La traiettoria che prenderà un possibile riavvicinamento tra Regno Unito ed Europa dipenderà certamente dagli accadimenti futuri e da una serie di fattori sia esogeni che endogeni. L’evoluzione del contesto internazionale e degli equilibri geo-politici e geo-economici, in primo luogo. Ma anche dal dibattito interno e dall’esito che nei prossimi anni avranno le scadenze elettorali. L’analisi di Mario Angiolillo
Sono trascorsi ormai dieci anni dal referendum su Brexit del 23 giugno 2016, con il quale i cittadini britannici, con una maggioranza del 51,89%, hanno votato per lasciare l’Unione europea. A seguito del referendum è stata attivata dal Regno Unito la procedura sancita dall’art. 50 del Trattato sull’Unione europea, articolo che regola il recesso volontario ed unilaterale di un Paese Membro dalla Ue. Sulla base della procedura stabilita dall’Art. 50 del Tue, è stato raggiunto tra le parti un accordo di recesso, che è andato a regolare diversi aspetti, tra cui i diritti di residenza dei cittadini Ue residenti sul territorio del Regno Unito e viceversa, e l’importo che il Regno Unito avrebbe dovuto pagare per completare il contributo al bilancio europeo 2014-2019.
È stato poi definito l’accordo di commercio e cooperazione tra Unione europea e Regno Unito (Tca), concluso il 24 dicembre 2020 sulla base dell’art. 217 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, per regolare i rapporti tra le due sponde della Manica nel post-Brexit. Tale accordo si profila come un comprehensive agreement che non va a regolare soltanto gli scambi di merci e servizi, ma anche molte altre materie tra cui la concorrenza, gli investimenti, gli aiuti di Stato, l’energia, i trasporti aerei e stradali, la pesca. Alcune materie sono state trattate dall’intesa e demandate a futuri approfondimenti.
Ma quali fattori hanno determinato il voto pro Brexit?
I fattori che hanno portato a votare per il leave sono molteplici. Bisogna partire dal referendum consultivo del 1975, quando un’ampia maggioranza di Britannici, il 67,2%, votò a favore della permanenza del Regno Unito nella Comunità Europea a seguito dell’adesione ratificata nel 1972. Già in quell’occasione era presente un sentiment, seppur minoritario, che affondava le proprie radici nella storia e che era contrario all’adesione alla Comunità europea. Ma in quell’occasione il voto per la permanenza fu caratterizzato da un forte idealismo. La scelta a favore dell’adesione alla Comunità europea non era motivata solo da fattori economici o istituzionali, ma era sostenuta come una scelta per la pace, per lasciarsi alle spalle definitivamente il ricordo dei conflitti bellici, era un voto per quel grande ideale di unione e collaborazione pacifica che aveva contraddistinto l’idea stessa di Unione europea.
In occasione del voto del 2016, invece, quell’idealismo passò in secondo piano, ed altri furono gli elementi che contraddistinsero la campagna referendaria e la vittoria del leave. In primo luogo gli effetti di una complessa crisi economica, e la valutazione, da parte dei sostenitori del Leave, su come in quel momento storico le istituzioni UE avessero fatto fatica ad individuare strumenti in grado di sostenere gli Stati Membri nell’affrontare efficacemente la crisi finanziaria del 2008 e la successiva crisi dei debiti sovrani. Cui si andò a sommare il timore che l’integrazione europea, ad esempio per quanto atteneva al dibattito sull’unione bancaria, potesse finire con il limitare ed indebolire l’economia britannica.
E in questo contesto che in ambienti politici e finanziari, sostenitori del leave, si fece largo l’aspettativa, sostenuta nella campagna per il referendum, di poter slegare il Regno Unito dai vincoli europei per riposizionare l’economia britannica in maniera autonoma. Ad esempio verso più intensi rapporti con la Cina e il mondo arabo. In quest’ottica vanno considerate le relazioni che furono avviate con Pechino al fine di inserire il Regno Unito sulla nuova Via della seta. Oppure le attività diplomatiche che furono avviate a Londra riguardanti l’Aramco, la compagnia petrolifera di bandiera dell’Arabia Saudita.
