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Il caso Roggero tra consenso, vincoli giuridici e politicizzazione. La lettura di Di Bartolo

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La vicenda mette in luce una tensione che riguarda la politica contemporanea: la tentazione di trasformare ogni conflitto sociale in un simbolo immediatamente spendibile sul piano elettorale. Ma la politica non può limitarsi a intercettare il malcontento: la provocazione, pur rappresentando uno strumento legittimo del confronto democratico, non può sostituire il principio di realtà né cancellare la complessità delle vicende umane. L’analisi di Salvatore Di Bartolo

C’è un confine sottile tra la provocazione politica e la trasformazione di una tragedia in uno strumento di consenso. È un confine che la proposta di Matteo Salvini di candidare Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi di reclusione per l’omicidio di due rapinatori e il ferimento di un terzo, porta al centro del dibattito pubblico.

Al di là delle posizioni politiche e delle reazioni emotive che una vicenda simile inevitabilmente suscita, emergono due questioni centrali. La prima riguarda il rischio che una storia umana complessa venga completamente assorbita dalla logica della contrapposizione politica. La seconda riguarda la concreta praticabilità di una proposta che, alla luce dell’ordinamento vigente, appare priva di un reale sbocco istituzionale.

Il primo nodo è quello della politicizzazione estrema della vicenda. Il caso di Grinzane Cavour non è una storia semplice né riconducibile a uno schema univoco. Da una parte ci sono due persone morte durante una rapina; dall’altra un commerciante che ha subito un’aggressione e che, per le proprie azioni, ha affrontato un lungo percorso giudiziario culminato in una condanna definitiva.

Questa complessità rischia però di essere sacrificata quando un fatto giudiziario viene trasformato in un simbolo politico. La sofferenza delle persone coinvolte viene così inserita all’interno di una narrazione più ampia, funzionale alla costruzione del consenso. Il pericolo è che la dimensione umana venga progressivamente sostituita da quella identitaria: non più una vicenda da comprendere nella sua interezza, ma un elemento utile ad alimentare la contesa politica.

Il secondo elemento riguarda il principio di realtà. Allo stato della normativa vigente, la candidatura di Mario Roggero presenta un ostacolo difficilmente superabile: gli effetti della condanna definitiva e la disciplina prevista dal decreto legislativo n. 235 del 2012, noto come Legge Severino, impediscono l’accesso alle cariche elettive nei casi previsti dalla legge.

La politica può contestare una norma, proporne la modifica o aprire un dibattito sul rapporto tra giustizia, sicurezza e rappresentanza. Ma una candidatura che non può tradursi in un effettivo esercizio di una funzione pubblica rischia di rimanere confinata al piano simbolico.

Ed è proprio questo il punto più rilevante: la proposta avanzata da Salvini sembra appartenere più al terreno della comunicazione politica che a quello dell’iniziativa istituzionale. Intercetta un sentimento, rafforza una narrazione, ma si confronta con un limite concreto rappresentato dalle regole dell’ordinamento.

Significativa, in questo senso, è stata anche la posizione di Roberto Vannacci, che, pur esprimendo solidarietà nei confronti di Roggero, ha escluso la possibilità di una candidatura, riconoscendo l’impossibilità di trasformare quel sostegno in un percorso elettorale effettivo.

La vicenda mette quindi in luce una tensione più ampia che riguarda la politica contemporanea: la tentazione di trasformare ogni conflitto sociale in un simbolo immediatamente spendibile sul piano elettorale. Ma la politica non può limitarsi a intercettare il malcontento: la provocazione, pur rappresentando uno strumento legittimo del confronto democratico, non può sostituire il principio di realtà né cancellare la complessità delle vicende umane.


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