Il 250° anniversario degli Stati Uniti potrebbe rappresentare un punto di svolta per i secoli a venire e per la Chiesa cattolica, che oggi più che mai si proietta nel mondo. Non basta, non può bastare, che solo l’America sia un luogo speciale: deve esserlo il mondo intero
Il 250° anniversario degli Stati Uniti potrebbe rappresentare un punto di svolta per i secoli a venire e per la Chiesa cattolica, che oggi più che mai si proietta nel mondo.
Era, o è, un luogo speciale. Le Americhe erano un luogo dove trovare una nuova vita, una nuova opportunità. Lo erano soprattutto per la vecchia Europa, ma sempre più per il mondo intero.
In questo contesto, gli Stati Uniti d’America rappresentavano l’opportunità per eccellenza: la terra promessa, Israele. Il sogno americano era un ideale, un’occasione che si concretizzava. Era una visione offerta, in teoria e in pratica, a tutti.
Certo, non tutti hanno trovato l’Eden. Ma l’idea e l’ideale di comunità inclusiva e solidale, dove ognuno era rispettato e rispettava gli altri e la propria comunità, grande o piccola che fosse, era l’immagine concreta che l’America proiettava a tutti. C’era un’idea di equità, di uguaglianza, che non era la povertà livellatrice che fruga nelle tasche altrui. Era un’equità morale: essere giusti, fare la cosa giusta e avere riguardo per tutti.
Non tutto era roseo sotto la superficie, ma tutto tendeva al roseo, e questa tendenza, questo sforzo intellettuale e morale, ha reso grande l’America che voleva sembrare piccola, modesta, umile.
Era una realtà onirica che nessun altro paese era riuscito a eguagliare. L’Unione Sovietica, con il suo comunismo, prometteva il paradiso in terra e invece ha dato ai suoi cittadini l’inferno.
Prima, durante e dopo la Guerra Fredda, l’America aveva conquistato i cuori, le anime e le menti di tutti, amici e nemici.
Un sogno realizzato a metà.
Dopo 250 anni, l’America sembra più divisa che mai. Una parte sembra voler chiudersi in se stessa, ritirarsi; si sente debole e, perciò, vuole rendere l’America di nuovo grande.
Un altro aspetto dell’America sembra incarnarsi nella Chiesa cattolica, che cerca di portare il sogno americano nel cattolicesimo (e viceversa) e celebrerà il venticinquesimo anniversario del Paese al confine simbolico di Lampedusa. È l’isola al centro del Mediterraneo, dove i migranti del Sud del mondo desiderano ardentemente raggiungere il Nord per poter realizzare il proprio sogno.
Ciò che il primo Papa americano celebrerà a Lampedusa sarà un gesto per otto miliardi di persone: il sogno americano con caratteristiche cattoliche, o forse meglio, il sogno cattolico con caratteristiche americane.
Forse mai come oggi, in mezzo a tante crisi pericolose, questo è necessario. La gente comune – coloro che cercano di sbarcare il lunario, che desiderano un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie, ansiosi o impauriti, in fuga o ambiziosi – aspira ancora a quell’America che si vede negli Stati Uniti e in Europa.
La migrazione non è solo una questione di ordine pubblico (come gestire gli arrivi e reprimere le mafie che trafficano e truffano) né è solo una questione di sviluppo (portare crescita economica ai paesi d’origine). Anche se questi aspetti sono importanti, c’è qualcos’altro: c’è uno spirito.
Siamo aperti, liberi e accoglienti, oppure ostili, trincerati e respingenti? Di fronte alle pressioni del Sud del mondo, fuggiamo o andiamo avanti insieme agli altri? Cerchiamo il coraggio o ci arrendiamo alla paura?
Certo, bisogna fare i conti con la realtà, non vivere sulle nuvole. Ma lo spirito è chiuso o aperto? È una scelta sulla libertà: la desideriamo, o preferiamo la sicurezza di una prigione mentale a una fisica?
Dopo la Riforma protestante, la Chiesa cattolica è sembrata, per secoli, l’incarnazione del conservatorismo. Oggi, invece, ha raccolto sempre più l’eredità dell’Illuminismo e delle rivoluzioni liberali, che hanno trasformato il mondo negli ultimi tre secoli, a cominciare dalla rivoluzione puritana inglese del XVII secolo, per molti versi la madre della rivoluzione americana.
È umano e comprensibile temere la libertà. Eppure la libertà è meravigliosa.
Non basta, non può bastare, che solo l’America sia un luogo speciale: deve esserlo il mondo intero. Non succederà, non può succedere: non tutti diventeranno americani. Dopotutto, non tutti ci riescono, non tutti “ce la fanno”. Lo spirito egualitario, il sentimento di unione, il desiderio di stare insieme – con prudenza e umiltà – è forse ciò che conta di più. Da lì nascono i percorsi concreti, realistici e pratici attraverso i quali ogni persona, nel suo modo, cerca la propria strada verso quel sogno.
La Chiesa, sotto la guida di Francesco, ha già scelto questa “America”. Gli Stati Uniti, divisi, sofferenti e in lutto, che affrontano sfide su tanti fronti, non sanno quale strada intraprendere: paura o coraggio, libertà o muri, America per il mondo o America per se stessa.
In teoria, il destino della patria dei coraggiosi e della terra dei liberi dovrebbe essere già scritto, ma le cose potrebbero andare diversamente.
Quindi, buon 4 luglio al 250° anniversario dell’America, e buon 4 luglio alla Chiesa cattolica con il suo Papa americano, e i migliori auguri per il 4 luglio a tutto il mondo: americani e non americani, cattolici e non cattolici.
















