Ottant’anni dopo il rapporto che fondò il sistema federale della ricerca, l’Ostp di Michael Kratsios presenta a Trump un piano di riforme per finanziamenti, manifattura e intelligenza artificiale applicata alla scienza – tra ambizioni geopolitiche e attacchi frontali ai criteri di diversità, equità e inclusione (Dei) nei bandi federali
Ottant’anni dopo Science: The Endless Frontier di Vannevar Bush – il rapporto del 1945 che pose le basi del finanziamento federale alla ricerca e portò alla nascita della National Science Foundation – la Casa Bianca prova a riscrivere le regole del gioco della ricerca americana. Michael Kratsios, consigliere del presidente per la scienza e la tecnologia e direttore dell’Office of Science and Technology Policy (Ostp), ha presentato il 21 luglio a Donald Trump un rapporto – Science: A New Golden Age – che si propone come primo ripensamento organico dell’intero sistema scientifico-tecnologico statunitense dal dopoguerra a oggi.
Il documento, annunciato da Kratsios sui social e pubblicato integralmente sul sito della Casa Bianca, non è un semplice esercizio retorico. È una mappa di riforme – dal finanziamento della ricerca alla manifattura avanzata, fino all’intelligenza artificiale applicata alla scienza – che le agenzie federali con almeno 3 miliardi di dollari di budget R&D dovranno tradurre in piani attuativi entro 90 giorni, incorporandoli poi nelle proposte di bilancio 2028.
La diagnosi: un sistema “impantanato”
Il filo conduttore del rapporto è la denuncia di un rallentamento della produttività scientifica americana nonostante l’aumento dei finanziamenti. Gli esempi citati sono pesanti: dagli anni ‘90 a oggi il budget Nih – National institutes of health – è più che raddoppiato, ma il numero di scoperte rivoluzionarie non è cresciuto in proporzione; l’efficienza della ricerca farmaceutica, misurata in nuovi farmaci per miliardo di dollari investito, sarebbe crollata di circa ottanta volte dal 1950 (la cosiddetta “legge di Eroom”, l’inverso della legge di Moore). I ricercatori, si legge poi, spenderebbero quasi metà del loro tempo finanziato in adempimenti burocratici piuttosto che in laboratorio.
A questo si aggiunge un tema sensibile e politicamente marcato: il rapporto attacca esplicitamente i criteri di diversità, equità e inclusione nei bandi federali, sostenendo che tra il 2021 e il 2024 la quota di nuovi grant Nsf orientati a iniziative Dei sia salita da percentuali marginali a oltre un quarto del totale, e istituendo un parallelo storico controverso con le quote anti-ebraiche nelle università d’élite degli anni ‘20. È il punto in cui il documento smette di essere un esercizio di politica della scienza e diventa dichiaratamente un manifesto ideologico dell’amministrazione Trump.
Le quattro priorità
Il rapporto si articola attorno a quattro assi: mettere il singolo ricercatore, non le istituzioni, al centro del sistema; diversificare i meccanismi di finanziamento (grant rapidi, “golden ticket” per premiare proposte non convenzionali, modelli di regranting); costruire più stretti legami tra scoperta scientifica e capacità manifatturiera nazionale, in chiave di competizione con la Cina; preparare l’intero ecosistema all’“era dell’Ia”, con investimenti nella cosiddetta Genesis Mission – l’iniziativa faro per l’Ia applicata alla scienza, che punta a integrare supercalcolatori, modelli Ia e infrastrutture dei laboratori nazionali per raddoppiare la produttività scientifica in un decennio.
Perché interessa all’Italia (e all’Europa)
Per chi segue la geopolitica dell’Ia, il rapporto offre due spunti utili. Primo: la Casa Bianca formalizza l’idea che la leadership scientifica non basta se non si traduce in capacità manifatturiera domestica – il riferimento alla litografia Euv (Extreme Ultraviolet, la tecnica che usa luce ultravioletta estrema per incidere i circuiti sui chip più avanzati), inventata negli Stati Uniti ma oggi dominata da un’azienda europea, è esplicito. Secondo: il documento certifica ufficialmente la parità di spesa in R&D tra Stati Uniti e Cina a parità di potere d’acquisto, un dato che ridefinisce la cornice della competizione tecnologica globale in cui si muove anche l’Unione europea, storicamente terza incomoda.
Il rapporto Kratsios, insomma, va letto meno come politica scientifica interna agli Stati Uniti e più come un tassello ulteriore della strategia di potenza tecnologica americana – la stessa cornice in cui si inseriscono le tensioni su chip, modelli frontier e infrastrutture Ia che definiscono il “terzo polo geopolitico” di cui si discute anche a Bruxelles e Roma.
Resta da vedere se questa spinta trasformerà davvero la macchina della ricerca americana o se, come già accaduto ad altri “endless frontier” promessi nella storia di Washington, prevarranno più le intenzioni che i risultati. Ma la direzione di marcia – meno burocrazia, più scommesse individuali, più Ia nei laboratori, più fabbrica – è ormai la stessa lungo tutto l’arco dell’amministrazione Trump, dai dazi ai chip fino alla scienza. È un pezzo in più del mosaico che a Bruxelles e Roma converrebbe leggere con attenzione.
















