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Le parole di Hegseth da Singapore sono (anche) un messaggio agli alleati europei

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Allo Shangri-La Dialogue, il segretario alla guerra Pete Hegseth ha parlato della Cina, ma il cuore del suo discorso riguardava altro: il modello di alleanza che Washington intende costruire nell’Indo-Pacifico. Un approccio più pragmatico, meno ideologico e sempre più vicino alla tradizione strategica asiatica. Appunti per gli alleati europei, che vanno oltre l’amministrazione Trump

Quando Pete Hegseth ha preso la parola allo Shangri-La Dialogue di Singapore, molti osservatori si aspettavano un nuovo capitolo della competizione tra Stati Uniti e Cina. In parte è stato così, ma solo in parte. Il segretario alla Difesa americano ha denunciato la crescita militare di Pechino, ha chiesto agli alleati regionali di aumentare la spesa per la difesa e ha ribadito la necessità di mantenere un equilibrio favorevole di potenza nell’Indo-Pacifico. Eppure, mentre la Nato si prepara a invitare gli IP4 al vertice di Ankara (consapevole che la rivalità con la Russia si è arricchita della complessità cinese), il passaggio più interessante del discorso del segretario alla Guerra statunitense potrebbe essere un altro. E non riguarda direttamente la Cina, bensì il modo in cui Washington intende gestire le proprie alleanze.

A suggerirlo è anche la lettura offerta da Elbridge Colby, sottosegretario per la Policy del Pentagono e principale architetto dell’attuale impostazione strategica americana verso l’Asia. In un lungo thread su X con cui ha commentato il discorso di Hegseth, Colby ha selezionato e rilanciato alcuni concetti ricorrenti: interessi nazionali, equilibrio di potenza, condivisione degli oneri, deterrenza e partnership. Molto meno spazio è stato dedicato ai riferimenti tradizionali ai valori condivisi o alla promozione della democrazia.

La scelta non sembra casuale. Per decenni le alleanze americane sono state presentate, soprattutto in Europa, come comunità politiche fondate su principi comuni. Democrazia liberale, diritti umani e difesa dell’ordine internazionale basato sulle regole costituivano il collante politico dell’alleanza occidentale. Nel discorso di Singapore emerge invece una logica diversa. E le parole di Hegseth sono importanti perché traguardano un orizzonte temporale che va oltre Donald Trump: se è vero che l’attuale presidente ha più solo due anni di governo del Paese – e che quindi “basterà ancora un po’ di resilienza”, come spiega una fonte governativa regionale – è vero anche che però “dobbiamo comprendere piuttosto cosa resterà di Trump nel futuro delle politiche statunitensi”.

Hegseth ha per esempio insistito sulla necessità di superare rapporti di dipendenza e costruire “vere partnership”: e questo sicuramente resterà, indipendentemente dal se le elezioni Usa2028 saranno vinte da un qualche repubblicano, magari continuando sul solco trumpiano, oppure toccherà di nuovo ai Democrats tornare alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti, ha sostenuto il segretario, non intendono più sovvenzionare la sicurezza di Paesi ricchi. Gli alleati devono contribuire con capacità militari, investimenti industriali e volontà politica. In cambio riceveranno maggiore cooperazione, accesso alle tecnologie e integrazione strategica. Non è soltanto una questione di bilanci della difesa: è una diversa concezione dell’alleanza.

Nel riassumere il discorso, Colby ha posto particolare enfasi sull’idea che le partnership durature non si fondino su una generica convergenza di valori, ma sull’allineamento concreto degli interessi nazionali. È una formulazione che richiama una tradizione profondamente radicata nelle relazioni internazionali asiatiche, dove le alleanze sono spesso state giudicate in base alla loro utilità strategica più che alla vicinanza ideologica.

Da questa prospettiva, è illuminante un’osservazione di Bill Hayton della Royal Society for Asian Affairs. Per anni, dice Hayton, molti europei hanno immaginato che il Sud-est asiatico avrebbe gradualmente adottato un approccio più simile a quello dell’Unione europea. Oggi potrebbe accadere il contrario: sono gli europei a sperimentare un modello di relazione con Washington più vicino a quello che diversi partner asiatici conoscono da tempo, basato sul pragmatismo e sulla convergenza degli interessi piuttosto che su una presunta comunità politica.

La stessa lettura è stata proposta da Melissa Chen, vicepresidente di Strategy Risks, secondo cui il messaggio di Hegseth segna un avvicinamento americano a un modello asiatico di gestione delle alleanze: pragmatico, orientato ai risultati e centrato sulla sicurezza concreta più che sulla retorica normativa.

In questo quadro assume un significato particolare anche una delle omissioni più discusse del discorso di Hegseth: Taiwan.

A differenza di precedenti interventi americani allo Shangri-La Dialogue, Hegseth non ha dedicato spazio specifico all’isola, limitandosi a ribadire l’impegno statunitense lungo la cosiddetta First Island Chain. L’assenza ha suscitato interrogativi, soprattutto perché arriva mentre a Washington continua il dibattito sulle future forniture militari a Taipei.

Interpretata attraverso la lente proposta da Colby, tuttavia, questa scelta appare meno sorprendente. Non necessariamente segnala una riduzione dell’importanza attribuita a Taiwan. Piuttosto riflette una tendenza più ampia: presentare la competizione con la Cina non come uno scontro ideologico tra sistemi politici, ma come una questione di equilibrio strategico, deterrenza e distribuzione della potenza militare. Non cambia la sostanza della deterrenza, ma è in corso la modifica della sua grammatica.

Sono i concetti operativi che vanno in questa direzione. La deterrence by denial lungo la First Island Chain, la necessità di impedire guadagni militari rapidi da parte di un potenziale aggressore e la costruzione di una postura regionale più resiliente e distribuita rappresentano elementi di una strategia fondata sul bilanciamento della potenza piuttosto che sulla contrapposizione ideologica.

Da qui emerge il paradosso apparente del discorso di Singapore. Hegseth ha definito le relazioni tra Washington e Pechino migliori che in passato, e non poteva non farlo a poche settimane dalla visita di Donald Trump a Pechino. Ma lo fa mentre contemporaneamente ha chiesto agli alleati asiatici di rafforzare le proprie capacità militari e di prepararsi a una competizione di lungo periodo con la Cina.

Le due cose, nella logica della moderna visione dell’amministrazione statunitense, in particolare di quella Trump, non sono contraddittorie. Una relazione più stabile con Pechino non deriva dall’attenuazione della deterrenza, ma dalla sua credibilità. La diplomazia deve essere sostenuta dalla forza, e la forza deve essere condivisa tra alleati capaci di contribuire alla sicurezza regionale.

È per questo che il discorso di Hegseth ha quindi offerto una finestra sulla nuova teoria delle alleanze che sta prendendo forma a Washington. Una teoria meno fondata sulla convergenza dei valori e più sulla convergenza degli interessi. Meno centrata nella sua impostazione politica, più nella sua logica strategica. Il messaggio è chiaro (anche agli europei?). E resterà tale al di là di Trump.


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