O ancora la spinta che ci fu in quel momento verso la realizzazione di un accordo di libero scambio con gli Usa. Con i sostenitori del leave che presentavano come obiettivo finale di questa strategia quello di riposizionare il Regno Unito tra gli Usa a Occidente e la Cina a Oriente, facendo di Londra la Singapore dell’Atlantico. Non bisogna inoltre dimenticare, nella scelta per il leave, le pulsioni di alcune aree periferiche del Regno Unito, certamente non internazionali come Londra, che vivevano con diffidenza gli effetti della libera circolazione e quindi il tema dell’immigrazione.
Quali sono stati gli effetti di Brexit nelle relazioni economiche-commerciali Ue-Uk?
Le negoziazioni che hanno portato alla definizione del Tca, l’accordo sul post-Brexit, sono partite dalla consapevolezza delle forti interconnessioni presenti tra le due sponde della Manica dopo oltre 40 anni di adesione del Regno Unito alla Comunità e poi all’Unione Europea. Per dare un’idea, al momento del referendum su Brexit si registravano circa 600 miliardi di euro di scambi commerciali tra Unione europea e Regno Unito. Senza dimenticare la profonda interrelazione a livello di mercati finanziari con gli oltre 850 miliardi di euro di strumenti finanziari denominati in euro che erano scambiati principalmente nella City.
Ma la collaborazione tra le parti non riguardava solo l’economia ma anche altri aspetti cruciali quali, ad esempio, l’intelligence e la lotta al terrorismo internazionale. Il Tca ha cercato di preservare questa intensità di relazioni anche nella nuova situazione. Affrontando, durante le negoziazioni, numerose questioni spinose quali il confine irlandese nel rispetto degli accordi del venerdì Santo, l’equilibrio sul level playing field, il ruolo della Corte di giustizia europea. È difficile oggi fare un’analisi puntuale su quali siano stati gli effetti di Brexit sull’economia, perché è difficile isolarne gli effetti da quelli di altri avvenimenti fortemente impattanti che si sono susseguiti in questi anni. Dalla pandemia da Covid-19 alla crisi energetica, dalla guerra in Ucraina a quella in Medio Oriente.
Guardando ai dati delle principali variabili economiche e commerciali tra il Regno Unito e i principali partners in Ue possiamo notare come in realtà non ci sia stata una crisi nelle relazioni tra le due sponde della Manica, nonostante le maggiori criticità ad esempio negli adempimenti doganali.
Guardando i dati, il commercio di beni (import+export) è complessivamente cresciuto sia rispetto al 2015, anno base pre-referendum su Brexit, che rispetto al 2020, primo anno post-Brexit. Con performances positive nei rapporti con Italia, Francia e Spagna, ed una flessione nei confronti della Germania. Lo stesso vale per gli investimenti diretti esteri. Mentre l’import/export di servizi ha registrato un incremento con tutti i principali partners Ue.
E quali gli effetti di Brexit sull’economia Uk? Diversa l’analisi per quanto riguarda i fondamentali dell’economia del Regno Unito. Secondo i dati dell Ons, l’Office for National Statistics, l’economia britannica sta vivendo un momento di forte fragilità. A titolo esemplificativo, a fine 2025 l’incremento del Pil si attestava ad uno 0,2, con un tasso di inflazione al 3,6 ed un tasso di disoccupazione al 4,9%. Anche in questo caso bisogna ricordare come non sia possibile isolare gli effetti di Brexit da quelli degli altri fenomeni sopra indicati. Un peso, però, in tale situazione, è verosimilmente rappresentato dal fatto che il Regno Unito ha dovuto affrontare le crisi di questi ultimi anni, a partire dalla crisi economica legata al Covid-19, dovendo fare affidamento esclusivamente su risorse proprie, questo mentre l’Ue con il Next Generation Eu stava attivando dei meccanismi di solidarietà nell’affrontare i momenti di crisi, andando a determinare un cambio di paradigma rispetto al modo in cui aveva affrontato, ad esempio, la crisi dei debiti sovrani.
