La discussione lanciata da Formiche attorno alla partecipazione del direttore generale dell’Agid al forum cinese ha riacceso il dibattito sulle scelte dell’Italia nel campo dell’intelligenza artificiale. Ma per Carlo Alberto Giusti, rettore dell’Università degli studi Link e autore di “The American Club”, il punto vero è il perimetro valoriale entro cui l’Italia colloca la propria infrastruttura tecnologica
Il caso della trasferta cinese del direttore generale dell’Agid sollevato da Formiche.net non può esaurirsi nella dimensione individuale. Il punto, però, è un altro: l’indipendenza tecnologica è diventata una posta strategica pari a quella energetica, e nella corsa all’IA continua a pesare un vantaggio strutturale americano costruito attorno alle sue università. Formiche.net ne ha parlato con Carlo Alberto Giusti, rettore dell’Università degli studi Link e autore di “The American Club”.
La presenza del direttore generale dell’Agid alla kermesse di Pechino, avvenuta a sole due settimane dalla firma della Joint Statement of AI Opportunity, ha riportato l’attenzione sul confronto tra modelli e alleanze nell’intelligenza artificiale. Perché oggi le scelte in campo tecnologico sono diventate così sensibili sul piano geopolitico?
Non entrerei nella polemica riguardante la partecipazione del direttore generale dell’Agid, perché effettivamente sopra l’Agid vi è un livello governativo più alto e, data la delicatezza della questione fa fede la firma che l’Italia attraverso il suo inviato, l’ambasciatore Varricchio, ha posto a Washington, non la partecipazione del direttore dell’Agid al forum di Shanghai. Colgo lo spunto soltanto per denotare come l’attenzione sulle alleanze geopolitiche in materia di IA sia pari a quelle che riguardano i conflitti bellici, probabilmente perché ci si è resi conto che la vera e propria forza che sta nell’indipendenza non è soltanto quella energetica, ma sta nell’indipendenza tecnologica.
Anche per questo la questione dello sviluppo dell’IA non va guardata seguendo un approccio realistico e di corto periodo, ma tenendo ben presente il suo rilievo valoriale quasi “esistenziale”. Proprio sotto questo framework si inquadra l’iniziativa della Pax Silica. Ma cosa c’è dall’altra parte?
Vi è una differenza di approccio sostanziale. Se infatti la Pax Silica è essenzialmente un tentativo americano di costruire un perimetro tecnologico completamente occidentale in termini sia valoriali che gestionali, dentro al quale costruire questa enorme piattaforma assieme alla sua supply chain di terre rare e microconduttori, dall’altra parte troviamo un mondo orientale capeggiato dalla Cina che ha un approccio completamente diverso, più orientato verso il software, quindi tutto quello che sarà poi la gestione della tecnologia, piuttosto che la struttura stessa e la supply chain dedicata alla costruzione della piattaforma. Ed è proprio la gestione software che può risultare “spaventosa” per gli osservatori esterni, consapevoli delle carenze democratiche di Pechino. Affidare quindi a un Paese come la Cina la gestione del più grande motore di IA potrebbe, e dovrebbe, essere visto come un rischio da parte dei governi che stanno valutando per l’adesione a quel modello valoriale.
Un confronto che si articola dunque su livelli ben più alti rispetto agli screzi politici tra singoli individui, come nel recente caso dello scontro Trump-Meloni, o di disaccordi relativi a singole questioni?
Su questo non c’è dubbio. I rapporti tra Washington e Roma sono un elemento di quel “valore comune” che tutto l’Occidente, e il nostro Paese in primis, deve con ogni sforzo difendere. Il patto atlantico non è soltanto una difesa comune attraverso l’utilizzo degli strumenti bellici in base all’articolo quinto, ma è una condivisione di valori. E, proprio in questo senso, essere all’interno di un patto occidentale relativamente all’IA vuole dire mettere un altro tassello per continuare a costruire qualcosa nel lungo periodo, guardando oltre questo momento in cui effettivamente le tradizionali buone condizioni diplomatiche tra Stati Uniti d’America e Italia sono messe alla prova. E così si deve leggere la firma della Joint Statement of AI Opportunity. La Pax Silica è un elemento essenziale della costruzione di quel grande palazzo che un domani, se non già adesso, vedrà la gestione di enormi flussi informativi, la gestione di tutto ciò che al momento è demandato ai singoli governi e che necessariamente tanto quanto l’alleanza in termini di protezione bellica deve prevedere. Ovviamente il comando statunitense soprattutto con le caratteristiche attuali fa sì che gli altri paesi siano invitati a prendere parte, ma che il controllo resti in mano statunitense. È una prospettiva che potrà cambiare quando cambieranno gli scenari e gli equilibri, dentro e fuori dagli Stati Uniti.
D’altronde, gli Stati Uniti sono stati il grande incubatore di questa tecnologia. Nel suo libro “The America Club” lei ha parlato dell’unicità delle caratteristiche del mondo accademico americano, unicità che ha portato in qualche modo alla nascita dell’IA. Come questa unicità può contare sul futuro sviluppo di questa tecnologia?
È vero, esiste un’unicità del mondo accademico americano che ha reso possibile la nascita dell’intelligenza artificiale. Le grandi università statunitensi dispongono storicamente di strumenti, dotazioni di ricerca, laboratori e soprattutto di un capitale umano di eccellenza che non ha eguali. Anche a fronte della crescita cinese in termini di ricerca e sviluppo, la distanza resta ampia, perché gli atenei americani continuano a rappresentare il punto di arrivo per ogni ricercatore al mondo. Non si tratta di una condivisione dei valori oggi espressi dagli Stati Uniti, non sarei io a doverlo dire. Si tratta piuttosto del riconoscimento positivo di un dato di fatto: la dotazione e gli strumenti di ricerca delle università americane non hanno pari nel resto del mondo. E questo fattore peserà molto anche per il futuro sviluppo della tecnologia.
















