Le agevolazioni fiscali per i pensionati esteri possono rappresentare un’opportunità per i piccoli borghi, ma da sole non sono sufficienti a rilanciarli. I benefici economici restano limitati se non sono accompagnati da politiche territoriali capaci di rafforzare servizi, connessioni e qualità della vita. Perché un borgo non si sceglie solo per la convenienza fiscale, ma per la possibilità di viverci davvero. La riflessione di Stefano Monti
“L’età d’argento può tingersi d’oro grazie alle agevolazioni fiscali previste dal governo italiano.”
Così recita un approfondimento, visibile su Italia.it (sito ufficiale del turismo italiano), dedicato a soggetti titolari di pensione estera che decidono di trasferire la propria residenza in piccoli borghi di 11 regioni del Sud e Centro Italia.
Un’iniziativa senza dubbio interessante, al di là della propria posizione personale, che potrebbe tuttavia essere potenziata attraverso una connessione tra una politica fiscale e la previsione di misure di policy territoriale.
La sola misura, infatti, “promuove” i piccoli borghi sul lato della “convenienza fiscale”: chi intende trasferirvisi vede incrementare il valore reale della propria pensione, e, in cambio, si prevede che tale maggior valore venga introdotto all’interno del sistema economico nazionale prevalentemente sotto forma di consumi.
Dal punto di vista strutturale, tuttavia, è chiaro che l’arrivo di uno sparuto gruppetto di pensionati non possa incidere in modo considerevole sulla realtà quotidiana dei territori. Immaginiamo che in un piccolo borgo abitato da 600 persone, arrivino 20 silver-agers attratti da questa iniziativa.
Con ogni probabilità, una delle prime azioni che queste persone faranno sarà l’acquisto e la ristrutturazione della propria casa, dati i valori immobiliari scarsamente comparabili con i prezzi delle nostre città d’arte: ciò genererà un flusso di ricchezza che va in primo luogo al proprietario dell’edificio, e successivamente alle ditte (formali o informali) di costruzioni.
Una condizione senza dubbio positiva, così come positivo è l’effetto che la presenza di queste 20 persone aggiuntive potrà avere sul fatturato dei servizi economici di prossimità, come l’alimentari, il negozietto di vestiti, e le altre categorie di esercizi commerciali “di base”.
Incrementi che, tuttavia, per volume, non sono in grado di generare un reale effetto moltiplicativo sul territorio: di certo il salumiere non si arricchirà, né si arricchiranno i proprietari dei negozi di vestiti. Guadagneranno qualcosina in più, ma il ridotto volume difficilmente sottrarrà tali risorse aggiuntive dal circuito del consumo.
Analogamente, la presenza di 20 persone aggiuntive non risulterà essere dirimente per la creazione di “servizi” specifici: è molto probabile che nella realtà dei fatti, eventuali servizi alla persona, o servizi in qualche modo “turistici”, non potendo contare su una platea sufficientemente ampia da poter generare flussi economici adeguati, verranno offerti in una logica informale.
Così come scarsamente significative saranno le implicazioni sui costi: molti hanno sostenuto che trattandosi di pensionati, il beneficio che il sistema economico percepisce dalla presenza di nuovi cittadini residenti presenta il conto di costi più elevati in termini di assistenza sanitaria, ma per quanto possa essere realistica questa riflessione ragionando in termini “marginali”, perde un pò peso se si considera la dimensione totale aggregata dei costi coinvolti.
Se dunque si guarda alla misura in “valore assoluto”, essa presenta sicuramente dei benefici, e ha senso sino a quando non grava in modo considerevole sulle casse dello Stato.
Sarebbe tutt’altra la valutazione se questa tipologia di iniziativa venisse accompagnata da altre tipologie di politiche strutturali: si incrementano i cittadini pensionati, ma poi si creano connessioni e trasporti agevolati tra differenti borghi, così da stimolare fenomeni di aggregazione spontanea e aggregazione della domanda potenziale; si creano itinerari (pubblici o privati) e modalità di trascorrere il tempo in compagnia, favorendo il più possibile l’integrazione con le persone del luogo, intervenendo sia sui neoresidenti, sia (e soprattutto) sugli abitanti del luogo.
Si prevedono infine modalità ulteriori di agevolazione per altre categorie di soggetti, e si favorisce in questo modo la presenza di differenti età, al fine di creare una catena di creazione del valore più diffusa, intervenendo tanto sulla dimensione fiscale, tanto sulla dimensione del credito, tanto sulla possibilità di sviluppare nuovi servizi sul territorio o da remoto.
Si tratta di condizioni che hanno un meccanismo di finanziamento piuttosto simile, ma che rendono non solo utile, ma anche realmente attrattiva la prospettiva di trasferirsi in un determinato piccolo borgo.
Perché il motivo per cui una persona può trasferirsi realmente in un nostro borgo non può essere soltanto la questione fiscale.
Si tratta in primo luogo di una scelta culturale, e tale scelta culturale va incentivata attraverso dinamiche territoriali concrete.
Nessuno si trasferirebbe in un borgo in cui, pur pagando poche tasse sulla pensione, non c’è “nulla da fare”. Soprattutto se si proviene da un contesto in cui c’è una possibilità di scelta dei consumi molto eterogenea.
Per quanto possa esser forte l’idea di trasferirsi in un luogo quieto, e lontano dalla frenesia urbana, l’intenzione spesso non si trasforma in azione perché c’è una differenza sostanziale tra quiete e isolamento.
Se vogliamo davvero dare nuova vita ai borghi, dobbiamo in primo luogo dare ai borghi vita.







