può la prosa. Chi non crede all’Europa in termini di valori e di ideali deve crederci in termini di convenienza. L’alternativa rispetto a questa ipotesi è una sola, diventare una colonia. Decidono poi i singoli Paesi se vogliono diventare una colonia russa, una colonia cinese o una colonia statunitense, ma la conseguenza della frammentazione europea in termini di difesa è la trasformazione dei nostri Paesi in soggetti subalterni rispetto ai grandi player che oggi ci sono a livello globale.
Come si coordina questa visione con la Nato, considerando che gli impegni sulla spesa – il 5% – pesano su bilanci già sotto pressione?
Si coordina perché crea il cosiddetto secondo pilastro dell’Alleanza Atlantica, la costruzione di un’autonomia strategica europea nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, perché noi non pensiamo assolutamente ad una uscita dalla Nato, al contrario pensiamo che si debba rafforzare l’impianto già definito con quella che veniva declinata come bussola strategica, che deve trovare però una soggettività europea molto più forte e molto più marcata. Lei ricorderà che la bussola strategica parlava per esempio di un contingente unico di 5 mila uomini, che oggi è totalmente insufficiente.
In concreto, qual è la prossima mossa che l’Italia dovrebbe fare per essere protagonista in questo processo, e non solo spettatrice?
Intanto scegliere strategicamente che stare in Europa significa ritornare ad essere un grande Paese fondatore, concependo il rapporto con l’Europa come un elemento consustanziale e non come un elemento obbligato. Quindi Giorgia Meloni dovrebbe smetterla di fare i comizi contro l’Ue come ha fatto ad esempio a Confindustria, lasci perdere il badoglismo di ritorno che affligge troppa classe dirigente italiana, perché questo ci fa perdere in termini di credibilità nei confronti dei nostri partner, e si renda protagonista di un’iniziativa che vada nella direzione della cooperazione rafforzata. Siamo un Paese fondatore dell’Europa, mai dimenticarlo!
















