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La sicurezza europea non dipende dalla Russia, ma dalla credibilità della deterrenza. Scrive Preziosa

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L’assenza di un attacco diretto russo contro la Nato non dimostra che la minaccia non esista, ma può essere letta come il risultato di una deterrenza ancora credibile. La guerra in Ucraina ha però mostrato che la sicurezza non dipende più soltanto dagli armamenti, ma dalla capacità di integrare tecnologia, industria, logistica, infrastrutture critiche e resilienza nazionale. Per l’Italia, esposta nel Mediterraneo e centrale nelle reti euro-atlantiche, investire nella difesa significa quindi proteggere anche sviluppo economico, servizi essenziali e coesione sociale. Il commento del generale Pasquale Preziosa

Ogni volta che si discute di difesa europea riemerge la stessa domanda: la Russia rappresenta davvero una minaccia oppure il riarmo occidentale è una risposta sproporzionata? La domanda, apparentemente semplice, è in realtà mal posta. In strategia il problema non consiste nel prevedere con certezza le intenzioni di un avversario, bensì nel fare in modo che qualsiasi eventuale aggressione risulti irrazionale: è questo il significato della deterrenza.

Molti osservano che la Russia non ha mai attaccato direttamente un Paese della Nato e ne traggono la conclusione che il pericolo sia stato artificialmente enfatizzato. La logica strategica conduce però alla conclusione opposta: proprio il fatto che Mosca abbia evitato uno scontro diretto con l’Alleanza Atlantica costituisce uno degli indicatori del funzionamento della deterrenza. Confondere l’assenza di guerra con l’assenza della minaccia significa commettere un errore di analisi. È come sostenere che gli argini siano inutili perché il fiume non è esondato.

La guerra in Ucraina ha inoltre modificato profondamente il modo stesso di misurare la potenza militare. Oggi non basta più contare carri armati, aerei o navi. La superiorità dipende dalla capacità di integrare sensori, satelliti, intelligenza artificiale, software, droni, produzione industriale, logistica e resilienza delle infrastrutture civili e la competizione strategica è diventata multidominio. Per questo motivo la sicurezza europea non può essere ridotta al numero di F-35 acquistati o alla percentuale di Pil destinata alla difesa.

Quei sistemi rappresentano soltanto una componente di un ecosistema molto più ampio che comprende la difesa aerea e antimissile, le capacità spaziali, il dominio cyber, la protezione dei cavi sottomarini, delle reti energetiche, dei porti, dei data center e delle catene logistiche. La guerra moderna non distingue più nettamente tra fronte interno e fronte esterno. La sicurezza nazionale coincide sempre più con la resilienza complessiva del sistema-Paese. Anche il dibattito sul 5% del Pil rischia di essere fuorviante. Non si tratta semplicemente di acquistare nuovi armamenti, ma di colmare un ritardo accumulato in oltre trent’anni durante i quali molti Paesi europei hanno beneficiato del cosiddetto “dividendo della pace”.

Oggi quel dividendo si è esaurito. L’Italia, più di altri Paesi europei, dovrebbe affrontare questo tema con particolare attenzione. La sua posizione geografica la rende una piattaforma strategica del Mediterraneo, ponte naturale tra Europa, Nord Africa e Medio Oriente. Le sue infrastrutture energetiche, i porti, i cavi sottomarini, le basi Nato e il tessuto industriale della difesa costituiscono elementi essenziali non soltanto della sicurezza nazionale ma dell’intera architettura euro-atlantica.

Di conseguenza, la sicurezza italiana non può essere separata da quella europea. Se la deterrenza sul fianco orientale dell’Alleanza dovesse perdere credibilità, aumenterebbero automaticamente anche i rischi per il Mediterraneo, dove la competizione coinvolge ormai Russia, Cina, Turchia, Iran e numerosi attori non statali. Ciò non significa considerare inevitabile una guerra con la Russia. Al contrario. L’obiettivo della deterrenza è precisamente quello di impedirla. La storia insegna che le guerre spesso non scoppiano perché un aggressore si sente forte, ma perché ritiene che il costo dell’aggressione sia diventato accettabile o che l’avversario non abbia la volontà o la capacità di reagire.

La deterrenza nasce proprio per impedire questo errore di calcolo, convincendo il potenziale aggressore che il prezzo dell’uso della forza supererà qualsiasi possibile beneficio. La pace, quindi, non deriva dall’assenza delle armi, ma dalla credibilità della deterrenza. È una lezione che attraversa l’intera storia della strategia, dalle grandi potenze marittime fino all’equilibrio nucleare della Guerra Fredda. Oggi quella logica non è venuta meno: si è evoluta.

La deterrenza non si misura più soltanto nel numero di carri armati, aerei o testate nucleari, ma nella capacità di un sistema-Paese di integrare potenza militare, resilienza industriale, superiorità tecnologica, sicurezza delle infrastrutture critiche e dominio dell’informazione. Dallo spazio al cyberspazio, dalle reti energetiche ai cavi sottomarini, fino ai dati e all’intelligenza artificiale, la credibilità della deterrenza dipende ormai dalla resilienza complessiva della nazione.

Per questo motivo la vera sfida europea non consiste nello scegliere tra sicurezza e welfare, ma nel comprendere che senza Sicurezza non esiste alcun Welfare da proteggere. La difesa non è un’alternativa allo sviluppo economico o alla coesione sociale ma ne rappresenta il presupposto. L’Europa contemporanea dovrà quindi imparare a concepire la Sicurezza non come un costo militare, ma come un investimento nella resilienza dell’intero sistema democratico. Solo una deterrenza credibile può continuare a rendere la guerra l’opzione meno conveniente per qualsiasi potenziale aggressore.


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