Mentre Pechino accelera la sfida all’Occidente, rischia di mettere sotto pressione proprio il sistema che l’ha trasformata in una superpotenza. Un paradosso che aiuta a leggere la nuova fase della competizione globale
Pechino sta accelerando la sfida all’Occidente, ma contemporaneamente a questo impegno strategico rischia di mettere sotto pressione proprio il sistema che l’ha trasformata in una superpotenza. È la questione affrontata da Enrico Fardella e Sergey Radchenko in un’importante analisi pubblicata su Foreign Affairs. La loro tesi è determinante: la Cina sta cercando di ridisegnare l’ordine internazionale, ma non può fare a meno del sistema economico che l’ha fatta crescere.
Per decenni la Cina ha costruito la propria ascesa sfruttando un ordine internazionale che non aveva creato. Prima l’appoggio sovietico nei primi anni della Repubblica Popolare, poi l’apertura dell’economia globale avviata con le riforme di Deng Xiaoping hanno fornito a Pechino accesso a mercati, capitali, tecnologie e catene del valore. Secondo Fardella e Radchenko, la leadership cinese non ha mai cercato di sostituire immediatamente quell’ordine: lo ha utilizzato come leva per rafforzarsi, iniziando a metterne in discussione le regole soltanto quando il rapporto di forza è cambiato.
È qui che nasce la contraddizione. Oggi Xi Jinping ritiene che la Cina possa guidare una fase post-occidentale dell’economia mondiale, ma il modello di crescita cinese continua a dipendere dall’apertura dei mercati esteri. La domanda interna non è ancora sufficiente ad assorbire la capacità produttiva del Paese e il surplus manifatturiero deve trovare sbocco fuori dai confini nazionali. Se Stati Uniti, Europa e altri partner riducono progressivamente questa esposizione, non si limita lo spazio commerciale della Cina: si mette sotto pressione il meccanismo economico che ha sostenuto la sua crescita negli ultimi quarant’anni.
In questa prospettiva, dazi, de-risking, politiche industriali e diversificazione delle supply chain non rappresentano soltanto strumenti della competizione strategica. Sono anche la risposta di economie che non intendono più assorbire gli squilibri prodotti dal modello cinese. Più Pechino punta sul predominio industriale senza riequilibrare la domanda interna, più accelera quella frammentazione economica che vorrebbe evitare.
L’Europa è probabilmente il terreno su cui questa tensione sarà più evidente. Con gli Stati Uniti sempre meno disponibili ad assorbire quel surplus cinese, il mercato europeo diventa ancora più importante per Pechino. Ma proprio questa dipendenza reciproca sta spingendo Bruxelles a dotarsi di strumenti di difesa economica e industriale impensabili fino a pochi anni fa.
Fardella e Radchenko non sostengono che la Cina sia destinata al declino. La loro tesi è più interessante: una potenza può accumulare capacità economica, tecnologica e militare senza riuscire, solo per questo, a emanciparsi dall’ordine che ne ha reso possibile l’ascesa. È una riflessione che va oltre la guerra commerciale e riguarda il futuro stesso della globalizzazione.
La storia offre un monito, spiegano gli autori: le grandi potenze rischiano di incorrere in gravi errori quando smettono di interpretare il proprio successo come il risultato di circostanze favorevoli e di sforzi concreti, e iniziano invece a considerarlo come l’esito inevitabile di un destino storico. In questa prospettiva, se Pechino dovesse cadere in questa trappola e ignorare gli avvertimenti provenienti dall’Occidente, potrebbe innescare una dura guerra commerciale con conseguenze negative per l’intero sistema internazionale, compromettendo inoltre il progetto di “ringiovanimento nazionale” della Cina.
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