Potrebbe esserci uno scontro (anche al congresso) dopo la decisione americana di assecondare i desiderata turchi. Netanyahu contrario, Trump replica “nessuno mi dice cosa posso fare”. E Erdogan ha l’appoggio del Golfo. Sul Bosforo c’è ampia fiducia che l’affare possa concludersi, al netto della lettera che il Dipartimento di Stato ha inviato al Congresso per sostenere che la Turchia non soddisfa ancora i requisiti legali e senza dimenticare gli appetiti sul gas a Cipro
Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Recep Tayyip Erdogan: tre leader accomunati non solo dal forte decisionismo, ma anche dalla capacità di andare oltre la contingenza del momento e puntare dritti all’obiettivo. Il presidente americano vuole vendere gli F-35 alla Turchia, quello israeliano teme che gli equilibri in Medio Oriente potrebbero cambiare e influire sulla questione iraniana, mentre quello turco chiuderebbe così il cerchio del proprio ventennio politico imprimendo un’accelerazione definitiva allo strapotere turco come soggetto geopolitico (non solo) regionale. Nel mezzo gli effetti a catena che la decisione americana potrebbe determinare, sia in seno al Mediterraneo (Cipro, Grecia, Francia) sia relativamente alle dinamiche nel golfo.
QUI WASHINGTON
Ieri Trump ha lanciato una serie di indicazioni precise sulla questione. Prima ha detto che Netanyahu “non avesse il diritto” di esprimere un’opinione sulle decisioni relative alla vendita di armi americane. In seguito ha osservato che la Turchia è stata un “alleato straordinario”, per poi dare la stoccata finale: “Nessuno mi dice cosa dovremmo vendere o non vendere.” Il presidente è intervenuto su questo spinoso tema parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, durante il volo da Washington al Michigan. Trump ha anche descritto il presidente Recep Tayyip Erdoğan come un amico e ha ribadito che le decisioni sulla vendita di armi statunitensi sarebbero state prese esclusivamente da Washington, non sottacendo le ben note divergenze tra Turchia e Israele. Per cui al momento il bilancino va verso il sì all’affare che potrebbe concretizzarsi di qui all’autunno, a meno che si decida di attendere l’esito delle elezioni di mid term.
LA LETTERA DEL DIPARTIMENTO DI STATO
Sul Bosforo c’è ampia fiducia che l’affare possa concludersi, al netto della lettera che il Dipartimento di Stato ha inviato al Congresso per sostenere che la Turchia non soddisfa ancora i requisiti legali per rientrare nel programma del caccia F-35. In quel documento si sostiene che nessun caccia potrà essere trasferito in Turchia finché Ankara non si conformerà pienamente alla legge statunitense, ovvero la risoluzione della controversia relativa all’acquisizione del sistema di difesa aerea russo S-400, rinunciando al possesso del sistema o di qualsiasi equipaggiamento correlato.
Per tutta risposta l’Ufficio per gli Affari Legislativi del Dipartimento di Stato per conto del Presidente ha scritto al deputato democratico Wesley Bell per ricordare che la politica di Washington in merito alla partecipazione della Turchia al programma F-35 rimane invariata ed è pienamente coerente con il Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA) e con la Sezione 1245 del National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2020.
QUI GERUSALEMME
Come è noto, le relazioni turco-israeliane sono crollate in seguito all’attacco del 7 ottobre 2023, guidato da Hamas, e alla guerra a Gaza. Più volte il governo israeliano ha definito Ankara un avversario regionale. Due settimane fa, intervistato da Fox News, Netanyahu ha definito la Turchia “un regime infettato dai Fratelli Musulmani, un movimento estremista che odia l’America e grida ‘Morte all’America’”. Per poi sentenziare: “Non credo che dovrebbero ricevere gli F-35 o i motori per i loro aerei da combattimento”. Poche ore dopo ai microfoni della Cnn ribadì che Erdogan “non è esattamente un alleato modello per gli Stati Uniti, minaccia di distruggere il mio Paese, l’unico Stato ebraico”. Netanyahu ha dichiarato di aver esortato direttamente Trump a non vendere i jet alla Turchia, affermando che farlo “distruggerebbe l’equilibrio di potere in Medio Oriente”.
Ma Trump, in Turchia per il vertice Nato, aveva detto chiaramente di voler assecondare le richieste di Erdogan, annullando il divieto di vendita del jet ad Ankara, imposto durante il suo primo mandato.
SCENARI
Il primo effetto si scatenerebbe negli alleati Nato, Grecia e Francia. Atene ha ordinato gli F-35 dagli Usa, dopo aver rinnovato la propria flotta di caccia, acquistando 24 Rafale dalla Francia. Lo ha fatto anche in riferimento alle continue tensioni con Ankara circa la zona economica esclusiva nell’Egeo. Inoltre Cipro, che fa parte del cosiddetto triumvirato mediterraneo orientale, assieme a Grecia e Israele, teme che l’acquisto turco possa rappresentare un ulteriore problema sulla strada per la soluzione della question cipriota, dossier del quale è stato appena investito ufficialmente il vicepresidente esecutivo della Commissione Europea Raffaele Fitto. Attenzione al tema energetico, strettamente connesso a quello militare: le maggiori compagnie del mondo sono impegnate in quelle acque per operazioni di indagini sui nuovi giacimenti. Ovvero il nuovo eldorado del gas scoperto nel Mediterraneo orientale a cui nessuno vorrà rinunciare.
















