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Perché per rafforzare il legame con gli Usa serve un’Europa federale. Parla Benifei (Pd)

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Si avvicina la ricorrenza dei 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana. L’eurodeputato dem Brando Benifei rilancia la centralità del legame transatlantico, ma sostiene la necessità di un’Europa più integrata, autonoma e autorevole. Tra sicurezza, tecnologia, commercio e dazi, per l’esponente del Pd la sfida è rafforzare la cooperazione con Washington da una posizione di maggiore equilibrio, evitando derive di subalternità politica

A 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, il rapporto tra Europa e America resta il perno dell’equilibrio occidentale, ma attraversa una stagione di profonde trasformazioni. Tra dazi, sicurezza, autonomia strategica, competizione tecnologica e nuove tensioni politiche, la relazione transatlantica è chiamata a ridefinirsi senza perdere la propria centralità. Per Brando Benifei, eurodeputato del Partito democratico, la sfida non è scegliere tra Europa e Stati Uniti, ma rafforzare un’Europa più unita e autorevole, capace di dialogare con Washington da pari. Un messaggio che assume un significato particolare nell’imminenza del giorno in cui gli Usa celebrano i 250 anni della loro indipendenza.

Onorevole Benifei, il 4 luglio di quest’anno ha un valore simbolico particolare: gli Stati Uniti celebrano i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza. Che significato assume oggi questa ricorrenza per l’Europa?

È un momento storico molto importante anche per noi europei. Non solo perché celebriamo un alleato fondamentale, ma perché siamo chiamati a riflettere su come proiettare nel futuro il rapporto transatlantico. Una relazione che deve diventare più stabile, più sana e meno soggetta agli scossoni politici degli ultimi anni. Per riuscirci serve un’Europa più unita politicamente, capace di essere un interlocutore forte e credibile degli Stati Uniti.

Lei ha partecipato sia a Bruxelles sia a Washington alla presentazione del rapporto sull’economia transatlantica. Cosa l’ha colpita maggiormente?

La conferma di un dato che spesso sfugge nel dibattito pubblico: il rapporto economico tra Unione europea e Stati Uniti resta il più importante al mondo. Non riguarda soltanto gli scambi commerciali, ma anche gli investimenti reciproci e la presenza diretta delle imprese. Ho partecipato alla presentazione del rapporto a Bruxelles e il giorno successivo a Capitol Hill, confrontandomi con parlamentari repubblicani e democratici. È emersa una consapevolezza condivisa: questa relazione produce crescita, occupazione e innovazione da entrambe le parti dell’Atlantico.

Lei ha visitato diversi Stati americani. Che immagine restituisce il tessuto produttivo degli Stati Uniti?

Ho avuto modo di visitare Texas, Massachusetts e Virginia e ho potuto constatare quanto sia forte la presenza delle imprese europee negli Stati Uniti. Questo dimostra che la relazione transatlantica non è un concetto astratto, ma si traduce in investimenti, posti di lavoro e sviluppo. Tantissime persone lavorano grazie alla stabilità di questo rapporto. È un elemento che non possiamo permetterci di sottovalutare.

Negli ultimi mesi il tema della sicurezza è tornato al centro dell’agenda europea. Come sta cambiando il rapporto con Washington?

La discussione che abbiamo avuto nelle istituzioni europee ha prodotto una consapevolezza importante. Oggi l’Europa presenta ancora alcune dipendenze dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e della difesa, ed è evidente che questo legame non possa essere sostituito nel breve periodo. Allo stesso tempo è cresciuta la volontà di rafforzare la sovranità europea, sia sul piano militare sia su quello tecnologico. Non è una scelta contro gli Stati Uniti, ma una risposta anche alle richieste che arrivano da Washington, che da tempo chiede un maggiore impegno europeo.

Autonomia strategica significa prendere le distanze dagli Stati Uniti?

Assolutamente no. Autonomia non significa autarchia. Vuol dire essere più forti come europei e quindi partner migliori degli Stati Uniti. La Commissione europea ha presentato un pacchetto importante sulla sovranità tecnologica proprio con questa impostazione.

Tra i dossier più delicati c’è quello delle materie prime critiche e dei semiconduttori. È un terreno sul quale la cooperazione funziona?

Direi di sì. Ne abbiamo discusso anche con il Congresso americano e durante il vertice del Dialogo parlamentare transatlantico a Cipro. La messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento dei materiali critici, dei chip, dei semiconduttori e di componenti essenziali per la transizione industriale rappresenta uno degli esempi più concreti di collaborazione efficace tra Europa e Stati Uniti. Su questi dossier gli accordi stanno avanzando e dimostrano che possiamo affrontare insieme le grandi sfide strategiche.

Diverso è invece il clima sul digitale.

Sì, lì esistono anche elementi di frizione. Le normative europee sul digitale hanno suscitato un confronto molto acceso con gli Stati Uniti. Tuttavia ci sono anche importanti punti di convergenza, penso ad esempio alla tutela dei minori online, dove esistono sensibilità comuni che possono favorire una collaborazione ancora più stretta.

Veniamo all’Italia. Come giudica l’azione del governo nel rapporto con Washington?

Credo che in diverse occasioni il governo abbia assunto un atteggiamento troppo subalterno rispetto all’amministrazione americana. L’Italia dovrebbe contribuire a costruire una posizione europea forte e condivisa, non indebolirla. Un rapporto transatlantico solido passa anche da una maggiore unità europea, mentre spesso il nostro governo non ha favorito questa prospettiva.

Si riferisce anche alla gestione delle tensioni tra Donald Trump e Giorgia Meloni?

Sì. Altri leader europei, come Sánchez o Macron, sono stati oggetto di attacchi da parte di Trump, ma hanno mantenuto un profilo istituzionale. Nel caso italiano, invece, ho avuto l’impressione che si sia fatta anche un po’ di campagna elettorale. È un approccio che non ho apprezzato. Anche sul dossier dei dazi avremmo dovuto lavorare per ottenere esenzioni e rafforzare la posizione europea, mentre il governo è apparso poco europeista e, quando il confronto si è acceso, ha reagito in modo che considero sguaiato.

Se dovesse trarre una lezione dai 250 anni dell’indipendenza americana per il futuro dell’Europa, quale sarebbe?

Gli Stati Uniti sono nati come una federazione e hanno costruito nel tempo una forte unità politica. È una lezione dalla quale l’Europa dovrebbe imparare. Se vogliamo che il rapporto transatlantico sia più equilibrato e duraturo, serve un’Unione europea più integrata, più coesa e più autorevole. Una federazione europea non sarebbe soltanto un passo avanti per noi, ma renderebbe anche la relazione con gli Stati Uniti più solida e vantaggiosa per entrambe le sponde dell’Atlantico.


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