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Meno petrolio, più deficit. Le amare verità per la Russia dal Forum di San Pietroburgo

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Come ogni anno, dal meeting annuale sulle rive della Neva che in molti paragonano a una Davos dell’est, emerge una iniziale euforia circa la tenuta dell’economia russa. Poi però, emerge la verità, come quella che racconta del crollo della produzione nazionale di petrolio 

Da almeno quattro anni, il copione è sempre lo stesso. Un grande consenso di banchieri, funzionari, economisti e oligarchi tirato a lucido per raccontare al mondo che sì, la Russia è forte, forse invincibile. Nonostante quattro anni di guerra e diverse verità nascoste ad arte dalla propaganda del Cremlino. Ma non così tanto. Il Forum di San Pietroburgo, che qualcuno chiama un po’ per scherzo la Davos di Russia è più o meno questo: tanti lustrini e diverse ombre che, man mano che trascorrono i giorni dell’appuntamento annuale sulle rive della Neva, si allungano. Ammissioni, seppur parziali, che piano piano assumono il sapore della resa. In passato è già successo e questo giornale lo ha più volte raccontato. La verità è che c’è un Forum nel Forum: da una parte i tappeti rossi per Vladimir Putin, lo zar di Russia che crede ancora che l’economia della Federazione sia sana come un pesce. Dall’altra lo stuolo di personalità che le difficoltà del sistema russo le vivono. Tutti i giorni.

Primo esempio. Nel corso della prima giornata del meeting, quando ancora l’euforia non aveva lasciato spazio al realismo, il vice primo ministro Alexander Novak, dunque un rappresentante del governo nell’ambito della nomenklatura russa, aveva candidamente ammesso che la produzione di petrolio in Russia è scesa nei primi mesi del 2026. Attenzione, le dichiarazioni di Novak segnano la prima volta che un funzionario russo di alto livello riconosce che la produzione di greggio quest’anno è diminuita (Mosca ha smesso di pubblicare i dati sulla produzione petrolifera nell’aprile del 2023, poco più di un anno dopo l’inizio della guerra con l’Ucraina).

A sostegno delle dichiarazioni di Novak ci sono i numeri. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la produzione di greggio della Russia è diminuita di 460 mila barili al giorno ad aprile rispetto all’anno precedente, attestandosi a circa 8,8 milioni di barili giornalieri. Ora, se è vero che con la chiusura dello stretto di Hormuz il prezzo dell’oro nero si è portato da settimane sui 100 dollari al barile, senza una reale prospettiva di discesa nel breve termine, come si spiega il crollo della produzione russa? Mosca, terzo produttore al mondo, non avrebbe dovuto cavalcare l’aumento del prezzo per incrementare sensibilmente le proprie entrate? Certo che sì, eppure il paradosso è stato servito dallo stesso governo russo al Forum di San Pietroburgo.

Altro esempio e sempre con il palazzo di mezzo. Due giorni prima che cominciassero i lavori della Davos di Russia, alti funzionari governativi avevano fatto recapitare al Cremlino un messaggio. Avvisando il presidente Putin che le spese per la guerra in Ucraina stanno diventando insostenibili. Secondo Bloomberg dirigenti del ministero delle Finanze e della Banca centrale russa avrebbero avvertito Mosca che l’attuale livello di spesa per la difesa prevista rischia di far aumentare pericolosamente il deficit di bilancio del governo.

Di qui la proposta di nuovi tagli alla spesa per la difesa per tentare di risanare le già precarie finanze pubbliche del Paese senza individuare ulteriori misure di efficienza. Non è certo un caso, a questo punto, che la stessa intelligence ucraina stimi in 80 miliardi il deficit della Federazione. Deficit che Mosca sta cercando di mascherare. Forse, allora, ha ragione German Graf, il più potente banchiere russo, ceo di Sberbank. Quando afferma che il mancato default dell’economia russa è un autentico “miracolo”. Parole arrivate, nemmeno a dirlo, dal Forum di San Pietroburgo.


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