Così come i mutamenti nel contesto geo-politico e geo-economico hanno reso ben più complesso l’obiettivo dei sostenitori del leave di fare di Londra la Singapore dell’Atlantico. Accanto a questa situazione di fragilità nei fondamentali dell’economia britannica, si rileva oggi una inedita fragilità del sistema politico/istituzionale. In primis con la crisi dei Conservatives che dopo il referendum su Brexit hanno visto avvicendarsi cinque premier in otto anni, fino alla sconfitta elettorale ad opera di Starmer. Ed ora si assiste ad una forte debolezza dello stesso Starmer, che dopo i negativi risultati del Labour alle elezioni amministrative è messo fortemente in discussione nel suo stesso partito. E, forse per la prima volta nella storia, il sistema bipartitico su cui si fonda il sistema elettorale/istituzionale britannico sembra essere messo in crisi dalla frammentazione e dalla rapida crescita di altre forze quali Reform Uk, Lib-dem e Verdi.
Cosa attendersi nel prossimo futuro nelle relazioni Ue-Uk?
Il contesto internazionale, dal 2016, è fortemente cambiato. Le crisi di questi ultimi anni hanno determinato una forte frammentazione nelle dinamiche del commercio internazionale, con una vera e propria disarticolazione delle catene del valore e numerose attività di re-shoring e near-shoring resesi necessarie.
Le crisi geo-politiche, oggi caratterizzate da conflitti drammaticamente anche armati, stanno determinando un contesto apolare in cui vengono meno molti dei principi cui era improntata la visione multilaterale degli equilibri geo-politici. A questo si somma il cambiamento di approccio dell’Amministrazione Trump che sta modificando il sistema di relazioni di Washington sia con Bruxelles che con Londra.
La corsa alla competizione tecnologica, alla competizione energetica, all’approvvigionamento delle materie prime rare, ma anche le scelte in termini di difesa e di investimenti per la difesa, stanno determinando sfide altamente impattanti per tutti gli attori presenti sullo scacchiere globale. Sia l’Ue che il Regno Unito, seppur in modo diverso, si trovano a dover affrontare e gestire le ripercussioni di tali accadimenti sui rispettivi sistemi economici, e a dover ridefinire il proprio ruolo sullo scacchiere geo-politico. E per fare questo si trovano a dover affrontare scelte ineludibili ed impattanti.
Questo riguarda il Regno Unito che deve affrontare le grandi criticità di cui abbiamo fatto cenno sopra, ma anche l’Ue che si trova a interrogarsi, ad esempio, su quali modalità adottare nel contesto attuale per il funzionamento dell’Unione per quanto attiene al Bilancio Ue o ai processi decisionali all’interno dell’Ue. Chiedendosi se lo spirito di solidarietà che ha sotteso il Next Generation debba restare confinato alla gestione dei momenti di crisi, o se invece possa diventare un modello strutturale anche per affrontare le grandi sfide che l’Ue si trova a dover affrontare e che necessitano di ingenti risorse.
Oppure affrontando il tema legato ai processi decisionali, chiedendosi se il principio di unanimità sia ancora efficace nel contesto attuale.
Senza dimenticare il tema della difesa comune. In questo contesto si sta determinando un ulteriore riavvicinamento tra le due sponde della Manica.
A partire dal primo vertice Ue-Regno Unito nel post-Brexit, tenuto a Londra nel maggio 2025 con la partecipazione del presidente del Consiglio europeo António Costa, della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del primo ministro del Regno Unito Keir Starmer.
Con questo vertice sono state definite una posizione comune nella cooperazione per la pace e la sicurezza in Europa, e un’agenda rinnovata per la cooperazione UE- Regno Unito che si propone di rafforzare le relazioni bilaterali su interessi strategici comuni quali l’economia e il commercio, la giustizia e gli affari interni, la politica estera e di sicurezza.
Senza dimenticare il ruolo di Londra nella cosiddetta coalizione dei volenterosi. La traiettoria che prenderà questo riavvicinamento tra le due sponde della Manica dipenderà certamente dagli accadimenti futuri e da una serie di fattori sia esogeni che endogeni. L’evoluzione del contesto internazionale e degli equilibri geo-politici e geo-economici, in primo luogo. Ma anche dal dibattito interno e dall’esito che nei prossimi anni avranno le scadenze elettorali nei principali Paesi Ue e nel Regno Unito.
















