La partita delle preferenze vale molto più del suo contenuto tecnico. Misura la distribuzione del potere all’interno del centrodestra. Se Meloni riuscirà a imporre la propria linea, avrà dimostrato che il baricentro della coalizione si è ulteriormente spostato verso Fratelli d’Italia. Se invece sarà costretta a un compromesso, emergerà un dato politico altrettanto significativo: anche una leader forte, con un consenso elettorale nettamente superiore a quello degli alleati, deve fare i conti con la natura plurale della maggioranza. L’analisi di Salvatore Di Bartolo
La riforma elettorale è soprattutto il pretesto. Il vero terreno di scontro è il rapporto di forza all’interno della maggioranza. È quanto sta accadendo sulle preferenze, trasformatesi nel giro di pochi giorni da questione tecnica a banco di prova della leadership di Giorgia Meloni e del peso di Forza Italia nella coalizione di centrodestra.
Secondo fonti parlamentari della maggioranza, durante il confronto a Palazzo Chigi il tema non sarebbe stato affrontato soltanto sul piano dell’architettura istituzionale. Sul tavolo sarebbe finito soprattutto un interrogativo politico: fino a che punto Forza Italia è disposta a seguire Palazzo Chigi quando la linea del governo entra in collisione con gli interessi organizzativi degli alleati?
È qui che si comprende la determinazione della presidente del Consiglio. Per Meloni, raccontano esponenti della coalizione, le preferenze sono diventate la cartina di tornasole della lealtà degli alleati di governo. Dopo la bocciatura dell’emendamento alla Camera, il punto non è più soltanto vincere una battaglia parlamentare, ma riaffermare il principio secondo cui l’indirizzo politico dell’esecutivo non può essere condizionato dai distinguo dei singoli partiti.
Da qui l’orientamento, riferito da più fonti parlamentari, di ripresentare il testo al Senato e valutare successivamente ogni strumento regolamentare utile a garantirne l’approvazione alla Camera. Non tanto perché le preferenze rappresentino una priorità assoluta dell’agenda di governo, pur trattandosi di una bandiera più volte rivendicata da Meloni, quanto perché un’ulteriore rinuncia verrebbe inevitabilmente interpretata come un arretramento della leadership di Palazzo Chigi.
Il punto di vista di Forza Italia è diametralmente opposto.
Negli ambienti di Piazza San Lorenzo in Lucina prevale la convinzione che il ritorno alle preferenze altererebbe gli equilibri interni del centrodestra, premiando le strutture territoriali più robuste e penalizzando un partito che continua a fondare gran parte del proprio consenso sulla dimensione nazionale e sul voto moderato. Non è soltanto una questione elettorale, ma un diverso modello di rappresentanza politica.
Le indiscrezioni secondo cui Antonio Tajani avrebbe mostrato disponibilità a un compromesso durante il vertice di governo hanno alimentato il dibattito interno tra gli azzurri. Nel partito, tuttavia, molti guardano con preoccupazione alla prospettiva di una competizione fondata sulle preferenze, convinti che finirebbe per rafforzare il peso delle leadership territoriali a discapito della classe dirigente nazionale.
La vera novità politica riguarda però la Lega.
Nel Carroccio cresce la convinzione che il ritorno alle preferenze possa valorizzare amministratori locali, presidenti di Regione e reti territoriali costruite negli anni. È un interesse che, almeno su questo dossier, avvicina Matteo Salvini a Giorgia Meloni e contribuisce a isolare ulteriormente la posizione di Forza Italia.
Sul tavolo resta poi un elemento che, almeno per ora, pesa più come fattore psicologico che come variabile numerica: Roberto Vannacci.
Negli ambienti parlamentari il suo nome viene evocato come possibile punto di riferimento per quella parte dell’elettorato di destra che chiede una linea ancora più identitaria. Ma trasformare questa suggestione in un’alternativa parlamentare appare, allo stato, estremamente difficile. Alla Camera eventuali convergenze potrebbero incidere su singoli passaggi politici; al Senato, invece, i numeri continuano a rendere Forza Italia un alleato difficilmente sostituibile.
Ed è probabilmente questo il dato che Palazzo Chigi conosce meglio di tutti.
Per Meloni, infatti, l’obiettivo non sembra essere quello di rompere con Tajani. Al contrario. L’intenzione è dimostrare che anche il partito più restio è chiamato, alla fine, a riconoscere il primato politico della presidente del Consiglio. Una prova di leadership prima ancora che una battaglia sulle regole del voto.
Per Tajani, invece, la sfida è opposta: difendere l’identità moderata di Forza Italia senza apparire come il dirigente che mette a rischio la stabilità della coalizione.
La partita delle preferenze, dunque, vale molto più del suo contenuto tecnico. Misura la distribuzione del potere all’interno del centrodestra. Se Meloni riuscirà a imporre la propria linea, avrà dimostrato che il baricentro della coalizione si è ulteriormente spostato verso Fratelli d’Italia. Se invece sarà costretta a un compromesso, emergerà un dato politico altrettanto significativo: anche una leader forte, con un consenso elettorale nettamente superiore a quello degli alleati, deve fare i conti con la natura plurale della maggioranza.
È questa la vera posta in gioco. Le preferenze sono soltanto il terreno sul quale si combatte una partita molto più ampia: quella destinata a definire chi detta davvero la linea del governo e quale sarà l’equilibrio del centrodestra nella fase che porterà alla prossima legislatura.















