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Batterie? No grazie. L’altolà dell’Ungheria alla Cina

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Se Viktor Orbàn aveva aperto le braccia agli investimenti cinesi, facendo dell’Ungheria il cavallo di Troia del Dragone, adesso il nuovo governo sembra voler ostacolare l’avanzata di Pechino. Aumentando, tanto per cominciare, le tasse ai giganti delle batterie e dell’auto elettrica. Per l’Europa è comunque una buona notizia

Da cavallo di Troia a cavallo di frisia il passo è breve se a Budapest non c’è più Viktor Orbán, bensì il leader dell’opposizione Péter Magyar, che lo ha battuto nelle elezioni politiche dello scorso aprile, per prenderne il posto. L’Ungheria di Orbàn, inutile girarci intorno, è sempre stata la testa di ponte naturale della Cina in Europa. La prova è nel fatto che due delle più temibili e corazzate industrie del Dragone, Catl per le batterie e Byd per l’auto elettrica, hanno mosso le loro pedine nel Vecchio continente proprio partendo dalle sponde del Danubio. In altre parole, i due unicorni del Dragone hanno aperto le loro prime fabbriche in terra d’Europa proprio in Ungheria. Il che ha messo ulteriormente sotto pressione Bruxelles e le sue industrie, a cominciare da quella dell’automobile, che vive oggi la sua crisi più drammatica.

Ora però l’Ue, schiacciata da un deficit commerciale verso la Cina da 360 miliardi e che si è data tempo fino a ottobre per riequilibrare la bilancia con Pechino, può sfruttare a suo favore l’improvviso cambio di vento. Come ha fatto notare Bloomberg l’industria ungherese dei veicoli elettrici, che vale 20 miliardi di dollari e ha a lungo goduto della protezione proprio dell’ex premier Orbán, si trova adesso ad affrontare la resa dei conti. Di che si tratta? Molto semplicemente il nuovo governo intende introdurre le norme ambientali più severe per le auto elettriche, aumentando le tasse e anche, ecco il punto, ponendo fine alle generose agevolazioni fiscali per le multinazionali straniere che hanno investito in Ungheria. A cominciare proprio da quelle cinesi. Il ragionamento è questo: produrre batterie e auto elettriche ha inquinato molto, troppo. Ora è tempo di cambiare musica e pagare di più.

Un segnale, ha sottolineato la stessa agenzia americana, che sta mettendo in guardia soprattutto le aziende del Dragone, il Paese che più di tutti ha puntato molto sull’Ungheria come trampolino di lancio per il mercato dell’Ue. D’altronde, non bisogna mai dimenticare come la schiacciante vittoria elettorale di Magyar ad aprile sia stata in parte determinata da una forte reazione popolare proprio contro le fabbriche di batterie e dalle preoccupazioni per il conseguente inquinamento del suolo, dell’aria e dell’acqua, dopo anni di scarsa applicazione delle normative durante i sedici anni di governo di Orban. Non è certo un caso che una delle prime mosse di Orban dopo il suo ritorno al potere nel 2010 sia stata quella di abolire il ministero dell’Ambiente.

I segnali del cambiamento sono comunque già visibili. Il mese scorso, il governo ha sospeso l’attività di Semcorp, un produttore cinese di pellicole separatore per batterie agli ioni di litio destinate al settore dei veicoli elettrici, dopo aver scoperto che le falde acquifere sottostanti lo stabilimento erano contaminate. Semcorp ha sede nel parco industriale che circonda la città orientale di Debrecen, una roccaforte di Orbán che ha perso la sua influenza a causa della crescente rabbia per gli impianti di produzione di batterie. Ora l’Europa e le sue industrie hanno un alleato in più a Budapest.


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