Il dibattito sulla pressione fiscale si alimenta di slogan e accuse al governo, ma i dati Istat raccontano una realtà più articolata. Tra riduzioni del carico e aumento dovuto soprattutto ai contributi sociali, la lettura politica appare spesso forzata e fuorviante. Il commento di Gianfranco Polillo
“Che bisogna fare per campare!”: dice una vecchia espressione che risale alla lingua latina. Dove “campare” deriva da “campus”. Un idea di salvezza o di sostentamento. E di quest’ultima espressione si nutre ora la politica, alla continua ricerca di qualsiasi cosa possa giustificare la propria esistenza in vita. Peccato che, a volte, si vada oltre. L’individuazione di una possibile via di fuga porta, in alcuni casi, alla confusione, all’imbroglio, o alla bugia. Bugie che, com’è noto, hanno spesso le gambe corte.
Ad andare in scena questa volta è stata la levata di scudi contro il governo Meloni, responsabile di aver aumentato la pressione fiscale. In ogni talk show, in ogni dichiarazione ufficiale o meno, dentro o fuori il Parlamento, l’accusa rimbomba come “un colpo di un cannone” avrebbe detto Don Basilio, nella celebre aria, del Barbiere di Siviglia di Rossini (“La calunnia è un venticello”). Nel 2025 la pressione fiscale è aumentata dal 42,4 al 43.1%. Orrore! Il che è indubbiamente vero. Ma allora in cosa consisterebbe la nostra reprimenda?
Nel fatto che i dati Istat vanno correttamente analizzati, senza fermarsi alla pagina di copertina, perché l’approfondimento potrebbe riservare sorprese interessanti. Non è chiedere troppo a un’opposizione che dovrebbe rimostrare tutta la sua responsabilità nei confronti dell’Italia. E quindi non contribuire ad alimentare fenomeni di allarmismo. Nel 2023 (imposte decise l’anno prima e quindi fuori dalla portata del governo, entrato in carica 22 ottobre del 2022) il carico fiscale complessivo, secondo i dati Istat, era aumentato di 50,799 miliardi. L’anno successivo di una cifra leggermente minore, pari a 50,111. Ma lo scorso anno solo (si fa per dire) di 30,404. Con una flessione pari al 22 per cento.
Troppo poco si dirà. Possiamo anche essere d’accordo. Ma allora è questo che bisogna dire. Nonostante la riduzione in termini di cassa, in Italia, il carico fiscale è ancora troppo elevato. Ma si può sostenere questa tesi e, al tempo stesso, battersi per la patrimoniale? Imposta che del resto già esiste nell’ordinamento fiscale italiano. Si dice, ma la ricchezza, in Italia, è troppo mal distribuita. Anche questo è vero. Ma da dove deriva quel patrimonio? È stato frutto di una precedente e reiterata evasione fiscale? In questo caso bisogna intervenire e colpire chi ha trasgredito. Ma se quell’accumulo fosse solo il frutto della propria capacità di stare sul mercato, e degli utili accumulati dopo aver pagato le tasse, ogni azione sconfinerebbe in una sorta di “esproprio proletario”. Il che piega come mai sparare nel mucchio, ricorrendo ad una sorta di decimazione fiscale, non è consentito.
Ma perché – si sostiene – non chiedere a chi ha tanto di dare un minimo a favore dei più fragili? Richiesta più che giustificata, ma ad una condizione: che non si trasformi in un obbligo giuridico. Contrario, com’è, a qualsiasi etica pubblica. Non si dimentichi che, in Europa, vige “il principio del legittimo affidamento”. Vale a dire la tutela di quel cittadino o di quella impresa che, basandosi sul rispetto della legge, non può essere colpita da successive modifiche normative in grado di ledere i propri interessi. Civiltà giuridica docet.
E allora? Per favore un po’ di serietà. Lo scorso anno, per confutare le critiche dei più animosi, le imposte dirette (sempre secondo l’Istat) sono diminuite di 2,482 miliardi; quelle indirette di 7,891, le imposte in c.capitale (redditi di capitale e patrimoniali) sono aumentate da 199 milioni a 1,295 miliardi: sette volte tanto. Una tassazione extra che ha colpito, con buona pace di Giuseppe Conte, soprattutto le banche e le grandi aziende che operano nei settori dell’energia.
Oltre il 70% del maggior carico fiscale, rispetto all’anno precedente, (27,736 miliardi di euro) deriva invece dai maggiori contributi sociali versati (effettivi e figurativi) che, a loro volta, non sono altro che la conseguenza della maggiore occupazione. Certo una parte della sinistra avrebbe preferito una maggiore estensione del reddito di cittadinanza rispetto a un ingresso così massiccio sul mercato del lavoro. Ma, per fortuna, le scelte dei diretti interessati sono state diverse.
















